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Taiwan, quando la resilienza civile diventa parte integrante della deterrenza militare

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Le esercitazioni Han Kuang hanno portato le forze taiwanesi sul Danjiang Bridge, uno dei possibili corridoi verso la capitale in caso di sbarco cinese. Il test mostra come la difesa dell’isola dipenda dalla capacità di rallentare un’avanzata militare senza perdere la continuità della vita civile

Barriere, filo spinato e sacchi di sabbia sono comparsi nella notte sul Danjiang Bridge di Nuova Taipei, mentre mezzi militari e camion attraversavano uno dei passaggi più sensibili sulla direttrice verso il cuore della capitale taiwanese. Poco distante, ciclisti e pedoni continuavano a utilizzare la parte del ponte rimasta aperta.

La scena, durante il secondo giorno delle esercitazioni annuali “Han Kuang”, riassume uno dei problemi centrali della preparazione taiwanese: come trasformare rapidamente infrastrutture costruite per la vita quotidiana in strumenti di difesa, senza perdere la capacità del Paese di continuare a funzionare sotto pressione.

Le manovre, iniziate mercoledì e previste per dieci giorni, servono a testare la prontezza delle forze taiwanesi di fronte a un possibile attacco cinese. Pechino considera Taiwan parte del proprio territorio e non ha escluso l’uso della forza per portarla sotto il proprio controllo. Taipei respinge le rivendicazioni di sovranità cinesi.

Il Danjiang Bridge ha un valore particolare: aperto quest’anno, attraversa l’imboccatura del fiume Tamsui, che conduce verso Taipei, pur trovandosi nella vicina New Taipei. In caso di conflitto, il controllo del ponte potrebbe incidere sulla velocità con cui una forza sbarcata sulla costa settentrionale riuscirebbe a muoversi verso la capitale.

Chieh Chung, ricercatore dell’Institute for National Defence and Security Research di Taiwan, ha spiegato durante le esercitazioni che una forza d’invasione capace di conquistare il ponte e mantenerlo operativo potrebbe trasferire rapidamente uomini e rifornimenti dalla sponda meridionale a quella settentrionale del Tamsui, entrando di fatto nel perimetro esterno di Taipei.

È questo il livello più significativo dell’esercitazione. Il problema non è soltanto impedire uno sbarco. È anche prepararsi allo scenario in cui uno sbarco sia già avvenuto e diventi necessario impedire che una testa di ponte si trasformi rapidamente in una direttrice d’avanzata verso il centro politico dell’isola.

Durante il test, le forze taiwanesi hanno mirato a simulare quanto rapidamente gli ingegneri militari potessero installare ostacoli e quali risorse sarebbero necessarie per bloccare il passaggio in tempo di guerra.

È una logica di resistenza più che di semplice interdizione. Ogni ostacolo, ogni restringimento e ogni ritardo imposto a una forza avversaria aumenterebbe il tempo disponibile per organizzare la difesa. Ma la stessa logica richiede che la società civile riesca a sostenere una crisi senza cedere al panico o alla paralisi.

È qui che la preparazione militare incontra un dibattito più ampio che sta prendendo forma a Taiwan. Organizzazioni come Kuma Academy, con sede a Taipei, addestrano civili al primo soccorso, alla risposta alle emergenze, all’analisi della disinformazione e alla cosiddetta resilienza cognitiva. Il riferimento ricorrente è l’Ucraina: non tanto come modello di tattiche militari, quanto come esempio di una società costretta a continuare a operare durante una guerra prolungata.

Fu-Ming Chu, chief executive di Kuma Academy, aveva descritto con Decode39 questa preparazione come un antidoto alla percezione cinematografica del conflitto. Anche durante una guerra estremamente violenta, ha osservato citando il caso ucraino, gran parte delle città può continuare a funzionare. Il problema diventa quindi preparare i cittadini a riconoscere cosa significhi concretamente vivere durante una crisi, riducendo lo spazio per il panico.

Per Taiwan, la questione è resa più complessa dal fatto che la pressione non comincia con un eventuale attacco. Kuma descrive l’isola come già immersa in una “grey zone” fatta di attività militari cinesi quasi quotidiane, intrusioni informatiche, disinformazione e campagne mirate a indebolire fiducia e coesione sociale.

La resilienza civile, in questa prospettiva, non è un’alternativa alla deterrenza militare. Ne è una componente. La capacità di un Paese di resistere dipende anche dalla possibilità di mantenere operative istituzioni, infrastrutture e reti sociali mentre aumenta la pressione esterna.

Il Danjiang Bridge rende questa relazione particolarmente visibile. In tempo di pace è un’infrastruttura civile. In caso di guerra potrebbe diventare un corridoio da negare al nemico. Durante gli Han Kuang, per alcune ore, è stato entrambe le cose.

Taiwan sta quindi preparando non soltanto il momento in cui potrebbe essere necessario combattere, ma anche ciò che viene dopo: rallentare un’avanzata, mantenere la capacità di comando e impedire che la paura interrompa il funzionamento della società. La difesa della strada verso Taipei passa anche da questo equilibrio.


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