Secondo il Financial Times, a Teheran sono state valutate opzioni di risposta contro installazioni militari americane nell’Europa sud-orientale nel caso di una nuova offensiva degli Stati Uniti. Bulgaria e Cipro sono tra gli scenari presi in esame
L’Europa non è ancora un fronte della guerra con l’Iran. A Teheran, però, qualcuno ha cominciato a fare i conti anche con questa eventualità. Secondo quanto ricostruito dal Financial Times, le forze iraniane hanno preso in esame la possibilità di colpire obiettivi militari statunitensi nell’Europa sud-orientale qualora Donald Trump decidesse di intensificare nuovamente le operazioni contro la Repubblica islamica. Non si tratta di un piano di attacco annunciato né, per quanto è dato sapere, di una decisione già assunta.
La ricostruzione del quotidiano britannico, firmata da Najmeh Bozorgmehr e Andrew England, si basa sulle testimonianze di due persone vicine al regime. Tra le ipotesi valutate figurerebbero asset americani in Bulgaria e installazioni a Cipro. In parallelo, Teheran avrebbe studiato anche la possibilità di prendere di mira i cavi sottomarini in fibra ottica nello Stretto di Hormuz qualora il confronto con Washington tornasse a intensificarsi. È un ventaglio di opzioni piuttosto diverso, che mette insieme obiettivi militari e infrastrutture critiche e che, soprattutto, sposta, almeno sulla carta, il raggio della rappresaglia iraniana oltre il tradizionale teatro mediorientale.
Il precedente bulgaro
Il riferimento alla Bulgaria non nasce nel vuoto. Il 22 luglio il Parlamento di Sofia ha autorizzato il dispiegamento temporaneo nella base aerea di Bezmer di un massimo di otto aerocisterne statunitensi KC-135 e di circa 250 militari americani. La missione, prevista fino al primo ottobre, serve a sostenere attraverso il rifornimento in volo le operazioni statunitensi in Medio Oriente. Il governo bulgaro ha precisato che dal territorio nazionale non sarebbero state condotte azioni offensive e che l’impiego dei velivoli sarebbe rimasto circoscritto a compiti logistici al di fuori dello spazio aereo bulgaro.
Teheran aveva già reagito politicamente. Il ministero degli Esteri iraniano aveva avvertito Sofia contro l’utilizzo del territorio bulgaro a sostegno delle operazioni americane e il ministro Abbas Araghchi era tornato sulla questione in un colloquio con la sua controparte bulgara alla fine di luglio. È proprio questo passaggio – una struttura europea che contribuisce alla catena logistica americana pur senza ospitare direttamente missioni d’attacco – a mostrare quanto sia diventato più sfumato il confine tra retrovia e teatro operativo.
Cipro rappresenta l’altro precedente richiamato dal Financial Times. All’inizio di marzo un drone ha colpito la base britannica di Raf Akrotiri. Il governo di Londra confermò allora che il velivolo era arrivato a poche centinaia di metri dal personale britannico, senza provocare vittime. Le successive dichiarazioni britanniche indicarono che il drone poteva essere stato lanciato dal Libano o dall’Iraq, lasciando dunque aperta la questione del coinvolgimento diretto iraniano e rafforzando, piuttosto, l’ipotesi dell’impiego di attori regionali collegati a Teheran.
Missili iraniani verso l’Europa? Il limite delle capacità
La minaccia, dunque, esiste. Ma capacità e intenzioni non vanno confuse. Sidharth Kaushal, ricercatore del Royal United Services Institute citato dal Financial Times, valuta come concreta ma circoscritta la possibilità iraniana di colpire obiettivi europei. Sistemi balistici a medio raggio potrebbero teoricamente raggiungere asset americani nell’Europa meridionale o sud-orientale, ma all’aumentare della distanza crescono i problemi di precisione e si riduce il carico utile trasportabile. Douglas Barrie dell’International Institute for Strategic Studies osserva a sua volta che i tentativi iraniani contro Diego Garcia hanno indicato l’esistenza di capacità superiori ai duemila chilometri, senza però chiarire quanti sistemi di questo tipo siano effettivamente disponibili né quale sia la loro affidabilità operativa.
Un dato, tuttavia, è già acquisito. Nel marzo scorso la difesa antimissile della Nato ha identificato, tracciato e intercettato missili balistici iraniani diretti verso la Turchia. In seguito a quegli episodi il Comando supremo alleato in Europa ha rafforzato la postura di difesa balistica dell’Alleanza. Il dossier iraniano, insomma, ha già incrociato direttamente la sicurezza territoriale della Nato, anche se questo è molto diverso dall’apertura deliberata di una campagna contro installazioni americane all’interno dell’Europa.
È anche per questo che il ricorso a gruppi alleati o intermediari potrebbe restare, secondo gli analisti citati dal quotidiano britannico, uno strumento più praticabile per Teheran rispetto all’impiego diretto di missili a lunghissimo raggio. Il sistema iraniano dispone da tempo di una rete di interlocutori armati in Medio Oriente, dalle milizie sciite irachene a Hezbollah e agli Houthi, che consente alla Repubblica islamica di esercitare pressione mantenendo diversi gradi di distanza dalle operazioni sul terreno.
Il messaggio politico a Washington e agli europei
La novità della ricostruzione del Financial Times sta quindi meno nella comparsa di una nuova capacità militare iraniana che nella geografia della deterrenza che Teheran sembra voler disegnare. Il messaggio è rivolto innanzitutto a Washington: un attacco americano contro infrastrutture strategiche iraniane potrebbe produrre una risposta non necessariamente confinata al Golfo o alle basi statunitensi del Medio Oriente. Ma il destinatario è anche europeo, soprattutto nei Paesi che ospitano infrastrutture americane utilizzabili, direttamente o indirettamente, a sostegno delle operazioni nella regione.
Il contesto politico a Teheran contribuisce a spiegare il tono. Secondo il FT, all’interno dell’establishment iraniano si è rafforzata la convinzione che una ripresa su vasta scala delle ostilità sia ormai più una questione di tempo che di possibilità. Il fallimento degli ultimi tentativi diplomatici e l’ascesa di figure più rigide nell’apparato di sicurezza hanno ristretto gli spazi per chi continua a puntare su un compromesso con Washington. Anche qui, tuttavia, il quadro non è monolitico: una parte del sistema iraniano teme che alzare troppo la posta possa trasformare la deterrenza in un meccanismo incontrollabile di escalation.
Per l’Europa il punto è esattamente questo. Le indiscrezioni raccolte dal Financial Times non dimostrano che Teheran abbia scelto di portare la guerra sul territorio europeo. Dicono però che, nei calcoli iraniani, la separazione geografica fra il conflitto mediorientale e la sicurezza del continente è diventata meno netta. Bulgaria e Cipro sono oggi i casi citati esplicitamente. Il precedente dei missili diretti verso la Turchia ha già costretto la Nato a intervenire. Se lo scontro tra Washington e Teheran dovesse tornare a crescere, la questione per gli alleati europei sarebbe dunque anche stabilire fino a che punto le proprie infrastrutture militari e logistiche possano essere considerate parte della catena operativa americana e, di conseguenza, entrare nei calcoli della risposta iraniana.
















