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La Nuova Zelanda alza il livello su Pechino. Cosa dice il rapporto sullo spionaggio cinese

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Nel nuovo rapporto sulla sicurezza nazionale, l’intelligence di Wellington indica esplicitamente Pechino come il principale attore dello spionaggio straniero nel Paese. Nel mirino non ci sono soltanto informazioni governative, ma tecnologie, ricerca universitaria, aziende e infrastrutture spaziali. Una scelta di trasparenza che segna anche l’evoluzione della postura neozelandese all’interno dei Five Eyes

Per molto tempo la Nuova Zelanda è stata considerata, almeno nel dibattito sulla sicurezza occidentale, il componente più prudente dei Five Eyes quando si trattava di Cina. Oggi il quadro è diverso. Non perché Wellington abbia cambiato improvvisamente politica nei confronti di Pechino, ma perché la sua intelligence ha scelto di parlare con una precisione che lascia poco spazio alle formule diplomatiche.

Lo mostra il Security Threat Environment 2026, il rapporto annuale pubblicato dal New Zealand Security Intelligence Service (NzSis). La frase più significativa è anche una delle più semplici: diversi Stati conducono attività di spionaggio contro la Nuova Zelanda, scrive il servizio, ma la Repubblica popolare cinese è “l’unico Paese” del quale siano state individuate operazioni di questo tipo su larga scala.

È su questa scelta di chiamare Pechino per nome che si concentra un’analisi pubblicata dal Lowy Institute. Negli ultimi quattro anni, osserva, il NzSis ha progressivamente reso più espliciti i suoi avvertimenti sulle attività riconducibili agli apparati cinesi: dalla ricerca di informazioni all’influenza politica, fino alle pressioni esercitate sulle comunità cinesi presenti nel Paese. Una linea pubblica che contrasta con la tradizionale cautela attribuita a Wellington sui dossier più sensibili riguardanti la Cina.

Non soltanto documenti classificati

Il rapporto aiuta soprattutto a capire come sia cambiato il concetto stesso di spionaggio. L’obiettivo non è necessariamente entrare in possesso di un dossier segreto custodito da un ministero. Per il NzSis, Stati stranieri e loro intermediari cercano oggi proprietà intellettuale, tecnologie innovative, dati non pubblici, informazioni sui processi decisionali e conoscenze maturate nelle imprese e nelle università.

Gli attori statali, avverte il servizio, hanno un “vorace appetito” per tutto ciò che può assicurare un vantaggio sulla Nuova Zelanda o sui suoi partner. E le modalità utilizzate possono essere molto differenti: attacchi informatici, società di copertura, rapporti commerciali apparentemente legittimi, collaborazioni accademiche e reclutamento di persone che dispongono di accessi privilegiati. Il NzSis prevede inoltre che la frequenza delle attività di spionaggio aumenterà nei prossimi dodici mesi.

Un capitolo specifico riguarda le università. Il problema, precisa il rapporto, non è la cooperazione scientifica in sé, che Wellington continua a considerare essenziale, ma l’utilizzo di programmi accademici e di reclutamento dei talenti come copertura per ottenere tecnologie e proprietà intellettuale.

Il confine è diventato ancora più difficile da tracciare con la crescita delle tecnologie dual use. Intelligenza artificiale, droni commerciali e altri strumenti sviluppati originariamente per finalità civili possono essere adattati a impieghi militari. Per questo il NzSis invita università e centri di ricerca a conoscere meglio interlocutori, finanziamenti e destinazione finale delle tecnologie condivise.

Il caso dell’osservatorio cinese

Tra gli esempi riportati nel documento ce n’è uno particolarmente indicativo, perché riguarda il settore spaziale neozelandese.

Il Purple Mountain Observatory, istituto con sede nella Repubblica popolare e legami con il governo cinese, avrebbe cercato nell’ultimo anno di installare in Nuova Zelanda infrastrutture terrestri per attività spaziali. Secondo il NzSis, l’organizzazione stava lavorando con un’azienda locale probabilmente inconsapevole delle potenzialità dell’apparato installato e del valore militare delle informazioni che avrebbe potuto raccogliere.

Il punto è geografico prima ancora che tecnologico. La posizione della Nuova Zelanda e delle isole del Pacifico permette di osservare e comunicare con satelliti che attraversano l’Asia-Pacifico in aree nelle quali la copertura delle infrastrutture terrestri è meno capillare. Secondo l’intelligence neozelandese, dati apparentemente raccolti per finalità scientifiche possono quindi fornire informazioni utilizzabili anche per attività militari o di intelligence.

L’operazione legata al Purple Mountain Observatory è stata interrotta dal NzSis insieme ad altre agenzie. Il servizio precisa però che non si trattava del primo tentativo dell’organizzazione di installare proprie infrastrutture nel Paese e ritiene improbabile che sia l’ultimo.

I falsi recruiter e il fronte Five Eyes

C’è poi un metodo molto meno sofisticato tecnologicamente, ma forse più difficile da intercettare: offrire un lavoro.

A giugno il NzSis aveva già aderito a un avvertimento congiunto dei Five Eyes – insieme ai servizi di Australia, Canada, Regno Unito e Stati Uniti – sull’utilizzo da parte dell’intelligence militare cinese di piattaforme professionali e siti per la ricerca di lavoro allo scopo di individuare persone con accesso a informazioni sensibili.

Nel rapporto appena pubblicato il meccanismo viene descritto nel dettaglio. Falsi consulenti, think tank o società di recruiting pubblicano annunci rivolti a esperti di politica estera, difesa, sicurezza e relazioni internazionali. I candidati vengono valutati in base alle informazioni cui hanno avuto accesso e possono inizialmente ricevere denaro per produrre semplici analisi. In seguito le richieste diventano più sensibili, mentre le comunicazioni vengono trasferite su piattaforme cifrate. I bersagli privilegiati sono funzionari o ex funzionari pubblici con esperienza su materiale classificato o riservato.

Non è soltanto un problema neozelandese. È precisamente questa dimensione transnazionale ad avere spinto i cinque servizi a pubblicare un avvertimento comune.

Una Nuova Zelanda meno reticente

La novità, dunque, non consiste nella scoperta che l’intelligence cinese operi all’estero. Sta nella volontà di Wellington di descrivere pubblicamente ciò che vede e di attribuirne la responsabilità quando ritiene di avere elementi sufficienti per farlo.

È un cambiamento tutt’altro che secondario per un Paese che deve continuare a bilanciare apertura economica, rapporti con Pechino e appartenenza alla comunità di intelligence anglosassone. Lo stesso NzSis tiene a precisare che l’esistenza del rischio non significa che le imprese neozelandesi debbano rinunciare a lavorare con la Cina: l’indicazione è piuttosto quella di affrontare questi rapporti con gli «occhi aperti» e con procedure di sicurezza e due diligence adeguate.

Il contesto politico rende il passaggio ancora più delicato. A giugno Pechino ha vietato per un anno l’ingresso in Cina, Hong Kong e Macao a quattro parlamentari neozelandesi che avevano partecipato a una visita a Taiwan. Il governo di Christopher Luxon ha definito la misura inappropriata e ha deciso di sollevare direttamente la questione con le autorità cinesi.

E il 7 novembre la Nuova Zelanda andrà alle urne. Il NzSis afferma di avere già osservato attività di interferenza straniera rivolte a politici, candidati e persone politicamente influenti, pur valutando improbabile che possano determinare il risultato delle elezioni. Secondo il servizio, la Cina rimane inoltre il Paese più attivo nelle attività di interferenza straniera rilevate sul territorio neozelandese.


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