La nuova strategia tecnologica Usa trasforma la sicurezza nazionale in politica industriale e chiede agli alleati di allineare filiere, ricerca e difesa. Per Europa e Italia si aprono opportunità nei settori strategici, ma anche costi, vincoli e un nodo politico: la fiducia reciproca tra Washington e Bruxelles. L’analisi di Alberto Pagani, docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna, esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva
Ad agosto 2026 la Casa Bianca ha pubblicato, tramite l’Office of Science and Technology Policy, la National Security Science and Technology Strategy (Nssts), documento previsto dal Chips and Science Act che dà attuazione operativa alla National Security Strategy del 2025. Non è un testo qualunque: certifica che gli Stati Uniti hanno abbandonato il paradigma del mercato come motore primario dell’innovazione tecnologica per adottare un modello dirigista, in cui è lo Stato a stabilire dove, come e con chi si sviluppano le tecnologie critiche. È il compimento di un processo iniziato con i dazi della prima amministrazione Trump, proseguito con i sussidi e i controlli all’export dell’amministrazione Biden, e oggi istituzionalizzato in una strategia organica che lega esplicitamente scienza, tecnologia e sopravvivenza geopolitica della potenza americana.
Un cambio di paradigma, non un aggiustamento
La Nssts enuncia quattro pilastri — focalizzazione, resilienza, agilità, protezione — attorno a un elenco di quattordici tecnologie critiche ed emergenti (Cet): dai semiconduttori alla biotecnologia, dal calcolo quantistico all’energia nucleare avanzata, fino all’intelligenza artificiale, priorità trasversale a ogni dominio. È su questo perimetro che si concentreranno finanziamenti federali, deroghe regolatorie e strumenti di protezione da furto e diversione tecnologica.
Il punto politicamente più rilevante, però, non riguarda gli Stati Uniti in sé, ma il ruolo che la strategia assegna agli alleati. La Nssts è esplicita: Nato e partnership tradizionali devono evolvere da alleanze prevalentemente militari a un blocco economico-tecnologico coordinato, in cui si allineano filiere produttive, controlli all’esportazione, politiche di investimento e persino le priorità della ricerca accademica.
Cosa chiede concretamente Washington
Le richieste agli alleati, ricostruibili incrociando la Nssts con gli strumenti già operativi — Data Security Program, Outbound Investment Security Program, CFIUS rafforzato — si articolano su quattro assi.
Il primo è l’allineamento sui controlli all’esportazione verso i Paesi rivali: il caso ASML, con la pressione statunitense sull’azienda olandese di litografia per limitare vendita e assistenza dei sistemi più avanzati alla Cina, resta il precedente più citato, ma la logica si è fatta più sistemica, puntando a plasmare norme e standard internazionali affinché la governance globale delle tecnologie critiche non ostacoli la competitività americana.
Il secondo è l’aumento della spesa per la difesa e il potenziamento della base industriale bellica: gli alleati che vogliono accedere a cooperazione avanzata su intelligenza artificiale, nucleare, quantistica e sistemi satellitari devono dimostrare capacità produttiva reale. I “technology prosperity deals” bilaterali già in corso condizionano esplicitamente l’accesso alla tecnologia a un impegno concreto sulla capacità industriale della difesa.
Il terzo è il de-risking dalle filiere cinesi — telecomunicazioni, batterie, farmaceutica, minerali critici — con l’invito agli alleati ad adottare meccanismi propri di screening degli investimenti esteri e a coordinarsi con Washington, valutando le transazioni anche in base alla “distanza verificabile” dell’investitore dalle pratiche predatorie di potenze rivali.
Il quarto, meno visibile ma non meno significativo, è la sicurezza della ricerca: tracciamento dei beneficiari di fondi federali, divieto di finanziamento a entità ad alto rischio, vetting automatizzato dei progetti, cooperazione di controintelligence con i centri di ricerca. Per l’Europa, che ospita università profondamente interconnesse con la Cina su programmi Horizon e collaborazioni bilaterali, significa una pressione crescente a rivedere i propri protocolli secondo standard sostanzialmente americani.
L’impatto su Europa e Italia
Per Bruxelles la Nssts conferma un problema strutturale: l’effetto “squeeze” tra i sussidi statunitensi, che attirano capitali e impianti fuori dai confini europei, e l’inasprimento dei controlli sull’export verso la Cina, che riduce l’accesso a uno dei mercati più grandi al mondo. L’Unione, a differenza degli Stati Uniti, non dispone di un bilancio sovranazionale paragonabile: l’Eu Chips Act dipende in larga misura dalla capacità fiscale dei singoli Stati membri, con asimmetrie inevitabili tra Germania, Francia e il resto del blocco. La scelta che la Nssts impone, dossier per dossier, è tra autonomia strategica dichiarata e interoperabilità reale con il sistema americano di controllo tecnologico.
Per l’Italia gli effetti sono a doppio segno. Nella difesa e nell’aerospazio l’impatto è prevalentemente positivo: il riarmo europeo e i programmi di integrazione Nato rafforzano la filiera nazionale, da Leonardo e Fincantieri fino alla rete di Pmi meccaniche di precisione che ne costituisce l’indotto — un beneficio coerente con la logica di ridondanza produttiva che la Nssts pone tra i suoi pilastri, quella stessa logica che spinge Washington a voler distribuire, anche territorialmente, le capacità industriali critiche oggi troppo concentrate in Asia orientale. Sui semiconduttori, gli stabilimenti STMicroelectronics per chip automotive ed energetici si collocano esattamente nell’area che la strategia individua come prioritaria per gli investimenti pubblico-privati, ma è una finestra che richiede tempestività, non acquisita a priori. Sul fronte della protezione degli asset strategici, cresce l’uso del Golden Power, il veto statale su acquisizioni estere in reti, dati ed energia — traiettoria che rispecchia da vicino il rafforzamento del CFIUS. Il rischio maggiore resta l’export verso la Cina: le Pmi italiane di macchinari, robotica e automazione sono esposte al progressivo restringimento dei canali di vendita, costo concreto di un allineamento geopolitico che si gioca su scala macro.
Il paradosso strategico di Washington
C’è però un problema che la Nssts, documento di postura tecnico-strategica, non affronta e che rischia di vanificare l’intera architettura appena descritta.
Il primo nodo è politico: l’amministrazione Trump chiede all’Europa un livello di cooperazione senza precedenti proprio mentre coltiva, verso l’Europa, una linea commerciale e retorica tutt’altro che amichevole — dazi, sprezzo per le istituzioni comunitarie, trattamento degli alleati come controparti da spremere più che come partner da valorizzare. Questa postura rinvigorisce le pulsioni antiamericane che attraversano da sempre settori dell’opinione pubblica e delle classi dirigenti europee, e offre argomenti concreti a chi coltiva l’idea di uno sganciamento dalla dipendenza strategica da Washington, con il rischio di finire nell’orbita di Pechino. Più si pratica una diplomazia aggressiva verso l’Europa, più si indebolisce, agli occhi degli elettorati europei, la legittimità della richiesta di allineamento che la Nssts formula.
Il secondo nodo riguarda la difesa comune europea, che può esistere concretamente solo come gamba europea della Nato — ogni ipotesi di autonomia realmente disgiunta dall’Alleanza resta velleitaria, viste le condizioni industriali e finanziarie attuali. Proprio per questo un pilastro europeo forte, capace di esprimere capacità produttiva coordinata anziché ventisette programmi nazionali frammentati, sarebbe la chiave di volta della cooperazione tecnologico-industriale che la Nssts auspica. Eppure gli Stati Uniti, che nel secondo dopoguerra furono promotori e sponsor dell’unificazione europea — il Piano Marshall fu anche un investimento politico deliberato nella coesione occidentale in funzione anti-sovietica — oggi non fanno nulla per favorire questo processo. Nella migliore delle ipotesi vi restano indifferenti; alcuni segnali, dal sostegno più o meno esplicito a forze europee ostili all’integrazione alla preferenza dichiarata per i rapporti bilaterali rispetto al negoziato con Bruxelles, suggeriscono che una logica di divide et impera venga considerata, in una parte dell’entourage presidenziale, tatticamente più conveniente della sponsorizzazione di un partner europeo coeso.
Il terzo nodo dà senso ai primi due. Se la competizione con la Cina si gioca fondamentalmente sul piano della supremazia tecnologica, nessuna potenza può vincerla da sola. Gli Stati Uniti hanno già perso la scommessa nel momento in cui la impostano come sfida a somma unilaterale, trattando i Paesi europei come province subalterne anziché come l’asset strategico che effettivamente sono: un continente che forma scienziati di alto livello, produce ricerca fondamentale di qualità comparabile a quella statunitense, e a cui manca, in ultima istanza, non la conoscenza ma la capacità di scala per portarla dentro i grandi progetti di intelligenza artificiale, quantistica, robotica e biotecnologia — esattamente il gap che un’alleanza tecnologica rispettosa, e non gerarchicamente imposta, potrebbe colmare in tempi rapidi. La Cina non deve battere l’Occidente: le basta aspettare che continui a competere diviso.
Il tabù accademico che l’Europa non può più permettersi
C’è infine un problema strutturale che riguarda l’Europa più che gli Stati Uniti, e che nessuna riflessione sulla Nssts può ignorare: nella prima fase di sviluppo, la maggior parte degli assi tecnologici indicati come critici transita dalla teoria alla pratica quasi esclusivamente attraverso programmi finanziati dal pubblico a impronta dual use o militare. È un dato storico, non un’opinione. Internet nasce da Arpanet, progetto della Defense Advanced Research Projects Agency; il Gps è una costellazione satellitare sviluppata per esigenze di targeting militare prima di diventare infrastruttura civile universale; la medicina iperbarica si è sviluppata in larga parte a partire dalla ricerca militare sulla fisiologia subacquea e sulla decompressione; i compositi in fibra di carbonio, oggi ovunque nell’industria aerospaziale e automobilistica civile, sono maturati dentro programmi di ricerca aeronautica e missilistica a finanziamento pubblico-militare. Lo schema si ripete con sorprendente costanza: la ricerca ad alto rischio e alto costo, quella che nessun investitore privato finanzierebbe nella fase pre-commerciale, trova nei programmi della difesa l’unico sponsor disposto a sostenerla fino alla maturazione tecnologica, per poi trasferirsi al settore civile e generare innovazione industriale diffusa.
Il paradosso europeo è che una parte rilevante del mondo accademico si è, nella propria autonomia, sostanzialmente autoesclusa da questo canale. Molti Atenei hanno deliberato regolamenti interni o codici etici che vietano o limitano fortemente la partecipazione a programmi di ricerca a finalità militare, spesso in nome di principi pacifisti condivisibili sul piano valoriale ma miopi sul piano strategico. Il risultato pratico è che proprio le università — cioè i luoghi dove si concentra la parte più avanzata della ricerca fondamentale europea — si tagliano fuori da sole da una porzione crescente delle risorse pubbliche che, secondo la stessa logica della Nssts, saranno sempre più orientate verso i programmi dual use nelle Cet. Se l’Europa non rivede in modo strutturale il rapporto tra mondo accademico e difesa — separando la legittima riflessione etica sull’uso finale delle tecnologie dalla scelta, ben diversa, di rinunciare a priori al finanziamento della ricerca di base — è come se pretendesse di competere nella corsa tecnologica globale con le mani legate dietro la schiena, mentre i propri competitor, Stati Uniti in testa, corrono senza alcun vincolo di questo tipo.
Una domanda che l’Italia non può eludere
La Nssts chiede esplicitamente agli alleati di trasformarsi da beneficiari della sicurezza americana a contributori attivi di un ecosistema tecnologico-industriale comune, con tutti gli oneri — finanziari, regolatori, di ricerca — che questo comporta. Per l’Italia la domanda non è più se allinearsi, ma su quali dossier farlo con priorità: difesa e semiconduttori, dove l’interesse nazionale converge naturalmente con quello atlantico, o filiere manifatturiere esposte alla Cina, dove l’allineamento comporta invece costi immediati e concentrati. Ma la risposta dipende in larga parte da una variabile che Roma non controlla: se Washington continuerà a trattare l’Europa come terreno di conquista negoziale anziché come architrave insostituibile della competizione con Pechino, la strategia più lucida della Nssts rischia di restare lettera morta — non per debolezza europea, ma per miopia americana. La vera scommessa, per l’Italia e per l’intero fronte atlantico, non è più solo tecnologica: è la capacità di ricostruire la fiducia politica reciproca su cui ogni alleanza tecnologica duratura deve necessariamente poggiare.
















