Dall’affondamento della Uss Peleliu con un battello autonomo al nuovo programma Swap da 100 milioni di dollari, le notizie delle ultime ore dipingono la Us Navy sempre più improntata allo sviluppo di droni di superficie per le sue operazioni
La marina statunitense continua a spingere sull’acceleratore per quel che riguarda lo sviluppo della propria flotta di superficie senza equipaggio. A ricordarlo, nelle ultime ore, sono state due notizie distinte ma relative allo stesso tema.
Il 17 luglio, al largo delle Hawaii, un Global Autonomous Reconnaissance Craft (Grac) è stato protagonista di un’esercitazione con munizionamento in cui ha affondato la (dismessa) nave d’assalto anfibio Uss Peleliu. Il Garc è costruito dalla BlackSea Technologies, azienda con sede a Baltimora, che lo descrive come il più collaudato tra i battelli senza pilota di piccole dimensioni. Le misure sono effettivamente contenute, considerando che l’Usv è lungo poco meno di cinque metri, ma esso può comunque portare fino a circa 450 chili di carico e percorrere 700 miglia nautiche (circa 1.300 chilometri) a una velocità di 22 nodi. Può essere pilotato singolarmente oppure fatto operare in gruppo, in una logica di swarming, sia con guida manuale che in modo automatico, assegnandogli via radar un bersaglio da seguire.
Il percorso di adattamento dell’Usv sembra procedere in modo piuttosto veloce. Dopo che nell’agosto 2025 la Us Navy aveva annunciato l’avvio dei test sul Garc, il drone marittimo sarebbe stato impiegato per operazioni di ricognizione nelle acque mediorientali dopo l’inizio dell’escalation nello stretto di Hormuz, ed è stato schierato nelle manovre di Baltops 2026, una delle principali esercitazioni marittime della Nato. “Siamo all’inizio e non sappiamo ancora dove lo porteremo” aveva dichiarato poche settimane Sarah Weinstein, leader dell’Unmanned Surface Vessel Division 32 (l’unità responsabile dell’integrazione degli Usv), spiegando che il mezzo, nato per compiti limitati, è stato via via adattato a funzioni ben più ampie, dalla scorta alla sorveglianza, alla raccolta di informazioni e al monitoraggio di ciò che accade in mare.
Il test arriva a circa due settimane da un episodio ancora più significativo, in cui la Us Navy avrebbe impiegato tre Usv del tipo Corsair per colpire un impianto di manutenzione di sottomarini e navi nella base iraniana di Bandar Abbas. Secondo le ricostruzioni, quella sarebbe stata la prima volta che le forze statunitensi hanno usato droni di superficie in una vera operazione di combattimento.
Novità arrivano anche sul fronte dell’acquisizione, con la Defense Innovation Unit (Diu) che ha pubblicato un bando per battelli robotizzati capaci di lanciare piccoli droni d’attacco, con una maturità tecnologica sufficiente a un dispiegamento sul campo entro 120 giorni. Il progetto, denominato Swap-Usv (Suitable Warfighting Adaptive Payloads), cerca Usv “maturi e pronti al mercato”, integrati con due o più droni aerei altrettanto pronti, per individuare, identificare, tracciare e neutralizzare minacce ostili. Il termine per le candidature è fissato al 10 agosto. Per centrare l’obiettivo, la Diu ha strutturato una competizione della durata di un anno con 100 milioni di dollari in premi, aprendo alla collaborazione tra costruttori navali, sviluppatori di autonomia, produttori di sensori e realtà del comparto Uas.
La logica del bando è dichiaratamente economica. Il rapporto di scambio dei costi nel rilevare e neutralizzare minacce marittime asimmetriche in ambienti contesi, si legge nel documento, pende nettamente a favore dell’avversario, e gli Stati Uniti non possono continuare ad affidarsi ad assetti navali e aerei da svariati milioni di dollari per intercettare bersagli a basso costo. Tra le minacce citate figurano i barchini go-fast del contrabbando e i semisommergibili, questi ultimi impiegati dai cartelli della droga per trasferire carichi dal Sud America verso gli Stati Uniti e difficili da individuare. Ma non è difficile immaginare che pesino anche le lezioni apprese nello stretto di Hormuz.
Sul piano dei requisiti, il mezzo dovrà trasportare, lanciare e controllare almeno due piccoli Uav, con un carico utile complessivo di almeno due chili per condurre attacchi cinetici. È richiesto un mix di droni recuperabili e monouso (one-way), capaci di pattugliare acque oceaniche, costiere e fluviali e di rimanere in stazione. I velivoli dovranno assicurare funzioni di Isr, ripetizione delle comunicazioni, guerra elettronica, rilascio di carichi e ingaggio di precisione. Il sistema, inoltre, dovrà essere sufficientemente compatto da entrare in un container standard, su rimorchi stradali o a bordo di velivoli da trasporto C-17 e C-130, con un occhio di riguardo per le soluzioni lanciabili da postazioni non attrezzate o da remoto.
















