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Sull’AI l’Italia punta al penale e preoccupa le Big Tech

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Il governo Meloni ha approvato in via definitiva i decreti legislativi di adeguamento all’AI Act europeo. Ma Roma non si è limitata a recepire il regolamento dell’Unione: ha costruito un livello normativo nazionale che introduce nuove responsabilità civili e, soprattutto, penali. Una scelta che viene osservata con attenzione dall’industria tecnologica internazionale e che potrebbe incidere sull’attrattività del Paese per chi sviluppa e investe nell’intelligenza artificiale

Il Consiglio dei ministri ha dato ieri il via libera definitivo ai decreti di attuazione dell’AI Act, che sarà abbinato alla legge italiana n. 132 del 2025. Il risultato è un impianto che affianca al quadro europeo un’ulteriore disciplina italiana sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle attività di polizia, nella formazione e, soprattutto, nella responsabilità civile e penale. È proprio quest’ultimo capitolo ad aver attirato l’attenzione degli operatori del settore.

Il punto che preoccupa è l’articolo 12

Il cuore del dibattito è l’articolo 12 del decreto, che introduce nel Codice penale il nuovo articolo 437-bis. La norma prevede un nuovo reato per chi omette di adottare misure tecniche di sicurezza o adeguate forme di sorveglianza umana nei sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio quando da tali omissioni derivi un pericolo per la vita o per l’incolumità pubblica o individuale. Il testo disciplina inoltre la responsabilità per l’alterazione illecita dei sistemi e introduce, in determinate circostanze, profili di responsabilità anche per colpa grave.

Secondo una fonte qualificata che segue il dossier, il nodo non è tanto l’AI Act europeo quanto la scelta italiana di inserirlo in un contesto caratterizzato da un’estensione molto ampia della responsabilità penale. “Il vero tema è l’articolo 12”, spiega la fonte. “In Italia il penale è dappertutto”.

L’Italia aggiunge un secondo livello di regolazione

Per un investitore internazionale il punto centrale è un altro. L’AI Act nasce per creare un quadro regolatorio uniforme all’interno del mercato unico europeo. L’Italia, invece, ha deciso di utilizzare gli spazi lasciati dal regolamento per costruire un ulteriore livello normativo nazionale.

Chi sviluppa o utilizza sistemi di IA ad alto rischio dovrà quindi confrontarsi non soltanto con gli obblighi previsti da Bruxelles, ma anche con una disciplina italiana che amplia il perimetro delle possibili responsabilità. Secondo diversi osservatori del settore, è proprio questa sovrapposizione di livelli regolatori a generare interrogativi sulla prevedibilità del quadro giuridico e sul costo della compliance.

Un precedente che pesa: il caso ChatGPT

Non è la prima volta che l’Italia sceglie una strada diversa rispetto ai principali partner internazionali. Nel marzo 2023 il Garante per la protezione dei dati personali fu il primo regolatore nazionale a sospendere temporaneamente ChatGPT, contestando a OpenAI criticità relative alla raccolta dei dati personali, alla verifica dell’età degli utenti e all’informativa fornita agli utilizzatori.

Dopo alcune modifiche richieste dall’Autorità, il servizio tornò disponibile in Italia nel giro di poche settimane. Per alcuni osservatori quell’episodio rappresenta un precedente significativo: il segnale di un approccio regolatorio più interventista rispetto ad altre giurisdizioni, anche quando gli effetti pratici delle misure adottate risultano poi limitati.

La percezione del rischio

C’è poi un elemento che riguarda più in generale la cultura giuridica italiana. La recente condanna definitiva dell’ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato Mauro Moretti per la strage di Viareggio ha riacceso il dibattito sulla responsabilità personale dei vertici aziendali nei casi di omissioni colpose in materia di sicurezza.

Il caso non ha alcun collegamento con l’intelligenza artificiale. Tuttavia, secondo una fonte vicina al dossier, contribuisce a rafforzare la percezione, presso manager e grandi imprese internazionali, di un ordinamento nel quale l’esposizione personale degli amministratori rappresenta un elemento da considerare anche nelle scelte di investimento.

Il paradosso italiano

La tempistica rende ancora più evidente la tensione della strategia italiana. Nella stessa riunione del Consiglio dei ministri che ha approvato il nuovo quadro sulla responsabilità legata all’intelligenza artificiale, il governo ha anche adottato misure volte a favorire lo sviluppo delle infrastrutture digitali, compresi i data center.

Da una parte Roma punta ad attrarre investimenti nell’ecosistema dell’IA; dall’altra introduce un regime nazionale che, secondo fonti del settore, aumenta l’incertezza giuridica per sviluppatori, imprese e responsabili della compliance.

Cosa osservare adesso

La vera partita inizierà nei prossimi mesi. Se altri Stati membri seguiranno la strada italiana, Roma potrebbe diventare il punto di riferimento di un’interpretazione dell’AI Act caratterizzata da un maggiore ricorso agli strumenti del diritto penale e da un approccio regolatorio più esteso rispetto all’impianto europeo.

Se invece l’Italia dovesse rimanere un caso isolato, il rischio è che venga percepita come una giurisdizione con un livello di esposizione legale più elevato rispetto agli altri mercati europei. Uno scenario che potrebbe pesare sulle decisioni di chi deve scegliere dove sviluppare, testare o investire nelle tecnologie di intelligenza artificiale.

La posta in gioco

L’attuazione italiana dell’AI Act rischia così di trasformarsi in qualcosa di più di un semplice esercizio di recepimento normativo.

Per la prima volta si misura fino a che punto uno Stato membro possa spingersi oltre il quadro europeo nel disciplinare l’intelligenza artificiale. E il risultato sarà osservato non soltanto dalle istituzioni europee, ma soprattutto dalle aziende chiamate a decidere dove localizzare ricerca, sviluppo e investimenti nel prossimo ciclo dell’economia dell’IA.


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