Il problema non è un generale in congedo che fa politica. Il problema nasce quando l’uniforme diventa strumento di propaganda politica. L’uniforme non dovrebbe mai diventare un manifesto elettorale. Il generale della Guardia di Finanza in congedo Alessandro Butticé, primo militare italiano in servizio, nel 1990, nelle Istituzioni Ue, autore di “Io, l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo” commenta la candidatura a sindaco di Milano del generale Carmelo Burgio
La candidatura del generale dei Carabinieri Carmelo Burgio a sindaco di Milano, annunciata da Roberto Vannacci per Futuro Nazionale, come candidatura di chi saprebbe “rastrellare Rogoredo” merita a mio avviso una riflessione che vada oltre le simpatie o antipatie politiche.
Conosco il valoroso profilo militare e professionale di Burgio e, dopo l’annuncio, gli ho indirizzato una lettera aperta. Non per contestargli il diritto di candidarsi, che considero sacrosanto, ma per esprimergli un auspicio: che continui a tenere alto il prestigio conquistato in una lunga carriera al servizio dello Stato e contribuisca, anche entrando nell’agone politico, a mantenere l’Arma dei Carabinieri e tutte le Forze Armate patrimonio comune e rispettato da tutti italiani, e non solo da una parte.
Due generali, due percorsi diversi
Credo infatti sia necessario evitare un equivoco. Burgio e Vannacci sono entrambi generali, ma le rispettive vicende militari presentano differenze che non possono essere ignorate.
Carmelo Burgio ha concluso una carriera di altissimo profilo raggiungendo il grado vertice di generale di Corpo d’Armata, dopo incarichi operativi e di comando in Italia e all’estero, senza mai avere demeritato. Il Quirinale, conferendogli nel 2017 l’insegna di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica, e nel 2021 quella di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, ne ha ricordato le elevate doti di comando, le capacità professionali e il coraggio dimostrato nelle operazioni internazionali.
Roberto Vannacci, invece, non ha raggiunto il grado vertice dell’Esercito, prendendo atto che la sua carriera era finita prima di pubblicare, ancora in servizio, il suo controverso libro “Il Mondo al contrario”. Per questo intervento a gamba tesa nel dibattito politico nazionale, deluso probabilmente dal ministro della Difesa Crosetto, al quale con il suo libro libro credeva forse di strizzare politicamente l’occhio e avere ancora qualche possibilità di carriera, è stato destinatario di due pesanti sanzioni disciplinari di stato: 11 mesi per “Il Mondo al contrario” e, secondo quanto recentemente riportato dai media, altri 12 mesi per “Il coraggio vince”. Ventitré mesi complessivi di sospensione dal grado.
Già nel febbraio 2024 ricordavo su Formiche.net come la prima sanzione facesse riferimento alla lesione della neutralità e terzietà della Forza Armata e alla compromissione del prestigio e della reputazione dell’amministrazione.
Non è una distinzione marginale. Perché disciplina e onore, per un militare, non sono formule retoriche da cerimonia. Sono parole che la Costituzione riporta all’articolo 54, oltre che nella formula del solenne giuramento che Vannacci, come tutti gli Ufficiali, ha prestato ben due volte.
Il militare in congedo è un cittadino con pieni diritti
Su un punto voglio essere chiarissimo: un militare in congedo (a differenza di quelli in servizio, per i quali valgono i limiti previsti dall’articolo 98 della Costituzione) ha gli stessi diritti politici degli altri cittadini. Può iscriversi a un partito, candidarsi, essere eletto, diventare sindaco, presidente di una regione, parlamentare o ministro.
La storia repubblicana conosce numerosi militari che, terminato il servizio, sono entrati in politica. Non vedo nulla di scandaloso.
Come scrivevo già a proposito di Vannacci, la Costituzione riconosce che anche i militari sono cittadini seppure con alcuni limiti previsti dall’art. 98. Ma la Militarità, che è ben diversa dal militarismo, che ne è la sua caricatura, comporta una particolare etica della disciplina, dell’onore, del dovere e del servizio, proprio perché a chi veste l’uniforme la Repubblica affida il compito supremo della difesa della Patria e della salvaguardia delle libere istituzioni.
Uso strumentale e dannoso dell’uniforme
Il problema, dunque, non è un generale in congedo che fa politica. Il problema nasce quando l’uniforme diventa strumento di propaganda politica. L’uniforme non dovrebbe mai diventare un manifesto elettorale
Confesso infatti che non trovo bello vedere campagne politiche condotte utilizzando sistematicamente immagini in uniforme, gradi, mostrine, baschi e simboli militari. Non perché un generale debba rinnegare la propria storia. Sarebbe assurdo pretenderlo. Quella storia gli appartiene e può legittimamente rivendicarla.
Ma l’uniforme non appartiene soltanto a chi l’ha indossata. Rappresenta un’Istituzione e, attraverso essa, lo Stato.
Nella nostra Repubblica sono stati diversi i militari in congedo entrati nell’agone politico. Non ricordo però altri casi nei quali l’uniforme sia stata trasformata con tale continuità in elemento identitario di una campagna politica personale come è avvenuto con Vannacci. Fatto salvo per il molto singolare caso del generale Pappalardo.
Già nel 2024 osservavo che buona parte della sua notorietà politica derivava precisamente dall’essere percepito come “il Generale”: affermazioni che, pronunciate da un qualunque signor Rossi, difficilmente avrebbero avuto lo stesso impatto mediatico.
Le Forze Armate appartengono anche a chi non voterà Burgio o Vannacci
È questo il punto sul quale insisto dall’agosto 2023, e che mi porta a definire Vannacci un “Generale al contrario“, rispetto alla mia visione di vecchio Militare in congedo, figlio di un Militare. Le Forze Armate non sono di destra. Non sono di sinistra. Non sono sovraniste, progressiste, conservatrici o europeiste. Sono della Repubblica.
E devono poter essere percepite come proprie anche dal cittadino che non voterà mai Vannacci, Burgio o Futuro Nazionale. Nel 2024 concludevo il mio articolo su Formiche.net con un ammonimento che oggi considero ancora più attuale: “Forze Armate e Forze di Polizia sono patrimonio di tutti. E vanno tenute fuori dalla lotta politica. Nell’interesse di tutti”.
Non era una posizione contro la destra. E non lo è oggi. È una posizione a tutela delle Forze Armate, proprio contro certa sinistra faziosa che talvolta tende a rappresentare chi porta una divisa come naturalmente appartenente a una determinata area politica. Alimentare questa identificazione sarebbe un regalo proprio a quella caricatura.
Il mio augurio al Generale Burgio
Per questo nella lettera che gli ho inviato ho augurato al generale Burgio buon vento.
La sua candidatura è pienamente legittima. Saranno i milanesi a giudicarne programma, idee e capacità amministrative. Non solo quelle di “rastrellare Rogoredo” e contenere i “maranza”. E il suo immacolato curriculum militare appartiene alla sua storia personale.
Il mio auspicio è semplicemente che sia messo nelle condizioni di dimostrare, anche nella nuova avventura, quella disciplina istituzionale e quell’onore che gli hanno consentito di raggiungere i vertici della carriera nell’Arma e le meritate onorificenze ricevute dal Presidente della Repubblica.
Un generale in congedo può diventare uomo politico.
L’Arma dei Carabinieri, l’Esercito, la Guardia di Finanza e tutte le nostre Forze Armate e di Polizia invece, devono restare fuori dalla politica. Dovrebbe valere anche per la Magistratura. Ma questo, ahimé, oltre che un brutto esempio per i difensori del Vannacci in uniforme, è un altro discorso, cui abbiamo dedicato altre pagine, anche su questa testata.
Devono restare fuori dalla politica perché l’uniforme che abbiamo avuto l’onore di indossare non rappresenta una parte dell’Italia.
Rappresenta l’Italia.
















