Skip to main content

Meloni sbaglia su Schengen ma ha ragione su Ceuta. La lezione alla sinistra italiana

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

La crisi di Ceuta mostra il limite della chiusura delle frontiere interne, ma anche la necessità di una strategia europea sui confini. Una linea che i socialisti nordici hanno già fatto propria. Il commento di Salvatore Di Bartolo

C’è una cosa che Giorgia Meloni ha sbagliato e una che, invece, ha fatto molto bene nella vicenda di Ceuta. La prima è aver evocato, e poi fatto scattare, i controlli alle frontiere con la Spagna. La seconda è aver capito che la questione migratoria non può più essere lasciata al teatro delle tifoserie politiche, ma deve tornare a essere una questione europea, di sicurezza, di confini e di responsabilità.

Partiamo dall’errore. Bloccare Schengen con la Spagna, soprattutto in questo momento, è stata una scelta profondamente sbagliata. Principalmente perché trasformare una crisi che riguarda la frontiera esterna dell’Unione in una crisi fra due Paesi membri significa colpire esattamente uno degli strumenti che l’Europa dovrebbe invece difendere. I controlli italiani hanno innescato una reazione spagnola, con Madrid che ha a sua volta introdotto controlli sui collegamenti con l’Italia. Bruxelles ha dovuto richiamare entrambi alla necessità di preservare la fiducia dentro Schengen.

È difficile immaginare un momento peggiore per dare l’impressione che l’Europa possa tornare a essere un insieme di frontiere nazionali che si chiudono l’una contro l’altra. Se l’obiettivo è difendere le frontiere esterne, non si può indebolire quella interna. Se il problema è Ceuta, la risposta deve essere europea e deve riguardare Ceuta, il rapporto con il Marocco, i rimpatri e la capacità della Spagna di controllare la propria frontiera esterna.

Insomma: Giorgia Meloni ha avuto ragione a vedere un problema enorme, ma torto a scegliere lo strumento sbagliato.

Dopodiché proprio Meloni ha mostrato di avere imboccato una strada politica molto più intelligente di quella suggerita dalla polemica quotidiana.

La lettera firmata insieme alla premier danese Mette Frederiksen e sottoscritta da 22 capi di governo europei è infatti il vero punto politico della vicenda. Italia e Danimarca hanno chiesto una risposta europea immediata alla crisi di Ceuta: rafforzamento delle frontiere esterne, contrasto all’immigrazione illegale, sostegno alla Spagna, maggiore cooperazione con il Marocco e piena attuazione degli strumenti europei già esistenti. E, soprattutto, hanno ricordato che gli Stati devono poter utilizzare, quando necessario e nel rispetto del diritto europeo, controlli temporanei alle frontiere interne per fronteggiare rischi concreti.

Questa è la via maestra. Non la chiusura di Schengen. Non la contrapposizione fra Roma e Madrid. Non la trasformazione di ogni emergenza migratoria in una gara tra tifoserie.

La strada è una politica europea delle frontiere. Ed è qui che arriva la lezione sonora per la sinistra italiana. Perché a impartirla non sono governi conservatori o sovranisti. Ci sono soprattutto socialisti e socialdemocratici del Nord Europa che hanno capito una cosa elementare: governare l’immigrazione non significa essere contro gli immigrati.

Frederiksen è l’esempio più evidente. La Danimarca socialista ha da tempo costruito una politica migratoria molto più severa di quella che una parte della sinistra italiana continua a considerare compatibile con la propria identità. Non perché i danesi siano diventati improvvisamente di destra, ma perché la socialdemocrazia nordica ha compreso che uno Stato sociale, per essere sostenibile e per mantenere consenso, deve poter governare ingressi, integrazione, rimpatri e sicurezza.

È il ritorno del realismo nella politica progressista. E proprio questo dovrebbe accendere un faro sul dibattito italiano. Perché mentre una parte della sinistra continua a pensare che parlare di confini significhi necessariamente fare il gioco della destra, una parte della sinistra europea ha capito che ignorare i confini significa regalare alla destra il monopolio del problema.

La questione non è scegliere fra accoglienza e chiusura. È stabilire chi decide, secondo quali regole e con quali strumenti. Un sistema che non sa distinguere tra immigrazione regolare e irregolare, tra rifugiato e migrante economico, tra diritto d’asilo e ingresso clandestino, finisce inevitabilmente per essere ingiusto verso tutti: verso chi arriva legalmente, verso chi ha davvero bisogno di protezione e verso i cittadini dei Paesi di destinazione.

La lettera Meloni-Frederiksen va dunque letta soprattutto come un tentativo di spostare il baricentro del confronto sul tema. La domanda da porsi, a questo punto, non è più se l’Europa debba essere aperta a tutti o chiusa. La domanda è se l’Europa voglia essere capace di governare o meno i propri confini.

E su questo terreno la sinistra italiana rischia di trovarsi drammaticamente indietro rispetto ai propri omologhi europei.

Non è un paradosso da poco. Sono proprio i socialisti nordici, quelli che difendono lo Stato sociale con maggiore determinazione, ad aver compreso che senza controllo dei confini lo Stato perde una parte della propria capacità di decidere. E sono loro, oggi, a ricordare alla sinistra italiana che realismo e solidarietà non sono concetti incompatibili.

Al contrario, possono essere complementari. La solidarietà europea non consiste nel lasciare sola la Spagna mentre affronta una crisi alla frontiera. Consiste nel mettere a disposizione risorse, uomini, strumenti diplomatici e capacità di rimpatrio. La solidarietà fra Stati membri non consiste nel chiudere le frontiere gli uni contro gli altri. Consiste nel fare in modo che una frontiera esterna sia davvero una frontiera europea.

È questa una contraddizione che Meloni deve risolvere anche per se stessa: se vuole essere davvero un leader europeo capace di costruire consenso attorno alla questione migratoria, deve smettere di confondere la fermezza con la chiusura delle frontiere interne.

La fermezza vera è un’altra cosa. È dire alla Spagna: non sei sola. È dire al Marocco: la frontiera europea non è negoziabile. È dire ai trafficanti: il vostro modello di business deve finire. È dire a chi entra illegalmente: l’ingresso non garantisce automaticamente il diritto a restare. Ed è dire agli europei: Schengen non è il problema. È una delle conquiste da difendere, proprio perché possiamo permetterci frontiere interne aperte soltanto se siamo capaci di proteggere seriamente quelle esterne.

Per questo la vicenda di Ceuta consegna a tutti — alla sinistra italiana, ma anche a Meloni — una lezione da cogliere. La premier ha sbagliato a colpire Schengen. Ha fatto bene, invece, a costruire, insieme alla socialdemocrazia danese e ad altri governi europei, un fronte politico sul tema delle frontiere.

La seconda scelta è molto più importante della prima. Perché, se la destra europea vuole davvero cambiare la politica migratoria dell’Unione, deve fare esattamente questo: trasformare la paura in politica, la protesta in regole, l’emergenza in strategia europea.

E se la sinistra italiana vuole tornare credibile, dovrebbe avere l’umiltà di ascoltare la lezione che arriva dal Nord. Non c’è nulla di particolarmente rivoluzionario nel dire che un Paese deve controllare i propri confini. La vera rivoluzione, oggi, è avere il coraggio di dirlo senza apparire come un pericoloso sovranista.

È dunque il realismo che può salvare l’Europa. E, forse, anche la sinistra.


×

Iscriviti alla newsletter