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Guerra cognitiva. Così la Difesa italiana cambia passo e si allinea agli alleati

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Il Consiglio dei ministri ha approvato ieri un disegno di legge per il rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale, e che il Parlamento potrebbe convertire in legge entro la fine della legislatura. Il provvedimento segna una transizione strutturale della Difesa italiana verso il dominio cibernetico e il contrasto alle minacce ibride, intervenendo su governance operativa, capitale umano specialistico e strumenti di finanziamento industriale. L’analisi di Alberto Pagani, docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna, esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva

Da qualche anno la Nato parla apertamente di “guerra cognitiva” come di un dominio operativo a sé, distinto ma intrecciato con quello cibernetico e con quello informativo. Non è un’etichetta accademica: è il riconoscimento che la mente umana, individuale e collettiva, è diventata un obiettivo militare a tutti gli effetti, tanto quanto un ponte, una centrale elettrica o un sistema d’arma. L’Innovation Hub dell’Allied Command Transformation, che dal 2020 ha condotto il lavoro concettuale più organico sul tema, definisce la guerra cognitiva come l’insieme delle attività condotte in sinergia con altri strumenti di potere per alterare, danneggiare o sfruttare il modo in cui una popolazione o un decisore pensa, decide e agisce, senza necessariamente ricorrere alla forza cinetica. È una guerra che si combatte sotto la soglia del conflitto armato, spesso senza che l’aggredito se ne accorga, e che ha come terreno di battaglia la fiducia nelle istituzioni, la coesione sociale, la capacità collettiva di distinguere il vero dal falso.

Perché conviene a chi ci attacca

Il motivo per cui tutti i Paesi dell’Alleanza si stanno attrezzando è tanto semplice quanto inquietante: la superiorità cognitiva è oggi più economica da conseguire, e spesso più efficace, della superiorità cinetica. Con un budget infinitamente inferiore a quello di un programma d’arma convenzionale, un attore ostile può condurre campagne di disinformazione capillari, sfruttare piattaforme social per polarizzare l’opinione pubblica, infiltrare narrazioni tossiche nei dibattiti elettorali, orchestrare operazioni di influenza che si nutrono degli stessi meccanismi che regolano il mercato dell’attenzione digitale. La guerra in Ucraina ha reso plasticamente visibile questa dimensione: prima ancora dei carri armati, si sono mossi i troll, i deepfake, le reti di bot, le narrazioni costruite ad arte per erodere il sostegno occidentale a Kyiv. Operazioni come Doppelgänger o le reti di siti che replicano testate europee autentiche per iniettarvi contenuti falsi mostrano quanto la disinformazione russa sia diventata industriale, scalabile, capace di adattarsi in tempo reale al ciclo delle notizie. In questo contesto la Nato ha capito che senza una capacità collettiva di resilienza cognitiva, la deterrenza convenzionale rischia di essere aggirata dal basso, colpendo la volontà politica delle opinioni pubbliche prima ancora che le forze armate sul terreno.

Questa asimmetria di costo ha una radice teorica precisa, che il generale Giovanni Nistri, già Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, richiama nell’introduzione al libro-intervista che ho scritto con il professor Mario Caligiuri, “Disinformare: ecco l’arma”. Nistri ricorda la distinzione clausewitziana fra i mezzi e la volontà del nemico: la guerra si può vincere abbattendo la capacità materiale dell’avversario di combattere, oppure piegandone la volontà di continuare a farlo, e le due strade non hanno affatto lo stesso costo. Colpire i mezzi richiede eserciti, industria bellica, logistica; colpire la volontà, in un’epoca in cui l’opinione pubblica è raggiungibile in tempo reale attraverso i social media, richiede infinitamente meno. È precisamente questa seconda strada, la più economica, quella su cui insistono con crescente sistematicità gli attori ostili alla Nato: non tanto distruggere le capacità militari occidentali, quanto erodere la volontà politica di sostenerle.

Un mosaico di competenze da ricomporre

In Italia la tutela della sicurezza nazionale dalle minacce ibride è oggi distribuita fra più soggetti istituzionali, ciascuno con un pezzo di competenza. Alla presidenza del Consiglio fanno capo il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) e i due servizi di intelligence, l’Aise per l’estero e l’Aisi per l’interno, oltre all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn), responsabile della protezione cibernetica del Paese e del coordinamento della strategia nazionale di cybersicurezza. Il ministero dell’Interno interviene sul versante dell’ordine pubblico, del contrasto al terrorismo e della sicurezza delle infrastrutture critiche in chiave di polizia. Il ministero della Difesa, infine, ha finora avuto un ruolo più circoscritto, legato soprattutto alla protezione delle proprie reti e alla componente militare della cyberdifesa, incarnata dal Reparto Informazioni e Sicurezza (Ris).

Questa architettura, sedimentata nel tempo, riflette una divisione dei compiti pensata per minacce più tradizionali, in cui intelligence, ordine pubblico e difesa militare operavano su piani relativamente distinti. Ma la guerra cognitiva e ibrida non rispetta questi confini: un’operazione di disinformazione russa può insinuarsi contemporaneamente nel dibattito politico interno, colpire la fiducia nelle istituzioni, prendere di mira le infrastrutture critiche e accompagnarsi ad attacchi cibernetici veri e propri, magari sferrati da un gruppo formalmente civile ma di fatto riconducibile a un apparato statale. Di fronte a una minaccia che si muove orizzontalmente, la frammentazione verticale delle competenze italiane rischia di produrre ritardi, sovrapposizioni e, soprattutto, la mancanza di un centro di comando capace di sintetizzare rapidamente informazioni provenienti da mondi diversi.

Il non paper di Crosetto

È in questo quadro che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha fatto circolare un non paper, discusso a margine del Consiglio Supremo di Difesa, che poneva con chiarezza il tema di un ruolo più incisivo della Difesa nel contrasto alle minacce ibride e cognitive. La tesi di fondo è che le Forze Armate, per loro natura strutturate, addestrate e finanziate per operare in un contesto di crisi prolungata, possiedono competenze e capacità di comando che possono integrare, senza sovrapporsi, quelle di intelligence e cybersicurezza già esistenti. Non un tentativo di scavalcare Dis, Aise, Aisi o Acn, ma la richiesta di un posto più strutturato al tavolo, coerente con quanto già avviene nei principali Paesi alleati.

Cosa prevede il disegno di legge

Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che recepisce questa impostazione, e che il Parlamento potrebbe convertire in legge entro la fine della legislatura, sempre che i tempi parlamentari lo consentano. Il provvedimento segna una transizione strutturale della Difesa italiana verso il dominio cibernetico e il contrasto alle minacce ibride, intervenendo su governance operativa, capitale umano specialistico e strumenti di finanziamento industriale.  Sul primo fronte, il tradizionale Ris cambia nome e missione, trasformandosi in un Comando interforze Cyber Intel che formalizza la convergenza fra raccolta informativa classica e dominio cibernetico. A questo si affianca un Centro interforze di addestramento per il combattimento e il contrasto alla minaccia ibrida, alle dirette dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa, che porta ufficialmente disinformazione, guerra elettronica e attacchi alle infrastrutture dentro i programmi di addestramento delle Forze Armate. Lo stesso Capo di Stato Maggiore viene nominato autorità cyber della Difesa, con responsabilità unica sui dati del dicastero, nel rispetto delle competenze già attribuite ad ACN e ai servizi segreti: non una sovrapposizione di poteri, ma un interlocutore unico e riconoscibile sul lato Difesa.

Sul capitale umano nasce la figura dello specialista cyber militare, un profilo con carriera dedicata e incentivi economici pensati per trattenere competenze che il mercato privato retribuisce molto più generosamente del pubblico impiego, sostenuti da un fondo ad hoc con una dotazione crescente nel tempo. Sul fronte industriale, un nuovo fondo per la ricerca scientifica e tecnologica militare punta ad accorciare le distanze fra laboratorio e reparto operativo, anche tramite finanziamenti a fondo perduto per progetti sperimentali, mentre Difesa Servizi Spa, la società in house del dicastero, diventa un vero veicolo societario strategico, con la possibilità di costituire nuove società e acquisire partecipazioni in imprese tecnico-amministrative. Infine, procedure di acquisizione più snelle, dai partenariati per l’innovazione al riconoscimento di centri di test privati, puntano a velocizzare l’omologazione dei prototipi e l’impiego di sistemi senza equipaggio, droni navali e aerei in primis.

Cosa fanno gli alleati: Francia, Regno Unito, Germania

Il confronto con i principali partner Nato mostra che l’Italia, più che innovare, sta colmando un ritardo. La Francia ha imboccato questa strada da quasi un decennio: il Commandement de la cyberdéfense (Comcyber), creato nel 2016 sull’onda dell’ingerenza russa nelle elezioni americane, è stato dotato nel 2021 di una dottrina pubblica di lutte informatique d’influence, che disciplina in modo esplicito le operazioni militari nel campo informativo, distinguendole dalla lotta informatica difensiva e offensiva ma integrandole nello stesso comando, alle dipendenze del capo di stato maggiore delle forze armate. Parigi ha inoltre fissato l’obiettivo di arrivare a cinquemila “cybercombattenti” entro la metà di questo decennio, destinando alla componente cyber e informativa la parte più consistente delle nuove assunzioni annuali del ministero delle Forze Armate.

Il Regno Unito ha scelto una strada complementare, affidando a un’unità dedicata, la 77th Brigade, il compito di condurre operazioni non cinetiche nel dominio informativo e cognitivo, dal contrasto alla propaganda russa nei Paesi baltici fino al supporto, discusso e non privo di polemiche interne, alle campagne di comunicazione governativa in tempo di crisi. Accanto alla Brigade opera la National Cyber Force, che riunisce sotto un unico comando le capacità offensive cibernetiche di intelligence e difesa, un modello di fusione istituzionale che l’Italia, con la sua architettura più frammentata, non ha ancora replicato.

Anche la Germania ha accelerato: il Kommando Cyber- und Informationsraum, nato nel 2017 come organo di coordinamento, è stato elevato nell’aprile 2024 al rango di sesta forza armata autonoma della Bundeswehr, con circa tredicimilacinquecento posizioni assegnate e la responsabilità diretta su intelligence militare, sicurezza informatica e comunicazione operativa. Berlino ha così compiuto il passo che il disegno di legge italiano compie solo parzialmente, riconoscendo al dominio cibernetico e informativo lo status di componente organica delle forze armate, non di funzione di supporto.

Il modello baltico

Un modello ulteriore, per certi versi più maturo di quello dei grandi Paesi europei, viene dai piccoli Stati baltici, che per collocazione geografica e memoria storica vivono la minaccia ibrida russa come esperienza quotidiana e non come scenario teorico. Estonia, Lettonia e Lituania hanno costruito negli anni un approccio “whole of government, whole of society”, che integra la difesa delle infrastrutture critiche, l’alfabetizzazione mediatica di massa e l’attribuzione pubblica e sistematica delle operazioni di disinformazione a chi le orchestra, spesso in tempi molto più rapidi di quanto avvenga altrove in Europa. La sincronizzazione della rete elettrica baltica con quella continentale, completata di recente, e il monitoraggio costante di sabotaggi ai cavi sottomarini e alle infrastrutture energetiche mostrano come a Vilnius, Riga e Tallinn la resilienza cognitiva sia trattata come una componente della sicurezza nazionale al pari della difesa territoriale. È anche in questo contesto che opera, da Helsinki, lo European Centre of Excellence for Countering Hybrid Threats, un centro multinazionale che dal 2017 fa da cerniera fra Unione europea e NATO nell’analisi delle minacce ibride, e che proprio dai casi baltici trae buona parte della propria esperienza operativa. Rispetto a questo modello, l’Italia parte da una condizione diversa, meno esposta nell’immediato ma non per questo esente dal rischio, e con un tessuto sociale meno abituato a riconoscere per tempo i segnali di un’aggressione cognitiva in corso.

Una transizione ancora da completare

In questo quadro comparato, l’iniziativa italiana appare meno un’anomalia che un tentativo di adeguamento tardivo ma necessario. Resta da vedere se la trasformazione riuscirà a mantenere, come promesso, l’equilibrio fra il rafforzamento del ruolo della Difesa e le prerogative già consolidate di Acn e dei servizi di intelligence, evitando le sovrapposizioni di competenza che in altri Paesi hanno generato attriti burocratici non meno insidiosi delle minacce che si intendeva contrastare. E resta soprattutto da vedere se il Parlamento troverà, nei tempi residui di questa legislatura, lo spazio per convertire in legge un provvedimento che, nelle intenzioni del Governo, dovrebbe collocare l’Italia nel gruppo dei paesi Nato che hanno già fatto della resilienza cognitiva una componente strutturale, e non più emergenziale, della propria sicurezza nazionale.

Un problema anche politico

C’è, infine, un problema che i tempi legislativi da soli non spiegano, ed è di natura squisitamente politica. In Parlamento, tanto a destra quanto a sinistra, non mancano esponenti o intere forze politiche che manifestano aperta simpatia per potenze come la Russia o la Cina, le stesse che rappresentano oggi, per l’Italia, l’Europa e la Nato, la principale fonte di minaccia sul terreno della guerra cognitiva. Un provvedimento che rafforza gli strumenti dello Stato per contrastare l’influenza ostile deve essere discusso ed approvato nelle aule parlamentari, dove siedono anche i deputati e i senatori che ogni giorno fanno da cassa di risonanza di quella stessa influenza. Sarà interessante osservare quale posizione assumeranno nel dibattito, dato che sono proprio loro che ricavano un vantaggio politico ed elettorale oggettivo dalle azioni di guerra cognitiva condotte da quelle potenze straniere.

Che simili posizioni trovino spazio nel confronto parlamentare è, in sé, del tutto fisiologico: fa parte della normale dialettica democratica, e nessuna forza politica può essere limitata nel suo diritto di sostenere la sue tesi, nemmeno se queste danneggiano il Paese. La questione si fa però più delicata quando quelle stesse posizioni, contrarie alla Nato e favorevoli alle potenze che le sono ostili, non sono discusse solamente dal Parlamento, ma arrivano a condizionare l’azione di governo. È lì che la coerenza diventa decisiva: un Paese che rafforza per legge i propri strumenti di difesa dalla guerra cognitiva ha bisogno, per essere credibile agli occhi degli alleati e dell’opinione pubblica, di un’azione di governo altrettanto coerente con quello sforzo, senza ambiguità che finirebbero per vanificarlo.


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