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Sabotaggi e false flag, l’intelligence europea teme una nuova pressione russa sul fianco Est della Nato

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Secondo Bloomberg, i servizi russi starebbero valutando nuove operazioni ibride contro Polonia e Paesi baltici, dal sabotaggio delle infrastrutture ad azioni sotto falsa bandiera

Non un’invasione, né i preparativi per un attacco militare convenzionale contro la Nato. Il segnale raccolto dalle intelligence occidentali è diverso e, per certi versi, più difficile da misurare: Mosca potrebbe aumentare la pressione su Polonia e Paesi baltici attraverso sabotaggi, operazioni clandestine e provocazioni costruite per lasciare incerta l’attribuzione.

A riportarlo è Bloomberg, sulla base delle valutazioni di funzionari europei dell’intelligence e di governo. Secondo una delle fonti citate dall’agenzia, vi sarebbero indicazioni che i servizi di intelligence e sicurezza russi stiano prendendo in considerazione nuove operazioni di guerra ibrida, compresi attacchi contro infrastrutture e possibili azioni false flag.

L’allerta sarebbe arrivata anche da Washington. Sempre secondo Bloomberg, la Central Intelligence Agency avrebbe informato alcuni Paesi della regione della possibilità di una futura operazione russa.

C’è, tuttavia, un passaggio che serve a leggere con cautela l’intera vicenda. Una delle valutazioni considerate dagli stessi governi europei è che Mosca possa avere interesse anche soltanto a far credere di preparare un’escalation, alimentando insicurezza nei Paesi che sostengono più apertamente Kyiv. Una forma di pressione psicologica e politica che produrrebbe effetti senza necessariamente arrivare all’esecuzione di un attacco. Le fonti citate da Bloomberg sottolineano infatti che, al momento, non emergono segnali di preparativi per un’offensiva convenzionale contro territorio Nato.

La pressione sul fianco Est

Il terreno su cui si concentra l’attenzione è quello che corre dalla Polonia alle tre repubbliche baltiche. Non casualmente: sono Paesi che hanno mantenuto una posizione particolarmente netta nel sostegno all’Ucraina e che si trovano direttamente esposti alla frontiera russa o bielorussa.

La Lituania aveva già lanciato l’allarme a metà luglio. Il presidente Gitanas Nausėda aveva riferito dell’esistenza di informazioni di intelligence relative a possibili azioni contro infrastrutture, con un rafforzamento delle misure di sicurezza attorno ai nodi energetici e di trasporto. Non aveva indicato né obiettivi specifici né una tempistica.

Il 6 agosto il ministro della Difesa lituano Robertas Kaunas è andato oltre, spiegando che Vilnius considera possibile l’impiego da parte russa di droni ucraini catturati o recuperati per inscenare operazioni sotto falsa bandiera nella regione baltica. L’obiettivo, nella valutazione lituana, sarebbe quello di incrinare la coesione della Nato e incidere sul sostegno occidentale all’Ucraina. Mosca ha respinto queste accuse.

È grazie all’opacità e all’ambiguità che le operazioni ibride acquistano valore. Un incendio, un sabotaggio ferroviario, un drone fuori rotta o un attacco contro un’infrastruttura possono generare conseguenze immediate senza fornire, almeno inizialmente, un quadro sufficientemente netto da provocare una risposta politica o militare altrettanto immediata.

Droni e infrastrutture

Le preoccupazioni non nascono nel vuoto. Il caso più recente richiamato da Bloomberg è quello dell’aeroporto di Leipzig-Halle, uno dei principali hub cargo tedeschi e un nodo rilevante per la logistica militare.

Il 5 agosto le autorità tedesche hanno trovato un drone dotato di esplosivo e detonatore nei pressi di un velivolo della compagnia ucraina Antonov Airlines. Le piste sono state temporaneamente chiuse. Nelle stesse ore un altro aereo cargo ha urtato in volo un oggetto non identificato, riuscendo comunque ad atterrare. L’origine del drone rimane oggetto d’indagine e le autorità tedesche non hanno finora attribuito pubblicamente l’episodio alla Russia. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt lo ha però definito un salto di qualità nella minaccia rappresentata dai droni.

È una distinzione importante. Sul fianco orientale della Nato convivono episodi accertati, sospetti investigativi e valutazioni di intelligence. Sovrapporli significherebbe perdere proprio la caratteristica fondamentale della guerra ibrida: la difficoltà di capire dove finisca l’incidente e dove cominci l’azione intenzionale.

Il fenomeno, del resto, precede le ultime settimane. Il Center for Strategic and International Studies, attraverso un database sulle attività russe in Europa, ha registrato un forte aumento delle operazioni attribuite o ricondotte a Mosca: dopo essere quadruplicate tra il 2022 e il 2023, sarebbero quasi triplicate tra il 2023 e il 2024. Tra gli obiettivi figurano trasporti, infrastrutture critiche, industrie e strutture legate al sostegno occidentale all’Ucraina.

Una ricognizione della US Helsinki Commission aveva inoltre individuato quasi 150 operazioni ibride, attribuite o sospettate di essere riconducibili alla Russia, condotte sul territorio dei Paesi Nato tra l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina e il novembre 2024. Il rapporto le divideva fra attacchi alle infrastrutture critiche, campagne violente, uso strumentale dei flussi migratori e operazioni di interferenza politica e informativa.

L’obiettivo può essere l’effetto, non l’attacco

È qui che l’avvertimento raccolto da Bloomberg assume una dimensione più ampia. Il possibile sabotaggio non va necessariamente letto come l’anticamera di un conflitto convenzionale con la Nato. Può avere una funzione diversa: imporre costi, obbligare governi e servizi di sicurezza a disperdere risorse, dimostrare vulnerabilità e rendere politicamente più oneroso il sostegno a Kyiv.

Seth Jones, già funzionario del Pentagono e oggi al Csis, indica a Bloomberg proprio nei sabotaggi il principale motivo di preoccupazione: attentati contro singoli individui, esplosioni, droni o missili apparentemente accidentali e l’eventuale impiego di uomini senza insegne costituiscono scenari nei quali l’attribuzione può restare per lungo tempo incerta.

L’ambiguità, in altre parole, non è soltanto un problema investigativo. Può essere parte dell’operazione stessa.

Anche per questo le minacce pubbliche provenienti da Mosca vengono seguite con attenzione. Bloomberg ricorda le parole rivolte alla Lettonia dall’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, secondo cui l’appartenenza alla Nato non sarebbe sufficiente a proteggere il Paese da eventuali rappresaglie. Mosca sostiene che i territori baltici vengano utilizzati per facilitare attacchi ucraini con droni contro la Russia. Non sono emerse prove che dimostrino un coinvolgimento dei governi baltici nelle operazioni ucraine.

Il Cremlino, da parte sua, respinge il quadro tracciato dalle capitali dell’Est europeo. Dmitry Peskov ha definito gli allarmi lituani delle “storie dell’orrore” utilizzate, secondo Mosca, per giustificare il rafforzamento della presenza militare della Nato nella regione.

La Nato e il problema della soglia

Il nodo strategico è noto all’Alleanza: stabilire quando una sequenza di azioni coperte, sabotaggi e operazioni ostili supera il confine tra pressione nella zona grigia e aggressione vera e propria.

Il vertice Nato di Ankara di luglio ha confermato nel frattempo il sostegno all’Ucraina. La dichiarazione ufficiale degli Alleati prevede 70 miliardi di euro in equipaggiamenti militari, assistenza e addestramento per il 2026, con l’impegno a mantenere almeno un livello equivalente nel 2027.

È proprio il sostegno occidentale a Kyiv che, secondo le valutazioni raccolte dalle intelligence, Mosca cercherebbe di rendere progressivamente più costoso.

Le ultime giornate hanno aggiunto altri elementi a un quadro già sotto osservazione. Il 14 agosto un Eurofighter italiano, impegnato nella missione Nato di difesa dello spazio aereo baltico, ha abbattuto un drone di origine non ancora determinata entrato nello spazio aereo della Lettonia.

Il 18 agosto, inoltre, il governo estone ha fatto sapere che tra le ipotesi investigative sull’incendio che ha interessato un edificio utilizzato da Milrem Robotics, azienda della difesa che produce sistemi terrestri senza equipaggio impiegati anche in Ucraina, viene esaminato un possibile collegamento con la Russia. L’indagine è ancora in corso e Tallinn non ha formulato un’attribuzione definitiva.

Nella stessa giornata un tribunale tedesco ha condannato un cittadino ucraino per il coinvolgimento in un’operazione di spedizione di pacchi dalla Germania all’Ucraina che, secondo l’accusa, era collegata a un’entità statale russa e serviva a preparare future azioni di sabotaggio.

Sono vicende differenti, e non esiste al momento un elemento pubblico che consenta di riunirle sotto un’unica regia operativa. Ma spiegano perché, da Varsavia a Vilnius e fino a Berlino, l’attenzione dell’intelligence si sia spostata sempre più su ciò che accade al di sotto della soglia della guerra aperta.


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