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La Difesa italiana ridisegna il modo di pensare la potenza militare. L’analisi di Preziosa

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Velocità decisionale, integrazione multidominio, massa, resilienza industriale e innovazione continua diventano i pilastri della nuova superiorità militare. Le lezioni di Ucraina e Iran mostrano che il vantaggio dipende sempre meno dalla singola piattaforma e sempre più dalla capacità dell’intero sistema della Difesa di apprendere, adattarsi e rigenerarsi più rapidamente dell’avversario. Il generale Pasquale Preziosa analizza l’Atto di indirizzo 2026 del ministro della Difesa destinato a orientare il ciclo di programmazione 2027

L’Atto di indirizzo 2026 del ministro della Difesa destinato a orientare il ciclo di programmazione 2027 e la programmazione pluriennale 2028-2029, merita di essere letto oltre la sua funzione istituzionale.

Nel documento emerge, infatti, una concezione dello Strumento militare coerente con l’evoluzione del pensiero strategico contemporaneo e, soprattutto, con alcune delle lezioni che stanno arrivando dalle guerre in Ucraina e in Iran. Non si tratta semplicemente di introdurre nuove tecnologie o di aumentare le capacità disponibili. Il cambiamento è più profondo: riguarda il modo di concepire il tempo, la massa, il comando e controllo, l’industria, l’innovazione e persino il rapporto tra pace, crisi e conflitto. Il punto di partenza è la trasformazione dell’ambiente strategico.

L’Atto descrive una competizione condotta simultaneamente nei domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cyber e nelle dimensioni cognitiva, informativa, elettromagnetica e subacquea. Ma aggiunge qualcosa di ancora più importante: l’accelerazione tecnologica comprime i tempi della decisione, mentre il potere dipende sempre più dal controllo dell’innovazione, delle competenze tecnologiche, delle reti globali e delle risorse strategiche. Intelligenza artificiale, dati, spazio e tecnologie emergenti stanno modificando gli stessi rapporti di forza tra gli Stati ed è una lettura che le guerre contemporanee stanno rendendo sempre più evidente.

Ucraina e Iran hanno mostrato, in contesti profondamente differenti, che la superiorità tecnologica non può essere considerata una condizione acquisita. L’avversario osserva, apprende, introduce contromisure e modifica tattiche e tecnologie. Il vantaggio operativo tende quindi a deteriorarsi rapidamente. L’Atto coglie bene questa trasformazione quando osserva che il tempo utile per comprendere, decidere e reagire si è drasticamente ridotto e che le minacce possono evolvere attraverso cicli che ormai si completano nell’ordine delle settimane. Ne deriva una formulazione particolarmente efficace: “il vantaggio operativo è di chi comprende prima e decide più rapidamente”.

La guerra in Ucraina ne rappresenta probabilmente il laboratorio più evidente. Droni, guerra elettronica, software, comunicazioni, sensori e sistemi di targeting vengono modificati continuamente in risposta alle contromisure dell’avversario e la soluzione efficace oggi può perdere rapidamente efficacia domani. Per questo l’Atto propone di trasformare lo stesso ciclo di pianificazione. I modelli rigidi, fondati prevalentemente su cicli lunghi e aggiornamenti annuali, non sono più sufficienti. Il ciclo integrato dovrebbe diventare continuo e adattivo, con sotto cicli infrannuali di verifica e riallineamento. Ancora più importante, la pianificazione dovrebbe progressivamente spostarsi dalle singole piattaforme agli effetti operativi da conseguire.

È un cambiamento sostanziale: non partire più dallo strumento disponibile per stabilire cosa può fare, ma dall’effetto necessario per individuare quale combinazione di strumenti possa produrlo.

La stessa impostazione emerge nella parte dedicata all’integrazione interforze e al comando e controllo multidominio. L’Atto chiede di costruire un’architettura operativa comune capace di collegare “sensori, dati, forze ed effetti”. Il comando e controllo deve diventarne il perno, garantendo unità d’indirizzo ma anche “massimo decentramento esecutivo”, perché il problema fondamentale è ridurre il tempo tra comprensione della minaccia, decisione ed effetto operativo: “vedere prima, decidere prima e agire prima” e questo è uno dei passaggi più significativi del documento.

La centralità non appartiene più necessariamente alla singola piattaforma, per quanto sofisticata, ma alla capacità della piattaforma di entrare in una rete nella quale sensori distribuiti, sistemi di comunicazione, capacità di elaborazione, decisori ed effettori concorrono alla produzione dell’effetto. Le lezioni dell’Ucraina vanno precisamente in questa direzione. La diffusione dei sensori e dei sistemi unmanned, la sorveglianza persistente, la guerra elettronica e la capacità di collegare rapidamente scoperta e ingaggio stanno rendendo sempre più vulnerabili le concentrazioni di forze e le architetture di comando e logistiche eccessivamente centralizzate. Il valore militare dipende sempre più dalla qualità e dalla velocità delle connessioni.

Una seconda grande lezione riguarda la massa. Per molti anni una parte importante della trasformazione militare occidentale si è basata sull’idea che un numero relativamente ridotto di sistemi tecnologicamente superiori potesse compensare la riduzione quantitativa delle forze.

Ucraina e Iran stanno mostrando i limiti di questo paradigma. L’Atto lo afferma senza ambiguità: la guerra ad alta intensità ha confermato “il ritorno della massa”, pur precisando che si tratta di una massa dispersa, coordinata e resiliente. E aggiunge: “i mezzi più sofisticati, se disponibili solo in numero limitato, non bastano”. Occorrono profondità industriale, scorte, munizionamento e capacità di produrre rapidamente sistemi economici e facilmente moltiplicabili. La guerra in Iran ha reso evidente un altro aspetto del problema: la sostenibilità economica della difesa.

Missili, droni e attacchi saturanti impongono di considerare non soltanto la probabilità tecnica di intercettazione, ma il rapporto tra il costo dell’attacco e quello della difesa. Impiegare sistematicamente sistemi estremamente sofisticati e costosi contro minacce economiche e disponibili in grandi quantità può diventare insostenibile in un confronto prolungato. È precisamente la logica adottata dall’Atto per lo Scudo della Difesa Nazionale ed Europeo.

La futura difesa aerospaziale multilivello dovrà integrare intelligence, satelliti, early warning e differenti sistemi di contrasto, scegliendo “di volta in volta lo strumento più adatto, economico e disponibile”. L’intelligenza artificiale dovrà contribuire ad accelerare classificazione, decisione e selezione della risposta più efficace e sostenibile. Il principio che emerge è importante: non utilizzare necessariamente il sistema tecnologicamente più avanzato, ma produrre l’effetto necessario attraverso la combinazione più appropriata e sostenibile di capacità. Da Ucraina e Iran emerge anche una terza lezione: una guerra prolungata non viene sostenuta soltanto dalle Forze armate schierate ma dall’intero sistema che permette loro di continuare a combattere.

Per questo appare particolarmente significativa la scelta dell’Atto di considerare la base industriale nazionale ed europea della Difesa “parte integrante della capacità operativa”. La sicurezza dipende dalla possibilità di produrre, riparare, aggiornare e sostituire rapidamente sistemi, componenti, munizionamento e materiali critici e questo è un cambiamento concettuale importante. La deterrenza non dipende soltanto dalla struttura delle forze, cioè dalle capacità disponibili all’inizio della crisi ma dipende anche dalla capacità di rigenerazione, dalla capacità di ricostituire scorte, sostituire perdite, riparare sistemi e aumentare la produzione. In una competizione prolungata, questa seconda dimensione può diventare decisiva.

Per questo il modello just in time, costruito intorno a scorte ridotte e forniture calibrate sulle necessità ordinarie, viene esplicitamente considerato insufficiente. Servono filiere resilienti, scorte strategiche, sicurezza degli approvvigionamenti, capacità produttiva e possibilità di aumentare rapidamente i volumi. La base industriale diventa così parte della deterrenza.

La guerra in Ucraina ha inoltre mostrato che l’innovazione non può più seguire esclusivamente il tradizionale percorso lineare che separa requisito, ricerca, sviluppo, acquisizione e impiego perché il campo di battaglia produce continuamente conoscenza. L’Atto recepisce chiaramente questa lezione quando chiede di collegare esperienza operativa, utilizzatori, industria, progettisti, settore tecnologico civile e sperimentazione in ambiente reale. Non si tratta, afferma il documento, di “innovare in astratto”, ma di trasformare rapidamente le lezioni operative in capacità utilizzabili.

Il procurement stesso viene conseguentemente reinterpretato come parte della capacità di adattamento: ciò che conta è il tempo necessario per trasformare un’esigenza operativa in requisito, sperimentazione, acquisizione e impiego. La capacità di apprendimento diventa una componente della capacità di combattimento. In questa nuova architettura assume un significato particolare l’intelligenza artificiale. L’Atto non la tratta come una tecnologia isolata. IA, high-performance computing, modellazione e simulazione, tecnologie quantistiche e sistemi autonomi devono essere integrati nei processi decisionali, nell’addestramento, nella logistica, nella pianificazione e nell’impiego operativo, ma il passaggio decisivo è quello successivo.

Il documento propone un sistema digitale integrato costruito intorno al dato, attraverso un’infrastruttura comune capace di collegare informazioni operative, logistiche, addestrative, industriali e amministrative e di renderle disponibili per analisi avanzata e supporto alle decisioni. L’obiettivo viene sintetizzato efficacemente: “Capire prima, decidere meglio e adattarsi più rapidamente”.

L’intelligenza artificiale diventa quindi parte dell’infrastruttura cognitiva della Difesa. La superiorità futura non dipenderà soltanto da chi possiederà l’algoritmo migliore o il sistema d’arma più avanzato, ma dalla capacità dell’intera organizzazione di trasformare dati ed esperienza in conoscenza, decisione e adattamento più rapidamente dell’avversario.

Molto interessante, da questo punto di vista, è anche l’introduzione dello Human Readiness Level, accanto al tradizionale Technology Readiness Level. Una tecnologia non diventa capacità operativa finché le persone non sono in grado di utilizzarla, comprenderla, adattarla e governarla.

La tecnologia, da sola, non produce superiorità che, invece, nasce dall’integrazione tra tecnologia, persone, organizzazione e processi. C’è infine un cambiamento ancora più profondo.

Cyber, pressione economica, disinformazione, sabotaggio, operazioni informative e minacce alle infrastrutture critiche stanno progressivamente erodendo la separazione tradizionale tra pace, crisi e guerra. L’Atto descrive infatti la guerra ibrida come una minaccia “continua, sotto soglia, adattiva e multidominio” e conclude che “non basta più contenere”: occorre una postura insieme difensiva e proattiva e la conseguenza strategica è rilevante.

Non possiamo più domandarci soltanto come vincere una guerra una volta iniziata. Dobbiamo domandarci come essere competitivi prima della guerra, durante la guerra e dopo la guerra.

In altre parole, non basta prepararsi a vincere il conflitto ma occorre essere in grado di vincere la competizione. L’Atto di indirizzo 2026, quindi,  appare pienamente inserito nell’evoluzione del pensiero strategico contemporaneo e mostra di aver assimilato molte delle lezioni provenienti dai conflitti in Ucraina e in Iran. Rimane però un ulteriore passaggio. La crescente complessità dell’ambiente internazionale rende sempre più difficile non soltanto prevedere ciò che accadrà, ma attribuire probabilità attendibili agli scenari futuri. La gestione tradizionale del rischio non è quindi sufficiente. Occorre sviluppare anche la capacità di navigare l’incertezza. Significa costruire diversità, ridondanza, modularità, sperimentazione, capacità adattiva e portafogli di opzioni, preservando libertà di azione anche quando l’evoluzione del sistema prende direzioni che non erano state previste. Alcuni di questi principi sono già presenti nell’Atto.

La Riserva, ad esempio, viene concepita secondo criteri di «prontezza, modularità, sostenibilità economica e scalabilità», le architetture spaziali devono assicurare ridondanza e resilienza, innovazione e sperimentazione devono essere continuamente alimentate dall’esperienza operativa.

È probabilmente questa la direzione nella quale proseguire, perché la vera discontinuità contenuta nell’Atto di indirizzo 2026 non consiste nell’individuazione di una nuova piattaforma o di una nuova tecnologia. Consiste nell’aver compreso che, nell’attuale ambiente strategico, la capacità decisiva è quella di un sistema della Difesa capace di apprendere, adattarsi e rigenerarsi più rapidamente dell’avversario. Ed è questa, oggi, una delle forme più importanti della superiorità strategica.


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