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Cantore di valori e di libertà. Un saluto personale a Francesco Guccini

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Francesco Guccini se ne va, ma le sue canzoni restano per sempre. E con esse i sentimenti che sono riuscite a catturare. Il ricordo di Lorenzo Piccioli

“Ognuno di noi ha un proprio Guccini. Una frase di una canzone che torna alla mente nei momenti importanti della vita, una pagina di un suo libro, un verso che ci è rimasto dentro. Quando se ne va un artista come lui, non perdiamo soltanto un grande protagonista della cultura italiana: salutiamo qualcuno che, in modi diversi, ha fatto parte della nostra storia personale”.

Dubito che avrei potuto trovare parole migliori di quelle pronunciate questa mattina dal sindaco di Modena Massimo Mezzetti per dare il mio personale saluto a Francesco Guccini. Scrivere un ricordo del proprio artista preferito è già di per sé difficile. Scriverlo per colui che si considera il proprio maestro d’elezione lo è ancora di più. Ringrazio dunque Mezzetti per aver saputo dare la giusta forma a quel sentimento che io, lui e milioni di altri italiani stiamo provando in questo momento.

D’altronde, da cantore era proprio questo che Guccini sapeva fare meglio: dare forma ai sentimenti e alle emozioni, fissarli per sempre nel tempo in una manciata di versi dolcemente accompagnati dalle note musicali, creando così delle scene di vita quotidiana in cui ognuno di noi è riuscito a immedesimarsi e a sentirle come sue. L’entusiasmo, la rabbia, le sbronze, “dati, causa e pretesto”, gli amori andati bene, quelli andati male, Bologna “la grassa e l’umana, già un poco Romagna ma in odor di Toscana”, e ancora le osterie, l’Asia di Marco Polo, l’atomica cinese, “Venezia che muore”, frati, pensionati, Colombo e Odisseo, Che Guevara, il G8 di Genova, la tragedia dell’Olocausto, Shakespeare, l’Appennino.

Tante piccole storie ignobili in cui abbiamo potuto ritrovarci anche noi. Guccini ha cantato qualcosa che ciascuno sente appartenere alla propria storia. E quindi ha cantato ciascuno di noi. Anche io mi sono sentito Amerigo quando “avevo il viso dei vent’anni senza rughe, e rabbia ed avventura e ancora vaghe idee di socialismo” e inseguivo la mia nuova vita all’estero, con quella vecchia che era, letteralmente, “un ricordo lasciato tra i castagni dell’Appennino”. Anche io ho odiato la mia “piccola città, bastardo posto”. Anche io ho cercato e provato a prendere la mia “isola non trovata”, che come “una splendida utopia è andata via e non tornerà mai più”. E la lista sarebbe ancora lunga.

Guccini se ne è andato, ma la sua eredità rimane. Le sue canzoni hanno dato voce a generazioni di italiani, e continueranno a farlo. Il motivo è semplice: Guccini non cantava di fatti e persone, cantava di valori. Cantava di “idee di gente libera, che soffre, sbaglia e spera”, e che “non è possibile rinchiudere le idee in una galera”. Cantava la speranza di un “Dio che muore per tre giorni e poi risorge”. Cantava la forza degli ultimi che non si arrendevano di fronte a niente, di un cadetto di Guascogna che “però non la sopporta la gente che non sogna”. Cantava dell’ambizione e del coraggio, e del combattere per i propri ideali fino alla fine. Anche quando sembra una vera follia. Che altro non è tutto questo, poi, se non umanità.

“Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro

perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro?

Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità,

farmi umile e accettare che sia questa la realtà?”


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