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Cina, il partner scomodo che Big Pharma non vuole lasciare

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Dagli accordi da miliardi di Bristol Myers Squibb e Merck al Binsa in discussione al Senato: la fotografia di un settore in cui la logica industriale prevale, per ora, su quella geopolitica

C’è una contraddizione che attraversa il settore farmaceutico americano da almeno tre anni, e che si fa sempre più difficile da ignorare: mentre Washington moltiplica gli strumenti normativi per ridurre la dipendenza dalla Cina nel biotech, le grandi aziende farmaceutiche statunitensi continuano a firmare accordi miliardari con partner cinesi – e lo fanno a ritmo crescente.

Gli accordi che continuano a crescere

Gli ultimi dati, riportati da Bloomberg, lo confermano. Bristol Myers Squibb ha chiuso a maggio un’intesa da 15,2 miliardi di dollari con Jiangsu Hengrui Pharmaceuticals, su tredici programmi in fase iniziale che spaziano da oncologia a ematologia e immunologia. Pochi mesi prima, Merck aveva rilevato per 2 miliardi HRS-5346, un candidato cardiovascolare sviluppato interamente in laboratori cinesi. Non sono casi isolati: secondo le stime più recenti, circa un terzo dei nuovi farmaci oggi in pipeline nelle grandi aziende americane ha origine cinese, un dato che un decennio fa era prossimo allo zero.

Perché la Cina conviene

Il motivo di questa corsa non è ideologico, ma strutturale. Le case farmaceutiche statunitensi devono affrontare la scadenza di brevetti chiave entro il 2030, con perdite di fatturato stimate fino a 200 miliardi di dollari l’anno. Rimpiazzare quelle pipeline richiede accesso rapido a nuove molecole, e la Cina – complice un ecosistema di sviluppo clinico ormai maturo – offre oggi la combinazione più competitiva di velocità e costo. Un dato citato nel dibattito di settore è emblematico: circa il 40% degli studi clinici oncologici a livello globale si svolge oggi in territorio cinese, secondo quanto riferito dal responsabile commerciale internazionale di Pfizer.

Su alcune tecnologie, poi, il divario si è chiuso davvero. Un sondaggio di giugno condotto tra 117 dirigenti del settore colloca la Cina alla pari o addirittura in vantaggio rispetto agli Stati Uniti nello sviluppo clinico e nella capacità di supply chain, mentre gli Usa restano avanti su tecnologia e disponibilità di capitali. Su alcune classi terapeutiche di frontiera, come gli anticorpi coniugati (Adc), ricercatori cinesi rivendicano di aver risolto problemi di resistenza ai farmaci – penso al gene Egfr nei tumori polmonari – con due anni di anticipo rispetto alla ricerca americana.

La risposta di Washington, per ora insufficiente

Di fronte a questa integrazione crescente, la risposta regolatoria di Washington procede su un binario parallelo, ma finora con effetti limitati sulle scelte aziendali. Come Formiche.net aveva raccontato, il Biotech Investment National Security Act (Binsa) – nato alla Camera a giugno in forma bipartisan – è arrivato la scorsa settimana anche al Senato, con l’iniziativa della democratica Elissa Slotkin e del repubblicano Pete Ricketts: la proposta punta ad ampliare il programma americano di controllo sugli investimenti in uscita verso la Cina, sottoponendo a maggiore scrutinio licensing e investimenti nel biotech cinese. Nel frattempo, alcune aziende – Regeneron e Amgen – hanno scelto di accentuare pubblicamente una strategia “domestic-first”, sottolineando la quota di produzione e forza lavoro basata negli Stati Uniti. Ma si tratta, per ora, di eccezioni rispetto alla tendenza dominante del settore.

Il nodo della filiera

C’è infine un elemento di vulnerabilità strutturale che rende la questione più delicata di un semplice dossier industriale: la Cina resta il principale fornitore estero di principi attivi farmaceutici critici per gli Stati Uniti, con quasi il 40% del volume delle importazioni nel 2024. È una leva che Pechino non ha ancora utilizzato nelle fasi più acute della guerra commerciale, ma che resta sul tavolo. In questo senso, il vero nodo per i policy maker americani non è soltanto impedire nuovi accordi di licenza, ma gestire una dipendenza di filiera già consolidata e che nessuna misura protezionistica isolata sembra in grado di sciogliere rapidamente.


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