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Il caso Google riguarda anche la sovranità americana. Messaggio all’Ue da DC

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La maxi multa Ue a Google come parte di una più ampia competizione sulla sovranità digitale tra Bruxelles e Washington. Una lettura che riflette un dibattito sempre più influente negli Stati Uniti, dove anche le Big Tech contestano il crescente impatto globale della regolazione europea

La maxi sanzione da 890 milioni di euro inflitta dall’Unione europea a Google nell’ambito del Digital Markets Act rischia di essere interpretata a Washington come un tassello della competizione geopolitica sul controllo dell’economia digitale. E per un’amministrazione come quella di Donald Trump, che non vede l’Europa come un alleato tout court (ma spesso evidenzia, critica e combatte le disfunzioni della relazione transatlantica) la nota è negativa.

È questa la lettura proposta per esempio da Paul McCarthy, Senior Research Fellow per gli Affari Europei della Heritage Foundation, in un’analisi pubblicata da RealClearWorld, rassegna stampa geopolitica globale, in cui l’autore offre uno spaccato significativo del dibattito oggi in corso nella capitale americana.

Secondo McCarthy, il Digital Markets Act rappresenta soltanto uno degli strumenti attraverso cui Bruxelles sta progressivamente estendendo la propria capacità di incidere sull’ecosistema digitale globale. Insieme al Digital Services Act, al Gdpr e all’AI Act, il regolamento contribuirebbe infatti a definire standard destinati a incidere soprattutto sulle grandi piattaforme tecnologiche statunitensi, da Google a Meta, passando per Apple, Amazon, Microsoft e X.

La tesi riflette una convinzione sempre più diffusa negli ambienti conservatori americani: la regolazione europea non rappresenterebbe più soltanto una questione di concorrenza, ma un elemento della competizione strategica tra le due sponde dell’Atlantico.

L’aspetto più interessante dell’analisi riguarda il concetto di “sovranità economica” applicato al digitale. Secondo McCarthy, Bruxelles starebbe esercitando un’influenza crescente sulla struttura stessa dell’economia tecnologica mondiale, imponendo regole che finiscono per ridefinire il funzionamento di piattaforme sviluppate e gestite prevalentemente da aziende americane.

La conseguenza, sostiene l’analista statunitense che all’Heritage è inglobato nel Margaret Thatcher Center for Freedom, è che decisioni prese dalle istituzioni europee producono effetti ben oltre il mercato unico, modificando prodotti, servizi e modelli di business adottati poi a livello globale.

C’è anche un secondo livello di scontro nel Digital Services Act. Gli obblighi imposti alle piattaforme sulla gestione dei cosiddetti “rischi sistemici”, della moderazione dei contenuti e della tutela dei processi democratici rischiano di attribuire alle autorità europee un ruolo sempre più incisivo nella definizione delle regole che governano il dibattito pubblico online.

Poiché le grandi piattaforme tendono spesso ad adottare standard uniformi su scala globale per ragioni operative e di compliance, anche utenti e imprese statunitensi potrebbero finire indirettamente soggetti a regole elaborate a Bruxelles. Quella di McCarthy è una critica che segue una right-leaning perspective, ma richiama anche le perplessità avanzate in modo meno politicamente spinto da numerose Big Tech americane, che da tempo contestano il crescente peso regolatorio europeo e i costi di adeguamento imposti dalle nuove normative.

Il dibattito è destinato a crescere. Pur riflettendo la visione di un think tank vicino all’area conservatrice americana, l’analisi dell’esperto della Heritage Foundation è significativa perché intercetta un punto di frizione destinato probabilmente ad acquisire maggiore rilevanza nei rapporti transatlantici.

La questione non riguarda più soltanto la regolazione della concorrenza, ma il rapporto tra sovranità normativa, leadership tecnologica e governance delle infrastrutture digitali. Con l’intelligenza artificiale destinata a diventare il prossimo terreno di competizione strategica, è probabile che il confronto tra Bruxelles e Washington si sposti sempre più dal piano tecnico a quello geopolitico, trasformando le regole del mercato digitale in uno dei principali dossier delle relazioni economiche transatlantiche.


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