Vassalli o attori, con pochi anni di margine: così lo storico di Nexus a Der Spiegel. Per Cerra la diagnosi è seria, la strategia no: la risposta sta nella Sovranità tecnologica coopetitiva. L’analisi di Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro Economia Digitale
C’è un genere che l’Europa importa con più regolarità dei semiconduttori: la profezia sulla propria irrilevanza. L’ultimo esemplare porta la firma di Yuval Noah Harari. Nell’intervista rilasciata a Nicola Abé per Der Spiegel del 9 agosto, che difficilmente circolerà a breve in italiano e di cui conviene riportare i passaggi decisivi, lo storico consegna all’Europa un aut aut: “Diventare un vassallo sottomesso degli Stati Uniti” oppure “un attore indipendente; non è ancora troppo tardi”, a condizione di “collaborare e investire miliardi”. Il margine: “Restano pochi anni”.
Tre affermazioni reggono. La prima: “Questa volta stiamo creando attori, non strumenti”; il coltello e il generatore aspettano una mano, un agente artificiale decide, e la politica tecnologica scivola dal governo dell’uso al governo dell’agente. La seconda è l’immagine migliore: “La regina Vittoria non aveva un pulsante da premere per far smettere di sparare il fucile”, mentre chi oggi fornisce i sistemi potrebbe “paralizzare i loro sistemi d’arma, le infrastrutture e le amministrazioni governative”. È la sostanza del Rapporto Strategico che al Centro Economia Digitale dedicammo alla Sovranità Tecnologica nel 2020, con l’espressione ancora ai margini del dibattito italiano; il 3 giugno scorso la Commissione l’ha posta a intestazione di un pacchetto legislativo. La terza è la più feconda e la meno sviluppata: gli agenti come “burocrati perfetti”, per cui “dobbiamo temere meno i robot assassini che gli attori dell’IA che salgono al potere nei sistemi finanziari e nella pubblica amministrazione”. Harari tocca il punto decisivo e lo abbandona dopo tre righe.
Fin qui l’intervista serve l’Europa. Da qui in avanti la lascia sola.
Il cedimento comincia dalla formula del titolo: “È il momento in cui il capitalismo e l’umanità si separano”, con aziende di IA che accumulano capitale e colonizzano la galassia “senza esseri umani”. Un capitalismo separato dall’umanità sarebbe però un bilancio senza domanda: accumulazione che gira a vuoto, priva del mercato che la valorizzi e dell’ordinamento che la riconosca. Agenti che fossero domanda e controparte darebbero un regime nuovo, senza nome e senza statuto. La versione seria dell’argomento abita nei suoi burocrati perfetti: attori algoritmici che operano in mercati e procedure più in fretta di chiunque debba risponderne. Su questo si può legiferare adesso; sull’escatologia no.
Anche sul lavoro l’intervista corre oltre le evidenze. Gli investimenti “saranno redditizi solo se l’IA subentrerà in tutte le attività, dall’operaio tessile in Bangladesh all’avvocato a Londra”, sostiene Harari, che per le economie di servizi europee prevede recessione. Le stime macroeconomiche disponibili ridimensionano scala e velocità della previsione: Daron Acemoglu, su Economic Policy nel 2025, limita il guadagno di produttività totale dei fattori atteso dall’IA a non oltre lo 0,66 per cento cumulato in dieci anni; la Banca d’Italia, in giugno, stima per l’Italia fra 0,2 e 1,1 punti l’anno secondo la profondità di adozione. Metriche diverse, lezione convergente: la tecnologia premia chi la adotta e punisce chi la subisce. L’estinzione del lavoro resta un’ipotesi di scuola; il ritardo di adozione è già una voce di contabilità nazionale.
Il cedimento strategico è il binarismo. Fra il vassallo e l’attore solitario c’è il mestiere che l’industria mondiale pratica da vent’anni: fra il quadriennio 2003-2006 e il 2019-2022 i brevetti depositati insieme da imprese concorrenti sono cresciuti del 159 per cento. La chiamiamo Coopetizione. La Sovranità Tecnologica è capacità di generare conoscenza autonomamente o con partner affidabili: il livello ottimale non coincide mai con l’autosufficienza. Sovrano, nell’età degli agenti, è chi sceglie dove essere aperto e dove chiuso, e ha la forza industriale per far rispettare la scelta: Sovranità Tecnologica Coopetitiva, la terza opzione.
Quanto al “non è ancora troppo tardi”, il cantiere europeo è più avanti di quanto l’intervista registri e più indietro di quanto la scadenza richieda. Il 30 luglio è uscito il bando per le AI Gigafactory: fino a sette impianti e dieci miliardi di euro pubblici per mobilitarne almeno venti privati; le offerte chiudono il 12 novembre, aggiudicazioni attese a inizio 2027; l’Italia prepara una candidatura coordinata attorno a Leonardo, Eni, AI4I e altri partner. Il Cloud and AI Development Act del 3 giugno gradua su quattro livelli le garanzie per il cloud delle amministrazioni, mentre la quota europea del mercato cloud scendeva dal 29 al 15 per cento fra 2017 e 2022. Sull’altro piatto pesa il rinvio, concordato a maggio, degli obblighi per i sistemi ad alto rischio autonomi dell’Allegato III, dal 2 agosto 2026 al 2 dicembre 2027: un’Unione che posticipa le regole prima di possedere le macchine dice dove siamo. Resta scoperta la leva decisiva, la domanda: nei sette paesi europei del campione del Rapporto Strategico CED 2026 “High-Tech Economy” ogni dollaro di valore aggiunto ad alta tecnologia genera 3,9 dollari di prodotto in tre anni, contro 1,28 dei settori tradizionali, e l’Italia concentra il 70,9 per cento della ricerca privata in settori che pesano il 10,9 per cento del valore aggiunto. Il moltiplicatore c’è; manca il committente che lo attivi: per questo, anche su queste colonne, abbiamo proposto la capacità di calcolo avanzato come public utility industriale.
Un’annotazione, perché in una tesi costruita sull’orologio la precisione è la valuta. L’Argentina che “ha appena deciso di autorizzare le aziende gestite esclusivamente dall’IA”, scrive Harari, ha a oggi una proposta del governo Milei all’esame del Congresso, contestata in patria e ancora bisognosa di esseri umani ai vertici. Gli 80 miliardi che SpaceX avrebbe raccolto “l’anno scorso” da privati slittano di natura e di calendario: la vendita secondaria del dicembre 2025 fissò una valutazione di 800 miliardi senza nuovo capitale; gli 85,7 raccolti davvero arrivano dall’offerta pubblica iniziale chiusa in giugno. Mercato pubblico, anno in corso. Il fenomeno, capitale privato in scommesse ideologiche di scala sovrana, è reale, e proprio per questo merita ancore che tengano.
L’autunno dirà più delle profezie, fra il negoziato sul Cloud and AI Development Act e la corsa delle Gigafactory con l’Italia in campo: è lì che si misura, molto prima della superintelligenza, la distanza fra il vassallo e l’attore. Credo che a quell’intervista l’Europa debba la domanda giusta: chi comanda nell’età degli agenti artificiali. Ma la profezia conta gli anni che restano; la politica industriale, invece, li spende.
















