La National Security Science & Technology Strategy ha fotografato la nuova priorità americana: accorciare i tempi tra innovazione, sviluppo e impiego delle tecnologie per la sicurezza nazionale e la difesa. Dall’IA ai droni, dal quantum allo spazio, la competizione con la Cina sta cambiando anche il modo di concepire la deterrenza, che ora è principalmente tecnologica. Nel frattempo, l’Europa ha più di una lezione da trarre. L’intervista a Marco Braccioli ,co-director Cybersec della Fondazione Icsa
La Casa Bianca ha rilasciato un nuovo documento programmatico, la National Security Science & Technology Strategy (Nssts), con l’obiettivo di tracciare le attuali priorità degli Stati Uniti nella corsa tecnologica applicata alla sicurezza nazionale e alla difesa. Dall’IA allo spazio, dal quantum al biotech, passando anche per i droni e le tecnologie underwater, gli Usa continuano a puntare sulla velocità e sulla rapidità di adozione per scongiurare il sorpasso cinese. E, mentre Washington e Pechino competono per il primo posto, l’Europa sembra non aver ancora capito che quello tecnologico è un campionato riservato solo ai pesi massimi. Airpress ne ha parlato con Marco Braccioli, co-director Cybersec della Fondazione Icsa.
Quali sono le sue prime impressioni sulla nuova strategia tecnologica americana?
Il primo elemento che mi colpisce in realtà è la scelta del nome per il documento. Quando la tecnologia evolve a una velocità così elevata, forse sarebbe più corretto parlare di tattica che di strategia. Posso capire il concetto di strategia applicato a tecnologie come le armi a energia diretta o l’ipersonico, ma quando si parla di intelligenza artificiale, quantum, satelliti e tecnologie digitali, ogni sei mesi può cambiare radicalmente il quadro. La volatilità attuale rende difficile parlare di una strategia in senso tradizionale. In più, parliamo di un documento molto orientato alla policy e che riflette uno scontro di culture sempre meno velato tra Stati Uniti e Cina sul terreno tecnologico. C’è però un aspetto curioso: noi europei siamo, sotto alcuni profili, più vicini alla logica cinese che a quella americana.
In che senso?
In Cina lo Stato esercita una forte influenza sul settore tecnologico. Negli Stati Uniti, invece, sono i privati ad avere un peso enorme sulla politica militare e tecnologica del Paese. È una differenza molto forte, anche se in entrambi i casi la catena del potere è piuttosto corta. In Europa abbiamo modelli più simili a quello cinese, con aziende partecipate dallo Stato che contribuiscono a definire, direttamente o indirettamente, la politica della difesa.
Il documento in questione (come diversi altri) punta esplicitamente sulla velocizzazione dello sviluppo e dell’acquisizione delle tecnologie militari. È un cambio di tendenza rispetto al passato?
Sì, e di molto. Oggi, soprattutto per la spesa militare, dovremmo quasi fare il budget ogni sei mesi, perché le tecnologie cambiano continuamente. La velocità dell’innovazione rende molto difficile programmare con gli strumenti tradizionali. La logica americana sembra essere quella del quick and dirty: dammi quello che sai fare, ma dammelo subito. In passato, se un prodotto non rispettava tutti i requisiti stabiliti dal mondo militare, anche se gli mancava soltanto l’uno per cento, perdeva la gara. Adesso si tende invece ad abbassare alcuni requisiti per andare incontro a soluzioni off the shelf. È un cambio di paradigma importante. Si tratta di una logica che avvicina gli Stati Uniti a un Paese che si considera in una condizione di guerra. Quando abbassi i limiti e le regole richieste al mercato per velocizzare la messa in campo delle tecnologie militari, significa che stai ragionando secondo una logica da Paese in guerra. Non come l’Ucraina, naturalmente, ma con la stessa esigenza di avere rapidamente una capacità disponibile.
Quanto è diversa questa impostazione da quella europea?
La differenza è forte. In Europa stiamo cercando di costruire un sistema di regole e di accelerare i processi, ma accelerando dentro le regole. Anche noi abbiamo problemi di lentezza del procurement, a livello nazionale e Nato, ma la risposta è cercare di rendere più efficienti i processi senza semplicemente eliminare i vincoli. C’è poi un altro elemento: un documento europeo della Nato di alcuni anni fa affrontava già il tema delle tecnologie dirompenti, quindi il tema non è nuovo. La novità è la radicalità con cui oggi gli Stati Uniti sembrano volerlo affrontare. Lo si vede anche in un recente memorandum presidenziale che incoraggia le aziende di cybersecurity ad agire direttamente contro gli attori malevoli.
E lei vede dei rischi nell’affidare un ruolo del genere ai privati?
Il rischio è quello di creare una sorta di Far West. Se le aziende private vengono chiamate non solo a sviluppare tecnologie, ma anche ad agire direttamente contro i nemici del Paese, la domanda diventa: chi detta le regole e chi preme il bottone? Un conto è avere regole più leggere per accelerare l’innovazione, un altro è eliminare le regole. Non si può pensare che soggetti privati possano acquisire una libertà d’azione illimitata in un settore così delicato.
Nel frattempo, l’Europa rimane indietro su diverse tecnologie emergenti. È un problema che riguarda solo la difesa?
No, riguarda il sistema nel suo complesso. L’Europa è indietro su alcune tecnologie e, in determinati settori, anche rispetto alla Russia. Penso, per esempio, all’ipersonico. E non possiamo pensare di costruire un’economia militare basandoci soltanto sui droni, come se fossero l’unica tecnologia decisiva.
I droni, però, stanno cambiando il modo di combattere
Certamente. Sono una tecnologia molto importante perché, con una popolazione sempre più anziana, in futuro avremo bisogno di sistemi unmanned terrestri, navali e aerei per contrastare eventuali attacchi. Sta cambiando anche la dottrina, basti pensare che nei primi trenta chilometri del campo di battaglia, lo scontro ormai è sempre più affidato a sistemi senza equipaggio. Ma dobbiamo guardare anche alla robotizzazione. In Cina, ad esempio con Unitree, stanno sviluppando robot con una flessibilità sempre maggiore, capaci di movimenti che fino a poco tempo fa sembravano impensabili, come dei colpi di karate.
E un robot in grado di eseguire mosse di karate, può anche premere un grilletto…
Esatto. È uno sviluppo che considero molto importante e che ci porterà verso una forma di guerra sempre più automatizzata. Andiamo verso una sorta di Star Wars, verso la guerra dei cloni. Allo stesso tempo, anche la guerra multidominio sta cambiando e la guerra elettronica si sta spostando dall’aria verso lo spazio. Si comincia a parlare di droni spaziali e di data center in orbita. Il problema è sempre lo stesso: come difendi ciò che produci nello spazio? Anche qui torna la sovrapposizione tra interesse commerciale e interesse militare. Un oggetto commerciale che osserva la Terra può avere una rilevanza militare, così come un sistema di navigazione satellitare. È un altro esempio di quella che definirei una fog war, una zona di confine tra diplomazia, tecnologia e spionaggio.
Lei parla anche di una “tettonica geopolitica digitale”. Cosa significa?
Le reti globali si stanno progressivamente separando attraverso una sorte di splinternet. Da una parte abbiamo un blocco occidentale, dall’altra un’area russo-cinese, e prima o poi queste reti potrebbero diventare sempre più autonome e dovranno essere difese separatamente. Per acquistare determinati prodotti in Russia, per esempio, occorre un account russo e una carta di credito russa. Sono segnali di una progressiva separazione degli ecosistemi digitali. I continenti, in questo senso, si stanno staccando digitalmente gli uni dagli altri. E ci sono poi i Paesi attendisti, che aspettano di capire chi sarà il vincitore. L’India, per esempio, può essere letta anche in questa prospettiva.
Quanto incidono i conflitti in corso sull’accelerazione tecnologica?
Moltissimo. Tecnologie che prima erano sostanzialmente oggetti da laboratorio o da test oggi vengono sperimentate in migliaia di conflitti regionali. Questo consente di riportare a casa una quantità enorme di dati sull’impiego reale delle armi digitali e accorcia enormemente i tempi di sviluppo. È uno degli aspetti più importanti della fase attuale, ovvero che il campo di battaglia sta diventando anche un enorme ambiente di sperimentazione tecnologica.
Quali lezioni dovrebbe trarre l’Europa dalla lettura di questa strategia?
La prima lezione, positiva, è l’attenzione costante al tema. Produrre documenti con una certa frequenza e mantenere una riflessione continua sulla tecnologia è vitale. Ma dobbiamo ricordare che stiamo parlando di uno Stato singolo. Il confronto corretto non è quindi tra Stati Uniti e Italia, ma tra Stati Uniti ed Europa. E nella parte finale del documento americano c’è una tabella sulle priorità tecnologiche che, a mio avviso, è l’elemento più interessante, visto che quelle priorità riguardano, di fatto, tutto il mondo occidentale.
Il problema è che gli Stati Uniti possono contare su una capacità finanziaria e industriale che l’Europa non ha…
Esatto. Le tecnologie americane sono sostenute anche dalla finanza statunitense. Le aziende americane di intelligenza artificiale, senza le commesse della difesa, probabilmente avrebbero avuto molte più difficoltà a svilupparsi. Lo stesso schema potrà ripetersi con le tecnologie quantistiche e con quelle che arriveranno. Gli Stati Uniti affrontano queste sfide anche attraverso il mercato finanziario. Noi europei dobbiamo farlo attraverso l’unione dei nostri Paesi e andando verso fondi convergenti.
È un problema di frammentazione europea allora?
Sì. Negli Stati Uniti c’è un unico modello di carro armato, mentre in Europa ne abbiamo 12. Questo esempio rende bene l’idea. Non possiamo continuare a gestire la difesa come una somma di politiche nazionali separate. Non è una questione italiana o francese. È un tema europeo. Oggi non possiamo più permetterci di considerare la difesa come un fatto strettamente statual-nazionale. Anche perché un eventuale ridimensionamento dell’impegno americano in Europa renderebbe ancora più urgente il problema della deterrenza. E chiariamo che io non credo a una spallata russa verso l’Europa, ma dal punto di vista tattico-militare la deterrenza deve essere costruita. E oggi noi non abbiamo una deterrenza sufficiente.
La deterrenza tecnologica, quindi, pesa oggi più che in passato?
Sì. Se non vuoi apparire come un Paese che sta costruendo un sistema industriale della difesa per l’attacco, devi parlare di deterrenza. È uno strumento che può essere sostenuto da un governo di destra come da un governo di sinistra. Un tempo la deterrenza si misurava soprattutto attraverso le bombe atomiche. Oggi dobbiamo avere un altro parametro. La capacità scientifica e tecnologica di un Paese deve diventare una misura del suo livello di sviluppo e, inevitabilmente, anche della sua capacità di deterrenza.
Che cosa manca, in concreto, alle nostre di Forze armate per affrontare questa trasformazione?
Dobbiamo prendere molto più seriamente il rapporto tra tecnologia e forze della difesa. Sono ancora convinto che servirebbe una vera accademia militare dedicata alla componente tecnico-scientifica. Un reparto dedicato all’innovazione è certamente positivo, ma non basta, anche perché le risorse sono limitate. Servirebbe formare una nuova classe di militari con una solida preparazione tecnologica e scientifica, capace di interpretare le nuove forme della deterrenza. E credo che questo debba essere anche lo spirito europeo: noi non parliamo di guerra, noi parliamo di difesa.














