Tra pressioni migratorie, sospensione di Schengen e tensioni tra Roma e Madrid, l’Europa torna a dividersi su una sfida che richiederebbe invece una risposta comune. Ma mentre guerre, energia e competizione geopolitica impongono scelte strategiche, il rischio è che l’immigrazione assorba ancora una volta energie e capitale politico. E che le logiche nazionali prevalgano proprio quando all’Europa servirebbe maggiore unità
Le emergenze da affrontare non mancano. Pur in pausa estiva. La siccità che vediamo prosciugare fiumi e laghi, sta mettendo in ginocchio l’agricoltura europea. Le risorse che l’Ue ha in serbo per sostenerla non bastano. Hormuz non riapre – adesso è l’Iran a dettare le condizioni. Donald Trump, a corto di missili e, soprattutto di idee, incassa. Anche il “no” di Benjamin Netanyahu sul piano per il disarmo di Hamas. Eppure, in bilico fra gli ozi di Ferragosto e i cannoni di agosto – tuonano non molto lontano, nelle grandi pianure del continente e nel non lontano Medio Oriente, l’Europa non trova di meglio che litigare sulla libera circolazione entro i propri confini – in piena stagione turistica, in calura record, fra due nazioni, Italia e Spagna, che di turismo vivono. Possibile che non abbiano di meglio da fare che dividersi sui rivoli della pressione immigratoria cui l’intero continente è sottoposto, con danno reciproco?
L’immigrazione è una sfida seria. E non va sottovalutata. Per due motivi: le tensioni che provoca nel tessuto sociale, specie in contesti nazionali e locali con scarsa capacità e limitata esperienza di integrazione e assorbimento dei flussi; perché sull’immigrazione, ovvero sul suo mancato controllo, cadono governi e maggioranze parlamentari. In democrazia le due dinamiche si sovrappongono. Nessun governo, o forza politica rispettabile, può permettersi il lusso di prendere alla leggera l’effetto dell’immigrazione su opinioni pubbliche ed elettorati. Ne va della stabilità politica nazionale e, in un’ottica allargata, dell’intero continente – Unione europea ma anche Regno Unito. C’è sempre chi è pronto a strumentalizzarla. Pur del tutto a sproposito. Brexit è un caso di scuola. L’immigrazione illegale nel Regno Unito è aumentata dopo l’uscita dall’Ue, pur essendo stata usata come potente motivazione nella campagna per far votare “leave”.
Per l’Europa la difficoltà sta nelle cause alla radice delle fortissime pressioni migratorie cui è sottoposta. Radicate nella demografia. Con un calzante parallelo Ettore Sequi, sulla Stampa, ha parlato di “casa di riposo europea davanti alla quale cresce il grande asilo africano”. Oppure proviamo ad immaginare l’Europa come un vaso che si sta svuotando mentre quello africano trabocca. In base alla legge dei vasi comunicanti il secondo tenderà a riversare flussi nel primo. A meno di sostenere che Europa e Africa non sono comunicanti. Sarebbe la prima volta da tre millenni. Dimenticando gas e Piano Mattei.
Le migrazioni sono una costante della storia. Per convergenza geopolitica e geoeconomica, l’Europa e i Paesi europei non possono che convivere con l’immigrazione dall’Africa. La sfida va affrontata avendo ben presenti due essenziali corollari. Primo, la futilità del dividersi mettendo toppe nazionali a un problema collettivo – Brexit docet. Secondo, non è l’unica sfida che l’Europa deve affrontare, e neanche la principale (e le guerre che ci circondano? E il caro energia?). Non deve diventare la dimensione che assorbe tutte le energie e il capitale politico dei governi nazionali e di Bruxelles nel ruolo di mediatore. La controversia apertasi fra Roma e Madrid, dopo il massiccio ingresso di illegali a Ceuta e la temporanea sospensione di Shengen alla Spagna da parte dell’Italia, viene cospicuamente meno ad entrambi.
Le responsabilità – o irresponsabilità – sono reciproche. I tre-quattromila illegali rimasti a Ceuta non possono direttamente giovarsi della libera circolazione nell’area Shengen; lo potranno fare dalla Spagna, una volta ammessivi – finora circa soltanto 900 minori. Flusso residuale a dir molto. E quando? Se la sospensione di Shengen è “temporanea”, come ha assicurato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, a cosa serve? Oltre che a creare disagio e malanimi agli aeroporti e posti frontiera, al picco di affollamento? Da parte spagnola, le rassicurazioni sono arrivate solo dopo la protesta di ben 22 partner Ue, e senza alcun tentativo di conciliazione con l’Italia. Anzi. Sul piano diplomatico, Madrid ha riservato le critiche all’Italia mentre trattava con i guanti di velluto il Marocco il cui comportamento nella vicenda dell’improvvisa fuga verso Ceuta era stato quanto meno evanescente. A Roma come a Madrid una miopia di politica interna – elezioni l’anno prossimo – ha prevalso sulla capacità di far fronte comune a un problema comune.
La crisi di Ceuta – che potrebbe ripetersi a giorni – aveva colto Pedro Sánchez sulla difensiva con l’Ue e l’area Shengen causa la regolarizzazione di circa un milione di illegali senza consultare i partner. Quel milione di illegali gode adesso della libera circolazione. A questo unilateralismo spagnolo, che ha irritato Bruxelles e tutti i partner – come si fa ad avere una politica immigratoria comune, se chiunque può andare per conto suo? – l’Italia ha risposto con un eccesso di reazione, in concreto di scarsissima utilità. Oltre che incrinare i tentativi di strategia immigratoria comune, questo litigio sta distraendo l’Europa dalle sfide economiche e geopolitiche più impellenti. Proprio mentre dall’America di Trump giungono segnali di debolezza che legittimano molte scelte europee – sull’Ucraina, sull’Iran, sulla Nato, sulla difesa. Questo è il momento di tenerle ferme. Ma ci vuole unità non divisioni.
















