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Pescherecci russi e spionaggio, perché l’Europa teme per cavi e infrastrutture sottomarine

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Due società russe del settore della pesca sono già finite nella blacklist europea per il loro presunto coinvolgimento in attività di sorveglianza e sabotaggio delle infrastrutture sottomarine. Ma stabilire quanti battelli civili vengano effettivamente impiegati per raccogliere informazioni resta difficile. Un’inchiesta di Euronews riporta l’attenzione su una pratica tutt’altro che nuova, diventata più rilevante con la guerra in Ucraina

Un peschereccio può fare molte cose senza destare particolare attenzione. Può rallentare, modificare la rotta, fermarsi per ore nello stesso tratto di mare. Movimenti perfettamente compatibili con il lavoro a bordo. È proprio questa normalità, però, a rendere le flotte da pesca uno strumento storicamente utile anche per attività che con il pesce hanno poco a che vedere.

È il tema sollevato da un’inchiesta pubblicata da Euronews il 19 agosto, che ricostruisce le preoccupazioni crescenti in Europa per l’impiego di imbarcazioni civili, e in particolare di pescherecci collegati alla Russia, in operazioni di raccolta informativa nelle acque europee. Il punto, avverte la stessa ricostruzione, non è sostenere che ogni battello russo nasconda apparati di intelligence. Il problema è piuttosto distinguere l’attività commerciale ordinaria da quella che può rientrare nelle operazioni condotte nella cosiddetta zona grigia.

Un precedente, peraltro, esiste già ed è ufficiale. Nel maggio 2025 l’Unione europea ha inserito Norebo JSC e Murman Sea Food, due importanti società russe del settore ittico, nel regime sanzionatorio dedicato alle attività destabilizzanti di Mosca. La motivazione adottata dal Consiglio dell’Ue è particolarmente significativa: secondo Bruxelles, le due società fanno parte di una campagna di sorveglianza sponsorizzata dallo Stato russo che ha condotto missioni di spionaggio e attività di sabotaggio contro infrastrutture critiche, compresi i cavi sottomarini.

La misura non nasce dunque da una controversia sulla pesca, né dal più generale regime di sanzioni sul commercio russo. Si inserisce invece nel quadro europeo costruito per rispondere alle attività ibride: sabotaggi, cyber-attacchi, interferenze, manipolazione informativa e azioni contro infrastrutture essenziali. Con la decisione del maggio 2025 Bruxelles ha inoltre ampliato la possibilità di colpire direttamente beni materiali, comprese navi e altre piattaforme riconducibili ad attività destabilizzanti russe.

Poche settimane più tardi anche la Norvegia ha recepito la decisione europea. Oslo ha spiegato che, sulla base delle valutazioni dell’Ue, le attività attribuite alle due compagnie avrebbero riguardato infrastrutture sottomarine critiche nelle aree marittime norvegesi e alleate e potrebbero facilitare future operazioni di sabotaggio. Norebo, ricorda Euronews, ha respinto le accuse.

Non è una storia cominciata con l’Ucraina

La novità, in realtà, non è l’utilizzo di navi civili per raccogliere informazioni. Erlend Heier, esperto di guerra ibrida del Fridtjof Nansen Institute sentito da Euronews, ricorda come il ricorso a pescatori, navi commerciali e altre piattaforme non militari per attività di osservazione abbia accompagnato per decenni le strategie delle maggiori potenze navali.

A essere cambiati sono semmai il contesto e gli obiettivi. Dall’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022, sostiene Heier, l’attività russa sarebbe aumentata e l’attenzione si sarebbe progressivamente spostata dalla tradizionale osservazione delle esercitazioni e delle installazioni militari alla rete di infrastrutture civili che attraversa il fondo dei mari del Nord e Baltico. Cavi per le telecomunicazioni, condotte energetiche, collegamenti elettrici: infrastrutture scarsamente visibili ma essenziali per il funzionamento quotidiano delle economie europee.

La questione è da tempo all’attenzione della Nato. James Appathurai, responsabile dell’Alleanza per le minacce ibride e cyber citato da Euronews, aveva già descritto le operazioni russe di mappatura dei cavi e delle pipeline come uno degli aspetti più attivi della minaccia alle infrastrutture occidentali. L’interesse verso il fondale marino, del resto, non serve necessariamente a preparare un’azione immediata. Sapere dove passano i collegamenti, quali sono i loro punti vulnerabili e come vengono sorvegliati costituisce di per sé un patrimonio informativo utile in uno scenario di crisi.

Il problema delle prove

È però proprio qui che occorre evitare conclusioni automatiche. Mariia Vladymyrova, ricercatrice specializzata nel rapporto tra attività marittime e politica estera russa, spiega a Euronews che non esiste oggi un numero credibile dei pescherecci coinvolti in attività di intelligence nelle acque europee.

Esistono comportamenti che attirano l’attenzione: navi che restano a lungo nella stessa zona, rotte insolite, soste difficili da spiegare con le normali operazioni di pesca. L’analisi dei dati di navigazione e delle fonti aperte consente di individuare anomalie. Ma un’anomalia, da sola, non è una prova di spionaggio.

È una distinzione importante. Alcuni casi possono essere spiegati da condizioni meteorologiche, problemi tecnici o dalle stesse esigenze della pesca; altri risultano più difficili da interpretare. Il compito delle autorità, dunque, è trasformare il sospetto prodotto dal comportamento di una nave in una valutazione supportata da elementi tecnici e investigativi.

La zona grigia del mare

A complicare il quadro c’è poi la crescente opacità del traffico marittimo riconducibile alla Russia. Navi registrate sotto bandiere differenti, passaggi di proprietà, società che cambiano denominazione e strutture societarie difficili da ricostruire sono caratteristiche già emerse con la flotta ombra, utilizzata per aggirare le restrizioni occidentali sul petrolio russo.

Pescherecci e petroliere non sono la stessa cosa e non vanno sovrapposti. Ma il problema investigativo è simile: ricostruire chi controlla realmente una nave e stabilire il rapporto tra il soggetto formalmente proprietario e gli interessi dello Stato russo. Secondo Vladymyrova, proprio la chiusura di queste zone d’ombra rappresenta uno dei compiti più urgenti per Bruxelles.

La risposta, tuttavia, non può essere soltanto europea. Un funzionario della Commissione ha spiegato a Euronews che qualsiasi nave sospettata di minacciare infrastrutture critiche o di condurre attività ostili viene considerata con attenzione, ma sono poi le autorità nazionali – guardie costiere, polizie, marine e servizi competenti – a dover gestire il singolo episodio sulla base delle rispettive legislazioni.

Il mare “europeo” è diventato uno degli spazi nei quali la separazione tradizionale tra sicurezza economica, attività civile e difesa è sempre meno netta, in cui piattaforme apparentemente ordinarie possono offrire copertura, accesso e permanenza in prossimità di infrastrutture strategiche, e la conseguente difficoltà di distinguere ciò che appartiene alla normale navigazione da ciò che può avere una funzione diversa rende la sorveglianza marittima uno dei dossier più complessi della sicurezza europea.


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