L’epidemia di Ebola Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo è già la seconda più grande mai registrata e, avverte l’Oms, procede più rapidamente di tutti i precedenti focolai. Il nodo della sorveglianza, la difficoltà di operare nelle aree di conflitto e la mancanza di un vaccino approvato. Ne abbiamo parlato con l’epidemiologo Massimo Ciccozzi
L’epidemia di Ebola che sta colpendo la Repubblica Democratica del Congo continua a correre. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità, sono stati segnalati 4.449 casi confermati e 2.061 decessi, distribuiti in cinque province e 53 zone sanitarie. Circa il 90% dei casi e l’80% delle morti si concentra nella provincia di Ituri. È già la seconda epidemia di Ebola più grande mai registrata e, soprattutto, quella che si sta diffondendo più rapidamente.
I numeri in crescita
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha avvertito che, mantenendo il ritmo attuale, l’epidemia è “sulla buona strada per superare” quella che colpì l’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016. Il problema, ha spiegato Ghebreyesus, è che il virus ha guadagnato un forte vantaggio iniziale e la risposta sanitaria sta ancora cercando di recuperare terreno. A preoccupare è anche l’elevato numero di decessi che avvengono fuori dai centri di trattamento e tra persone non comprese nelle liste dei contatti, segnale della presenza di catene di trasmissione ancora sconosciute.
A rendere più difficile il contenimento contribuisce il contesto dell’est del Paese, dove l’insicurezza e il conflitto armato limitano l’accesso degli operatori sanitari. La stessa Oms indica oggi la sorveglianza epidemiologica come la principale sfida operativa e punta ad aumentare il contact tracing dall’attuale 80% al 95%.
È proprio da qui che parte Massimo Ciccozzi, professore di Epidemiologia e Statistica sanitaria presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, interpellato da Healthcare Policy per Formiche.net. La situazione, spiega, è particolarmente difficile perché nelle aree interessate “è molto complicato fare un cordone sanitario e arginare l’epidemia dal punto di vista epidemiologico, della caratterizzazione e della sorveglianza”.
Il conflitto finisce inevitabilmente per pesare sulla capacità di seguire i casi, ricostruire i contatti e raggiungere le comunità interessate. “Quando ci sono guerre continue e gruppi armati differenti che cercano di controllare il territorio, il contenimento di un’epidemia diventa estremamente complesso”, osserva Ciccozzi.
Il nodo del vaccino
C’è poi una differenza sostanziale rispetto ad altri focolai di Ebola. A provocare l’attuale epidemia è il virus Bundibugyo, per il quale non esiste ancora un vaccino approvato. Per la prima volta due candidati sviluppati specificamente contro questo virus sono entrati in fase I nell’uomo. Parallelamente, alcuni studi sugli animali hanno mostrato segnali di possibile protezione crociata da parte di un vaccino sviluppato contro Zaire ebolavirus. L’Oms ha quindi raccomandato di valutarlo in uno studio di fase III, precisando tuttavia che non è ancora noto se questa protezione esista anche nell’uomo.
Su questo punto Ciccozzi si mostra scettico. “Parliamo di virus differenti, con caratteristiche e tassi di letalità diversi. Io credo che serva un vaccino adatto specificamente a Bundibugyo”, afferma. E la questione, aggiunge, va guardata anche oltre l’emergenza attuale: “Questo virus non sparisce. Un vaccino apposito comunque va studiato”.
Lo sviluppo richiede tempo, anche se le nuove tecnologie potrebbero accorciare alcune fasi. “Per sviluppare un vaccino servono normalmente anni, a meno di poter sfruttare piattaforme più rapide, come quelle a mRna”, sottolinea Ciccozzi.
Sorveglianza e diagnostica
Per l’epidemiologo c’è anche un tema di preparazione fuori dalle aree direttamente interessate. La disponibilità della sequenza genetica del virus, osserva, consente di costruire rapidamente strumenti diagnostici molecolari specifici. “Avendo la sequenza genica, un test molecolare rapido si può sviluppare in tempi relativamente brevi”, sostiene il professore, che ritiene opportuno rafforzare i controlli sulle persone provenienti o transitate dalle aree maggiormente colpite.
Il punto “è evitare che l’Ebola venga considerata un’emergenza geograficamente lontana. È sempre stata trattata come un problema africano, ma non lo è. Dobbiamo pensare in termini di one health, non più guardare soltanto al nostro orticello”.
La mobilità internazionale riduce le distanze e rende essenziale intercettare rapidamente eventuali casi importati. Per questo, conclude, “non possiamo più dire: tanto da noi non arriva. In poche ore di aereo un virus può spostarsi da una parte all’altra del mondo”. È una ragione in più, mentre l’Oms tenta di recuperare il terreno perso sul campo, per rafforzare sorveglianza, capacità diagnostica e ricerca prima che sia il virus a dettare nuovamente i tempi.
















