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La nuova generazione musulmana amplierà la base elettorale Dem negli Usa?

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La vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie del Michigan conferma l’ascesa di una nuova corrente del Partito Democratico, nella quale identità musulmana, progressismo e radicale revisione della politica estera americana si intrecciano sempre più strettamente. Un’evoluzione destinata a ridefinire gli equilibri interni del partito e ad alimentare un acceso dibattito sul significato stesso del progressismo negli Stati Uniti

La vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche per il Senato del Michigan va ben oltre il risultato di una singola competizione elettorale. Rappresenta infatti l’ultimo capitolo dell’ascesa di una nuova generazione di leader politici musulmani che sta acquisendo un’influenza crescente all’interno del Partito Democratico, contribuendo a ridefinirne il dibattito su sanità, politiche economiche, immigrazione, Medio Oriente e ruolo dell’Islam nella sfera pubblica.

Accanto a El-Sayed, le figure più rappresentative di questa corrente sono il sindaco di New York Zohran Mamdani, Rashida Tlaib, Ilhan Omar, André Carson e una rete sempre più ampia di esponenti democratici collocati nell’area progressista. Per i sostenitori rappresentano il volto di un’America più inclusiva, multiculturale e orientata alla giustizia sociale; per i detrattori incarnano invece uno spostamento del Partito Democratico verso un’agenda ideologica e di politica estera che si discosta dal tradizionale orientamento centrista del partito.

Pur appartenendo a tradizioni religiose differenti – Mamdani è musulmano sciita duodecimano, mentre El-Sayed è sunnita – entrambi condividono per esempio una forte critica nei confronti delle politiche israeliane e attribuiscono alla propria fede un ruolo significativo nella costruzione della loro identità pubblica e politica. Ecco perché queste dinamiche contano.

Abdul El-Sayed: la vittoria nelle primarie rafforza l’ala progressista

La vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche del Michigan rappresenta uno dei risultati politici più significativi della stagione elettorale del 2026. Dopo aver ottenuto la nomination del Partito Democratico per il Senato, affronterà ora il candidato repubblicano nelle elezioni di novembre, in una sfida destinata ad assumere un rilievo nazionale.

Nato nel Michigan da genitori immigrati egiziani, El-Sayed si è formato all’Università del Michigan, all’Università di Oxford come Rhodes Scholar e successivamente alla Columbia University. Ha poi ricoperto l’incarico di direttore della sanità pubblica della città di Detroit.

La sua prima candidatura di rilievo risale al 2018, quando tentò senza successo di ottenere la nomination democratica per la carica di governatore del Michigan, venendo sconfitto da Gretchen Whitmer. Quella campagna contribuì tuttavia a farne una delle figure musulmane più conosciute della politica americana. Con la vittoria delle primarie del 2026 è ora a un passo da un risultato senza precedenti: diventare il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti.

L’appoggio di Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e del sindacato United Auto Workers ha trasformato la sua candidatura in un banco di prova per misurare la capacità dell’ala progressista del Partito Democratico di affermarsi anche in uno degli Stati chiave della politica americana. Il successo ottenuto nelle primarie suggerisce che quella componente disponga oggi di una capacità di mobilitazione superiore rispetto al passato.

Le numerose comunità arabo-americane e musulmane del Michigan hanno rappresentato uno dei pilastri della sua coalizione elettorale, soprattutto dopo la mobilitazione politica seguita alla guerra di Gaza. El-Sayed ha inoltre consolidato il sostegno dei settori del Partito Democratico più critici nei confronti della linea seguita dall’amministrazione Biden sul conflitto israelo-palestinese.

Nel corso degli ultimi anni è stato tra gli esponenti democratici che hanno contestato con maggiore forza le operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza, definendole un genocidio e chiedendo una profonda revisione del sostegno militare statunitense a Israele. Posizioni che lo hanno reso un punto di riferimento per una parte consistente dell’attivismo progressista, alimentando al tempo stesso forti critiche da parte dei suoi avversari politici, che gli contestano di non aver espresso una condanna sufficientemente esplicita di Hamas e delle sue attività terroristiche.

El-Sayed non ha mai nascosto la propria fede musulmana. È sposato con la dottoressa Sarah Jukaku, psichiatra indo-americana di religione musulmana. Durante la campagna elettorale è emersa anche l’attenzione nei confronti del padre della moglie, il dottor Jukaku Tayeb, importante finanziatore del Super PAC che sostiene El-Sayed e membro del Founders Committee della Islamic Society of North America (Isna).

Da decenni l’Isna è al centro di un dibattito relativo a presunti legami storici con la Fratellanza Musulmana, accuse che l’organizzazione ha sempre respinto e che non hanno mai portato a condanne nei suoi confronti. Nell’ambito dell’inchiesta sulla Holy Land Foundation, i procuratori federali sostennero l’esistenza di collegamenti storici tra ISNA e organizzazioni ritenute vicine alla Fratellanza Musulmana.

Zohran Mamdani: quando il progressismo conquista il mainstream

Se El-Sayed rappresenta l’ascesa della nuova leadership musulmana democratica nel Midwest, Zohran Mamdani ne incarna ormai il volto più riconoscibile sulla scena internazionale. La sua affermazione politica a New York testimonia come posizioni un tempo confinate ai margini del Partito Democratico siano progressivamente entrate nel dibattito mainstream, soprattutto tra gli elettori più giovani e nelle grandi aree urbane.

Nato in Uganda, Mamdani è figlio del noto accademico Mahmood Mamdani, appartenente a una famiglia musulmana sciita gujarati di origine indiana, e della pluripremiata regista Mira Nair, proveniente da una famiglia indù del Punjab. Si identifica pubblicamente come musulmano sciita duodecimano e ha sempre attribuito un ruolo significativo alla propria identità religiosa, senza tuttavia richiamare le origini induiste della madre nella costruzione della propria immagine politica.

La sua proposta politica ruota attorno ai temi tradizionali della sinistra americana: socialismo democratico, diritto all’abitazione, rafforzamento delle tutele per i lavoratori, redistribuzione della ricchezza e ampliamento del welfare. A distinguerlo rispetto ad altri esponenti progressisti è però soprattutto la politica estera.

Mamdani è tra i più severi critici del governo israeliano all’interno del Partito Democratico. Sostiene il movimento BDS (Boycott, Divestment and Sanctions), ha definito le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi una forma di apartheid e ha dichiarato che, qualora Benjamin Netanyahu si recasse a New York in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la città dovrebbe dare esecuzione al mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale.

Le sue posizioni non si limitano al Medio Oriente. È anche un convinto oppositore del Primo Ministro indiano Narendra Modi, che ha criticato in più occasioni per le politiche adottate nei confronti delle minoranze religiose. Questa linea gli ha attirato accuse di ”Hinduphobia” da parte di alcuni esponenti della diaspora indiana e di organizzazioni induiste, accuse che Mamdani respinge sostenendo di criticare esclusivamente il governo indiano e non la religione induista.

È sposato con l’illustratrice siro-americana Rama Duwaji, anch’essa proveniente da una famiglia musulmana. La crescente popolarità di Mamdani dimostra come una parte dell’elettorato democratico, soprattutto nelle grandi metropoli, consideri ormai compatibili una piattaforma economica fortemente progressista e una politica estera molto più critica nei confronti di Israele rispetto alla tradizionale linea del partito. Al tempo stesso, la sua figura continua a rappresentare uno degli elementi più divisivi del dibattito politico americano, sia all’interno del Partito Democratico sia nel confronto con i repubblicani.

La “Squad” progressista musulmana

Pur non costituendo un’organizzazione formalmente strutturata, all’interno del Partito Democratico si è progressivamente consolidata una corrente politica chiaramente riconoscibile. Attraverso endorsement reciproci, campagne comuni e una fitta rete di attivismo, questi esponenti sono oggi percepiti come il nucleo più rappresentativo del progressismo musulmano americano.

Tra i loro principali alleati figurano Ocasio-Cortez e Sanders, ma anche Greg Casar, Summer Lee e altri parlamentari appartenenti all’ala più socialista del partito. Più che un gruppo parlamentare organizzato, rappresentano un ecosistema politico accomunato da priorità ideologiche e strategiche condivise.

A distinguerli non è soltanto l’appartenenza religiosa di alcuni dei suoi esponenti, bensì una visione politica che combina socialismo democratico, politiche identitarie, attivismo sindacale e una profonda revisione del tradizionale orientamento della politica estera democratica. In particolare, il sostegno storico del partito a Israele viene apertamente messo in discussione attraverso richieste di condizionare o ridurre gli aiuti militari, l’adesione o la vicinanza alle campagne del movimento BDS e una narrazione del conflitto israelo-palestinese che, secondo i critici, tende a minimizzare la responsabilità di Hamas e di altri gruppi terroristici.

Per questi leader, la fede islamica non costituisce necessariamente il fulcro dell’azione politica quotidiana, ma rappresenta una componente rilevante della loro identità pubblica e del rapporto con una parte significativa della propria base elettorale. Allo stesso tempo, numerosi osservatori evidenziano come il loro linguaggio politico incorpori frequentemente temi e rivendicazioni sostenuti da importanti organizzazioni dell’attivismo islamico americano, contribuendo a rafforzarne la legittimazione nello spazio pubblico.

Il loro consenso, tuttavia, non si limita agli elettori musulmani. La coalizione che li sostiene comprende una parte consistente dei giovani, delle minoranze etniche, dei professionisti delle grandi aree urbane, del movimento sindacale e dell’attivismo progressista. È proprio questa capacità di costruire alleanze trasversali ad aver trasformato quella che inizialmente appariva come una componente minoritaria in una corrente sempre più influente all’interno del Partito Democratico.

L’ascesa di figure come Abdul El-Sayed e Zohran Mamdani suggerisce che i politici musulmani non siano più confinati a collegi elettorali caratterizzati da una forte presenza di minoranze, ma siano ormai in grado di competere per incarichi esecutivi e cariche statali di primo piano. La vittoria di El-Sayed nelle primarie del Michigan e l’affermazione di Mamdani a New York indicano che questa area politica dispone oggi di una capacità di mobilitazione ben superiore rispetto al passato.

Resta ora da capire se questa evoluzione contribuirà ad ampliare la base elettorale democratica oppure finirà per accentuarne le divisioni interne, allontanando gli elettori moderati e rafforzando la narrativa dei repubblicani, anche al di fuori dell’area Maga. In ogni caso,  come spiegato da Cnky, il peso crescente di questa corrente rappresenta uno dei cambiamenti più significativi intervenuti nel Partito Democratico negli ultimi anni e sarà probabilmente uno dei principali terreni di scontro politico del prossimo decennio.


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