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Ecco chi paga (in Russia) il conto della guerra contro l’Ucraina

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Non c’è solo la crisi del carburante a instillare nel popolo russo il ragionevole dubbio che l’aggressione all’Ucraina non abbia più senso. Ci sono economie locali che si stanno sgretolando, nel pressoché totale disinteresse del Cremlino. Che, per ora, non rischia una crisi politica

Quanto vale una vittoria sul campo, ammesso e non concesso che di vittoria si tratti? Per Vladimir Putin tanto, per il popolo russo, troppo. La differenza è sottile, ma c’è. Perché se oggi la Russia è in condizioni economiche disastrose, senza più un gallone di carburante e con le vendite di petrolio al lumicino, è proprio per colpa di un conflitto il cui costo è sfuggito di mano allo stesso governo federale. E alla fine, il conto della guerra mossa contro l’Ucraina quattro anni e mezzo fa, lo pagano i territori, le province. Secondo gli economisti dell’Atlantic Council, però, al Cremlino potranno continuare ancora per poco a far finta di nulla.

“La situazione finanziaria del Cremlino sta peggiorando, con l’aumento delle spese militari, il calo delle entrate energetiche e la crescente dipendenza da tasse più elevate e prestiti bancari agevolati”, premette un report uscito proprio in questi giorni. “La crescente campagna di droni condotta dall’Ucraina sta destabilizzando l’economia russa, esercitando una pressione che difficilmente potrà essere contrastata dalla sola politica monetaria”. Quest’ultimo riferimento è alla Banca centrale russa, che si trova in una situazione di grandissima difficoltà. Da una parte deve mantenere alti i tassi (oggi sono al 14%) elevati per fronteggiare l’inflazione, dall’altra non può alzarli troppo per non strozzare quel poco di crescita rimasta.

Eppure la sostanza non cambia, tra Mosca e i territori è in atto ormai uno scollamento di vedute. Quasi una diversa percezione della realtà. Il conto, però, lo pagano solo i secondi. “In Russia”, scrive ancora l’Atlantic Council, “la carenza di beni di prima necessità ha un peso politico significativo. Nel 1990, poco più di un anno prima del crollo dell’Unione Sovietica, la penuria di sigarette scatenò proteste diffuse. Potrebbero i beni di consumo che creano dipendenza oggi, benzina, tablet e smartphone, svolgere lo stesso ruolo fatale? È probabile che i funzionari russi continuino ad attribuire la colpa sia del pericolo che dei disagi a un nemico esterno, rafforzando così la tesi a favore della continuazione della guerra. Ma la verità è che il Cremlino rimane disposto a mettere a rischio i bilanci regionali e sociali, le piccole imprese e le banche pur di prolungare il conflitto”.

Allora Putin può cadere, sotto il peso del malcontento, della fame, del disagio popolare. No, non ancora. Almeno secondo altri esperti, quelli del Soufan Center. “La crisi del carburante e i possibili effetti a catena sull’economia, tra cui la carenza benzina e gasolio necessari per alimentare i macchinari agricoli e rifornire i camion durante il raccolto di metà estate, hanno avuto un impatto negativo sul sostegno alla guerra. Ma non una correlazione diretta con il sostegno al presidente Putin, il che indica che una crisi politica è alquanto improbabile”. Per ora.


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