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Pakistan, quando l’identità religiosa diventa strategia

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Quasi ottant’anni dopo la Partizione, il Pakistan torna a trasformare la solidarietà musulmana in potere strategico sotto Asim Munir. Ma la sua stessa storia mostra i rischi di affidare all’identità religiosa la soluzione di conflitti politici

Mentre gran parte del mondo insiste che l’unica soluzione possibile in Medio Oriente sia quella dei due Stati, ricorre l’anniversario di quando, quasi ottant’anni fa, la soluzione dei due Stati fu applicata in un’altra parte del mondo. Il risultato fu il Pakistan.

Per comprendere meglio il Pakistan di oggi, uno Stato nel quale l’esercito esercita da decenni un’influenza politica e istituzionale eccezionale e che recentemente ha acquisito nuova rilevanza internazionale grazie al ruolo di intermediario tra Stati Uniti e Iran, bisogna tornare alle circostanze della sua nascita. Il Pakistan ha contemporaneamente firmato alla Mecca, il luogo più sacro dell’Islam, un patto di difesa che lo lega ad Arabia Saudita e Turchia, due potenze sunnite che, in modi diversi, rivendicano la leadership del mondo musulmano.

Per un Paese nel quale la definizione dell’identità nazionale è stata a lungo intrecciata alla rivalità con l’India, è motivo di grande orgoglio. Il Pakistan può presentarsi come mediatore, potenza militare e, soprattutto, unico Stato musulmano dotato di armi nucleari. Il suo arsenale diventa così non soltanto il deterrente contro l’India, ma potenzialmente una risorsa strategica per l’intero mondo islamico.

Qui emerge una contraddizione. Il giorno in cui il deterrente nucleare pakistano dovesse realmente essere utilizzato per difendere un altro Stato sarebbe anche il giorno in cui il Pakistan rischierebbe la propria distruzione. Il feldmaresciallo Asim Munir ha costruito un sistema che garantisce enorme prestigio in tempo di pace ma potrebbe imporre una scelta impossibile in guerra. Non rispettare l’impegno significherebbe perdere credibilità. Rispettarlo in un conflitto esistenziale potrebbe significare l’annientamento.

È una contraddizione stranamente familiare. Lo stesso Pakistan nacque da una soluzione politica destinata a risolvere un conflitto comunitario apparentemente inconciliabile.

Le origini precedono di molto il 1947. La All-India Muslim League fu fondata a Dhaka nel 1906, inizialmente non per chiedere uno Stato musulmano separato, ma per tutelare gli interessi politici dei musulmani nell’India britannica. La politica coloniale contribuì a istituzionalizzare la divisione. Gli elettorati separati introdotti dalle riforme Morley-Minto del 1909 spinsero sempre più gli indiani a rapportarsi allo Stato coloniale come comunità religiose anziché come cittadini di una futura India.

Neppure Muhammad Ali Jinnah fu inizialmente il profeta della Partizione. Uno sciita gujarati finì per diventare il fondatore di uno Stato sunnita. Per buona parte della sua carriera sostenne la cooperazione tra indù e musulmani e garanzie costituzionali per questi ultimi. Nel 1940, però, la Muslim League approvò a Lahore la risoluzione che divenne la base politica del Pakistan, chiedendo che le regioni a maggioranza musulmana del nord-ovest e dell’est fossero raggruppate in entità politiche indipendenti.

Nei sei anni successivi l’ambiguità divenne una richiesta precisa. La Muslim League si presentò sempre più come unica rappresentante politica dei musulmani indiani e il successo nei collegi musulmani alle elezioni del 1945-46 rafforzò enormemente Jinnah.

Ma i musulmani indiani non erano affatto unanimi. Importanti organizzazioni e autorità religiose si opposero alla Partizione. Gran parte dell’establishment deobandi respinse la teoria delle due nazioni e sostenne un nazionalismo indiano condiviso. Al contrario, settori degli ulema, influenti pir e soprattutto reti barelvi appoggiarono la Muslim League. Il Pakistan stava diventando una patria musulmana.

La successiva escalation portò quindi a uno degli episodi più oscuri che precedettero la Partizione. La Muslim League proclamò il 16 agosto 1946 “Direct Action Day” per dimostrare la determinazione musulmana a ottenere il Pakistan.

Le conseguenze furono catastrofiche. Calcutta precipitò nella violenza comunitaria, poi estesasi al Bengala, Bihar, Punjab e altrove. Indù, musulmani e sikh furono vittime e carnefici in una spirale crescente di vendette. Gandhi continuò a tentare di impedire la divisione dell’India. Voleva preservare la convivenza. Ma Gandhi fallì.

Nehru e Patel, accettando la Partizione, non erano necessariamente convinti che fosse definitiva. Nehru parlò pubblicamente della possibilità che la divisione potesse, un giorno, ricondurre all’unità. Resta controverso anche il ruolo di Lord Mountbatten. Accelerò il ritiro britannico, previsto entro giugno 1948, trasferendo invece il potere nell’agosto 1947. Un subcontinente di quasi 400 milioni di persone fu diviso in pochi mesi da Cyril Radcliffe, un avvocato britannico che non aveva mai visitato l’India. Ebbe appena cinque settimane per dividere Punjab e Bengala. Il confine definitivo fu reso pubblico soltanto dopo l’indipendenza. Una Brexit rapida.

Il Pakistan nacque il 14 agosto 1947. L’India divenne indipendente il giorno successivo. Poi arrivò la catastrofe umana. Treni raggiunsero le stazioni carichi di cadaveri invece che di passeggeri. Donne furono rapite, violentate e convertite forzatamente all’Islam. Famiglie che vivevano fianco a fianco da generazioni si ritrovarono improvvisamente ai lati opposti di una frontiera internazionale.

Il numero esatto dei morti probabilmente non sarà mai conosciuto. Le stime più alte arrivano a circa due milioni in pochi mesi, mentre tra dieci e quindici milioni di persone furono sradicate. Fu una delle più grandi e rapide catastrofi umane del XX secolo. La soluzione dei due Stati.

All’epoca le cifre raccontavano una storia molto più piccola. Lo stesso Nehru ammise pochi mesi dopo che i dati militari sulle vittime erano una grave sottostima. La normalizzazione della tragedia iniziò quasi contemporaneamente agli eventi. Mountbatten, ormai governatore generale dell’India, Nehru e gli altri leader avevano bisogno di una narrativa. Il nuovo Stato pakistano doveva costruire una propria narrativa fondativa. La Gran Bretagna aveva interesse a raccontare un ritiro ordinato dall’Impero. Nessuno aveva interesse a sottolineare che la soluzione politica appena adottata aveva prodotto una catastrofe umanitaria su scala continentale.

Il Pakistan sopravvisse. Ma non rimase integro. Nel 1971, dopo discriminazioni politiche, repressione e infine guerra, il Pakistan orientale si separò diventando Bangladesh. L’identità musulmana che aveva giustificato la Partizione non bastò a tenere insieme bengalesi e pakistani occidentali, divisi da lingua, cultura, interessi economici e geografia.

La separazione del Bangladesh mostrò i limiti dell’identità religiosa come unico collante nazionale. Decine di milioni di musulmani erano rimasti in India dopo il 1947, mentre nel Pakistan orientale lingua, cultura, rappresentanza politica e interessi economici finirono per prevalere sull’appartenenza religiosa comune.

Il problema dell’identità pakistana emerse subito nella scelta della lingua. L’urdu divenne lingua nazionale pur non essendo la lingua madre maggioritaria di nessuna delle principali regioni del Pakistan. Il suo centro culturale era nell’India settentrionale, soprattutto Uttar Pradesh, Delhi e Lucknow, e arrivò con l’élite politica e burocratica muhajir.

La contraddizione era massima nel Pakistan orientale, dove i bengalesi costituivano il più grande gruppo linguistico del Paese. Eppure nel 1948, proprio a Dhaka, Jinnah dichiarò che l’urdu sarebbe stata l’unica lingua dello Stato. Nel 1971 il Bangladesh dimostrò i limiti della religione come sostituto di lingua, cultura e identità.

Un’ironia simile riguardava la religione. Il movimento deobandi, destinato a esercitare un’enorme influenza sulla vita religiosa pakistana e successivamente afghana, era nato a Darul Uloom Deoband, nell’Uttar Pradesh. Ancora più significativamente, importanti deobandi come Husain Ahmad Madani e la Jamiat Ulema-e-Hind avevano respinto la teoria delle due nazioni e si erano opposti alla Partizione.

Il paradosso è evidente. La nuova patria musulmana adottò una lingua nazionale il cui cuore culturale rimaneva in India e subì la crescente influenza di una tradizione religiosa nata anch’essa in India, mentre le identità punjabi, sindhi, pashtun, balochi e bengalese esistevano da secoli. Una comune identità nazionale pakistana doveva essere costruita sopra identità linguistiche, culturali e regionali molto più antiche.

Gli strumenti più efficaci furono l’Islam e l’esercito. Il vuoto fu progressivamente occupato dall’istituzione dotata della maggiore organizzazione, gerarchia e continuità: i militari, destinati a diventare uno degli attori determinanti della vita politica pakistana. L’Islam fornì la legittimità ideologica, i militari la continuità istituzionale.

È qui che si comprende il momento di Asim Munir. La mediazione tra Washington e Teheran ha restituito al Pakistan rilevanza internazionale, mentre l’accordo di difesa della Mecca con Arabia Saudita e Turchia permette al Paese nato come patria dei musulmani indiani di immaginarsi oggi garante militare e nucleare di una ummah molto più vasta, uno spazio strategico islamico.

Eppure proprio la storia del Pakistan dovrebbe suggerire prudenza verso grandi progetti politici fondati sull’identità religiosa. La soluzione dei due Stati del 1947 non pose fine all’ostilità tra indù e musulmani. Né produsse un’identità nazionale capace di superare tutte le divisioni linguistiche, culturali e politiche: il Pakistan si spezzò in due appena ventiquattro anni dopo.

Quasi ottant’anni dopo, il Pakistan lega nuovamente la propria sicurezza a un’ambiziosa idea politica costruita in parte sulla solidarietà musulmana. Per Asim Munir, la Mecca è un trionfo diplomatico. Un deterrente nucleare ha un valore straordinario quando serve a garantire che non venga mai utilizzato. Il Pakistan acquista prestigio suggerendo che il proprio potere protegga una comunità più vasta, ma nel momento in cui quella promessa venisse realmente messa alla prova dovrebbe scegliere tra credibilità e sopravvivenza. È il paradosso al centro del successo di Asim Munir.

La storia possiede uno sgradevole senso dell’ironia. La prima soluzione dei due Stati non pose fine al conflitto che avrebbe dovuto risolvere. La seconda, quella che oggi viene proposta per la Terra Santa, non sarà migliore. Mentre il Pakistan celebra la propria indipendenza e una rinnovata centralità internazionale, l’anniversario della Partizione ricorda anche i milioni di indù, musulmani e sikh travolti dalla nascita di un nuovo ordine politico. Tutti indiani nell’ultimo giorno dell’India unita. È una memoria che dovrebbe accompagnare qualsiasi nuovo progetto che cerchi di trasformare la solidarietà religiosa in architettura strategica.


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