La crisi di Ceuta spinge l’Unione europea ad accelerare sulla gestione dei flussi migratori, tra rafforzamento delle frontiere, hub esterni e cooperazione con il Nord Africa. Per Nicola Procaccini, co-presidente dei Conservatori europei, “grazie all’Italia si è radicalmente cambiato l’approccio”
Ceuta torna a essere il simbolo delle fragilità dell’Europa sul fronte migratorio. Il Consiglio straordinario Ue convocato per affrontare gli ultimi sviluppi nella città autonoma spagnola ha acceso il confronto tra sicurezza, cooperazione internazionale e solidarietà tra Stati membri. Formiche.net ne ha parlato con l’eurodeputato di FdI Nicola Procaccini, co-presiedente del gruppo dei Conservatori al Parlamento europeo, secondo cui grazie all’Italia “si è cambiato l’approccio”.
Durante la crisi greca dell’euro o quella a Lampedusa, a decidere fu solo Berlino. Oggi cosa sta cambiando?
Un reflusso di buon senso rispetto a un tema come quello della migrazione che, fino ad oggi, è stato sgovernato perché in qualche modo influenzato da una logica immigrazionista, cosiddetta open borders. Essa da un lato si è rivolta contro gli stessi migranti, perché ha causato involontariamente migliaia di morti in mare, da ultimo anche a Ceuta e dall’altro lato ha portato degrado, insicurezza e mancata integrazione nelle società e nelle città europee. Quindi a partire da questo fallimento, grazie alla spinta del governo italiano e di quello danese, le cose sono cambiate. Sono scese in campo, tra l’altro, due donne anche se di sponde politiche opposte, che hanno avuto in comune un tratto: quello del buon senso, che mi sembra sia stato determinante nel cambiare paradigma in Europa.
Qual è il segnale politico che viene dal vertice europeo?
Intanto che si sia fatto, perché per esempio il governo spagnolo ha detto in tutti i modi che non c’era alcuna ragione per farlo, non c’era urgenza, non c’era nessuna crisi: tutto ciò è stato francamente pazzesco, tant’è che lo stesso premier se n’è andato in vacanza postando la sua playlist musicale dell’estate e oggi addirittura ha parlato delle eclissi di luna. Lo ritengo un atteggiamento veramente surreale quando ci sono centinaia di morti in mare ancora adesso. Dopodiché naturalmente questo Consiglio è figlio di una lettera sottoscritta da 22 governi su 27 in cui già ponevano alcuni temi di merito: uno è quello dell’attenzione alla regolarizzazione di massa dell’immigrazione illegale perché è un errore tragico.
Per quali ragioni?
L’immigrazione va governata con un’attenzione certamente maggiore e diversa. Aggiungo la questione degli hub sulla dimensione esterna, visto che nel nuovo patto sulla migrazione che per esempio la Spagna ha combattuto è indicata la necessità di separare l’immigrazione legale da quella illegale: questo è il postulato di base. Ma per farlo nel migliore dei modi occorre essere inflessibili con quella illegale, facendo salva naturalmente quella piccola porzione di immigrati che ha diritto alla protezione internazionale. In questo senso va citato il modello italiano dei flussi che stabilisce un numero massimo, una tipologia anche per nazioni di provenienza, per capacità professionali che rappresenta una garanzia sia dei migranti e quindi la loro possibilità di essere integrati, sia per le nostre città perché non devono essere lasciate in balia di un’immigrazione di massa, incontrollata e incontrollabile.
Serviva la crisi a Ceuta per certificare che il modello-Albania è più di un’opzione anche per gli altri membri?
No, tant’è che nel nuovo patto sulla migrazione una delle novità è proprio quel protocollo che era stato all’inizio avversato, giudicato razzista, xenofobo, criminale e quant’altro, ma poi in realtà è stato riconosciuto come un modello di buon senso con una capacità ovviamente anche di deterrenza perché nel momento in cui il migrante illegale deve sostenere una spesa di 5/10mila dollari ci pensa due volte, perché rischia di finire non sulle coste europee ma sulle coste albanesi. Non è l’unico tassello perché è parte di un progetto più complesso e completo con al suo interno anche la questione del Piano Mattei, quindi la rimozione delle cause dell’emigrazione e anche l’interscambio funzionale tra sponde opposte del Mediterraneo. Insomma, grazie all’Italia si è radicalmente cambiato l’approccio: chi resiste a questo è il governo spagnolo che poi è incoerente perché favorisce dei rimpatri di massa come quelli che abbiamo visto nelle ultime ore, senza valutare caso per caso le situazioni dei singoli migranti. Mi chiedo cosa sarebbe accaduto se lo avesse fatto un governo di destra.
Il tema è anche triplice: migrazione, terrorismo, guerra stanno di fatto ridisegnando la mappa della sicurezza del Nord Africa. Come l’Ue dovrebbe affrontarlo?
Prima di tutto con maggiore consapevolezza, già così l’Ue sarebbe sulla buona strada per affrontarlo. Dopodiché serve un governo delle frontiere e quindi, come dicevo, una presenza europea anche sulle sponde opposte del Mediterraneo. Quando si parla di hub sulla dimensione esterna vuol dire essere presenti come Europa in Tunisia, in Egitto, in Marocco, in Libia che non vuol dire naturalmente il modello Ceuta, cioè prendersi i pezzi di territorio dell’Africa e annetterli. Piuttosto vuol dire essere presenti con politiche di interscambio, un concetto più volte ribadito da papa Leone. Quindi se l’Europa sceglie di essere più presente anche al di fuori dei confini europei io credo che fa una scelta saggia, ottenendo un vantaggio che va al di là dell’aspetto migratorio. Lo dimostra il dossier energetico, dove abbiamo toccato con mano la possibilità di interscambiare con le nazioni del Nord Africa. È una strategia win-win, però c’è voluto il governo italiano per sollecitare anche qui un nuovo approccio dell’Unione europea al Mediterraneo.















