Il direttore generale del Dis, Vittorio Rizzi, conferma l’esistenza di misure predisposte per tutelare la libertà del processo elettorale. Un’indicazione che non nasce nel vuoto: la Relazione 2026 dell’intelligence descrive da tempo uno spazio di competizione in cui cyber, disinformazione e operazioni cognitive possono incidere sulla fiducia e sulla capacità decisionale delle democrazie. Un terreno che Formiche.net segue e analizza da anni
La sicurezza di un’elezione non comincia quando si aprono i seggi. Comincia molto prima, nello spazio meno visibile nel quale si forma il giudizio degli elettori, circolano informazioni autentiche e manipolate, vengono sfruttate fratture sociali preesistenti e attori esterni possono tentare di alterare non tanto il risultato materiale di una consultazione, quanto l’ambiente nel quale la volontà politica prende forma.
In questa prospettiva le parole di Vittorio Rizzi, direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, a margine della VI Università d’Estate sull’Intelligence organizzata dalla Società italiana di Intelligence a Soveria Mannelli, in Calabria, appaiono come un ulteriore ma necessario monito che invita a non abbassare la guardia e a restare vigili. L’iniziativa ha riunito, tra gli altri, lo stesso Rizzi, il presidente della Socint, Mario Caligiuri, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini e il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma Giuseppe Amato, moderati dal direttore di Formiche, Flavia Giacobbe.
“Il tema di tutelare il processo elettorale riguarda non solo l’Italia ma tutti i Paesi che nel 2026 e 2027 andranno al voto. E su questo sono state messe in campo, sulla stessa indicazione del Copasir, una serie di misure per tutelare la libertà del processo democratico di voto”, ha spiegato Rizzi. Il direttore del Dis non ha evocato un episodio specifico, né attribuito pubblicamente a un singolo attore una campagna in corso. Ha indicato invece un problema strutturale e, soprattutto, una postura istituzionale: la tutela preventiva dell’integrità democratica. Il punto non è attendere che un’operazione di interferenza produca effetti misurabili, ma costruire le condizioni perché la decisione politica possa formarsi senza pressioni occulte provenienti dall’esterno.
“Il rischio di azioni e condotte ibride da parte della Russia è conosciuto in tutta Europa. Ci sono diverse analisi che testimoniano attività che la Russia conduce, direttamente o indirettamente, ad esempio nel campo della disinformazione, anche per testare le tenute delle opinioni pubbliche e delle società europee. L’attenzione è alta”, ha aggiunto il presidente del Copasir a margine dello stesso incontro. “Un’attenzione che tutto il comparto dei servizi italiani ha sempre mostrato. Va tenuta una posizione molto coesa a livello europeo per mantenere alta la pressione sulla Russia, per dire che non accettiamo questo tipo di intromissioni”, ha detto Guerini.
Dal rischio elettorale alla sicurezza cognitiva
Il ragionamento coincide con uno dei passaggi concettuali più rilevanti maturati negli ultimi anni all’interno della comunità intelligence. La minaccia contemporanea non coincide necessariamente con un atto ostile riconoscibile, delimitato nel tempo e facilmente attribuibile. Può essere progressiva, frammentata, distribuita tra domini differenti; può utilizzare strumenti legali per perseguire finalità ostili e inserire singole operazioni apparentemente scollegate all’interno di una strategia cumulativa.
È precisamente questo il paradigma delineato dalla Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026, riferita all’attività svolta nel 2025 e presentata al Parlamento il 4 marzo. Il documento, significativamente intitolato Governare il cambiamento, osserva come il concetto stesso di minaccia si sia progressivamente allontanato dalla sola dimensione dell’evento visibile per assumere carattere continuo, pervasivo e multidominio. Accanto agli spazi tradizionali entra così stabilmente il dominio cognitivo, nel quale la manipolazione dei flussi informativi può incidere sulla stabilità istituzionale, sulla fiducia dei cittadini e sulla capacità delle istituzioni di assumere decisioni autonome.
Se l’obiettivo di un avversario è modificare le percezioni di una società, esasperarne le divisioni o ridurre la fiducia nell’affidabilità delle istituzioni, il confine tra sicurezza esterna e dinamica politica interna diventa inevitabilmente più poroso. Il bersaglio non è necessariamente l’infrastruttura elettorale in senso stretto. Può esserlo l’ecosistema che la circonda: media, piattaforme digitali, account apparentemente indipendenti, documenti falsificati, materiale sottratto e diffuso selettivamente, reti di proxy, operazioni cyber e campagne costruite per rendere indistinguibile ciò che è autentico da ciò che è stato fabbricato.
La Relazione colloca infatti le attività di disinformazione all’interno di una minaccia ibrida più ampia, dove strumenti tecnologici, informativi, politici ed economici possono essere utilizzati congiuntamente rimanendo sotto la soglia del conflitto convenzionale. La Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese vengono indicate come due tra gli attori statuali maggiormente attivi in questo ambiente competitivo, pur con metodi, intensità e finalità differenti. Per quanto riguarda Mosca, il documento insiste sulla continuità tra la dimensione cibernetica, quella informativa e la più ampia pressione ibrida sull’Europa.
Il problema non è soltanto la scheda elettorale
La libertà del voto dipende naturalmente dalla sicurezza delle infrastrutture, dalla protezione dei sistemi informatici e dalla regolarità delle operazioni elettorali. Ma nel confronto ibrido contemporaneo esiste una fase precedente: quella della formazione della volontà, dell’opinione, della percezione.
Un sistema democratico può tecnicamente svolgere elezioni perfettamente regolari e, allo stesso tempo, essere sottoposto per mesi a operazioni progettate per polarizzare la popolazione, delegittimare preventivamente il risultato, costruire narrazioni di brogli inesistenti, amplificare artificialmente determinati orientamenti o rendere particolarmente divisivi temi già presenti nel dibattito pubblico.
Il giorno precedente alle parole del direttore del Dis, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva espressamente evocato il possibile rischio di tentativi russi di condizionamento delle consultazioni europee, Italia compresa. “Non è da escludere che possano esserci tentativi di condizionare le elezioni dei Paesi dove si vota», aveva affermato al Gymnich di Wicklow, sottolineando la necessità di «intervenire in anticipo”. Due piani diversi, che è utile non sovrapporre, ma che indicano il medesimo principio, quello secondo cui la prevenzione deve lavorare ex ante riguardo alle interferenze, non ex post.
Formiche e un dossier aperto da anni
Formiche.net analizza, studia e segue la tematica da tempo. Molto prima che l’integrità del prossimo voto italiano entrasse nel dibattito politico corrente, queste pagine hanno seguito l’evoluzione delle operazioni ibride, della disinformazione e dell’interferenza cognitiva osservandone tecniche, infrastrutture, proxy e sperimentazioni nei diversi Paesi europei.
La ricostruzione delle Relazioni annuali dell’intelligence italiana aveva mostrato come gli apparati nazionali segnalassero da almeno un decennio la trasformazione della minaccia. Già nel 2016 veniva sottolineato il ruolo della variabile cibernetica nell’evoluzione del conflitto ibrido; l’anno successivo la Relazione parlava espressamente di un «nuovo paradigma, ibrido, del confronto fra Stati», nel quale strumenti convenzionali e non convenzionali, influenza e ingerenza tendevano progressivamente a convergere.
Anche l’osservazione dei casi esteri ha offerto nel tempo una serie di anticipazioni utili: la Moldavia è stata analizzata da Formiche.net come uno dei laboratori più avanzati dell’interferenza elettorale: reti Telegram, account artificiali, deepfake, portali collegati all’ecosistema informativo russo e campagne coordinate dirette contro il governo filoeuropeo di Maia Sandu hanno mostrato come un’operazione contemporanea possa essere modulare e multivettoriale. Un sistema nel quale piattaforme differenti concorrono alla costruzione della stessa percezione politica.
Lo stesso schema si ritrova cambiando scala e strumenti. L’utilizzo di influencer stranieri per veicolare una rappresentazione amichevole e depoliticizzata della Russia mostra il versante più morbido dell’influenza: contenuti apparentemente lontani dalla propaganda istituzionale, costruiti per inserirsi nei codici comunicativi delle piattaforme e nella relazione fiduciaria tra creator e pubblico.
Sul fronte opposto, l’impiego di criminalità comune e attori usa e getta per sabotaggi, vandalismi e provocazioni dimostra invece come le operazioni informative possano essere alimentate da eventi fisici prodotti appositamente per generare attenzione, tensione e materiale narrativo. La dimensione cinetica diventa così parte della dimensione cognitiva.
In Francia, episodi apparentemente riconducibili a conflitti interni sono stati analizzati come esempi dell’utilizzo delle faglie sociali preesistenti: non creare dal nulla una divisione, operazione estremamente difficile, ma individuare quella già presente e aumentarne progressivamente la temperatura.
Poi c’è la scala industriale dell’informazione. Il network Pravda, con milioni di contenuti prodotti e rilanciati attraverso decine di domini e infrastrutture collegate, mostra come il volume stesso possa diventare un’arma: saturare gli spazi digitali, generare backlink, entrare nei risultati dei motori di ricerca e contaminare indirettamente gli ecosistemi utilizzati anche dai sistemi di intelligenza artificiale.
Infine, Milano-Cortina 2026 ha offerto un caso italiano di osservazione della convergenza tra cyber e infowarfare, con falsi servizi attribuiti a media occidentali, voice cloning, contenuti sintetici e narrazioni dirette a colpire la delegazione ucraina e l’affidabilità dell’evento olimpico. Un grande appuntamento internazionale utilizzato come superficie di esposizione per operazioni a elevato rendimento reputazionale.
Difendere senza politicizzare
Proteggere il processo democratico da interferenze straniere non significa però trasformare ogni opinione radicale, controversa o ostile alla politica del governo in un problema di sicurezza nazionale. Una democrazia tutela sé stessa proprio mantenendo nettamente separati dissenso legittimo e interferenza occulta. Il primo appartiene alla fisiologia politica; la seconda implica invece elementi quali coordinamento nascosto, inganno sull’identità o sull’origine dell’operazione, finanziamenti non trasparenti, manipolazione artificiale della diffusione, sottrazione e alterazione di materiale, attività cyber o direzione da parte di soggetti statuali e loro proxy.
È probabilmente questa una delle difficoltà maggiori da affrontare nei prossimi mesi. Le democrazie europee, e la nostra in particolare, dovranno aumentare la propria capacità di attribuzione e contrasto senza comprimere lo spazio del confronto politico. Dovranno rendere le società più resilienti senza costruire apparati di certificazione delle opinioni. E dovranno spiegare pubblicamente la natura delle operazioni ostili abbastanza da neutralizzarne gli effetti, senza compromettere strumenti e fonti dell’intelligence.
La frase pronunciata da Vittorio Rizzi contiene, in fondo, questa tensione e sottolinea, al contempo, questa responsabilità. Non la promessa di blindare il dibattito politico, ma l’impegno a preservare la libertà del processo democratico di voto. Nella competizione ibrida il risultato più utile per chi agisce contro una democrazia non è necessariamente far vincere un candidato. Può essere sufficiente convincere una parte consistente della società che il voto, qualunque sia il suo esito, non sia più degno di fiducia.







