Skip to main content

Dietro le quinte della guerra cognitiva. Come Mosca istruisce i suoi narratori italiani

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

Un reportage de Il Foglio ha ripreso un’analisi dell’Institute for the Study of War che documenta qualcosa di sistematico: la Russia non distribuisce propaganda solo attraverso RT e Sputnik. Sta creando una rete duratura di asset umani. In Italia, documenta Massimiliano Di Pasquale dell’Istituto Gino Germani, abbiamo visto proliferare influencer su Facebook, Instagram, TikTok. Ecco come funziona questa rete strategica. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna ed esperto di intelligence e guerra cognitiva

Se guardate la televisione negli ultimi mesi, avrete notato un fenomeno curioso. Non è una coincidenza: opinionisti, commentatori, persino alcuni giornalisti sembrano muoversi in coro secondo una narrativa coerente. La Nato è aggressiva. L’Ucraina non può vincere. Le sanzioni sono controproducenti. Su TikTok, Instagram e Facebook, giovani donne russe che parlano correntemente italiano diffondono video idilliaci sulla vita a Mosca, sul “rispetto dei valori tradizionali” in Russia, sull’amicizia con l’Italia. Non sono post isolati. Sono campagne coordinate.

Per anni, abbiamo trattato questo come disinformazione generica. Propaganda, il rumore della democrazia digitale. Nel 2025-2026, questa interpretazione è obsoleta. Quello che osserviamo è un’architettura di influenza diretta, finanziata e gestita strategicamente da uno stato straniero.

L’INFRASTRUTTURA VISIBILE

Un reportage de Il Foglio ha ripreso un’analisi dell’Institute for the Study of War che documenta qualcosa di sistematico: la Russia non distribuisce propaganda solo attraverso RT e Sputnik. Sta creando una rete duratura di asset umani. Il programma SputnikPro gestisce corsi formali su “IA e produzione di contenuti” per giornalisti stranieri, influencer, creatori di contenuti. Sono lezioni su come usare strumenti di generazione di testi, automazione di account, coordinamento social. Chi frequenta questi corsi ritorna nel proprio paese con competenze tecniche, credibilità professionale, e una comprensione diretta di come Mosca vuole che le narrative vengano raccontate.

La RT Academy opera parallela. Nel marzo 2025, NewsGuard ha documentato “Storm-1516”, un’operazione che ha targetizzato la Francia con cinque narrative false, distribuite in 38.877 post, raggiungendo 55,8 milioni di visualizzazioni. Non era viralità casuale; era ingegneria cognitiva.

In Italia, documenta Massimiliano Di Pasquale dell’Istituto Gino Germani, abbiamo visto proliferare influencer – giovani donne russe che parlano italiano – su Facebook, Instagram, TikTok. Pagine come “Strade russe” raccontano a un pubblico giovane una visione idilliaca della Russia, il “rispetto per i valori tradizionali”, l’amicizia tra i popoli. Non sono iniziative spontanee; sono contenuti dentro un ecosistema di finanziamento strategico.

IL RUOLO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Nel 2024, operazioni Fimi con IA erano 41. Nel 2025, sono salite a 147. Una crescita del 259% in un anno.
La Russia ha compreso che l’IA generativa non sostituisce la propaganda tradizionale, ma la moltiplica. Un giornalista formato a Mosca può produrre dieci articoli al giorno. Una rete coordinata di account amplifica qualunque narrazione in decine di varianti simultaneamente. Pravda Network nel 2025 ha pubblicato 7,5 milioni di articoli. Non è giornalismo; è saturazione industrializzata.

Il calcolo strategico è evidente: l’Occidente può bloccare un server, un account. Ma non può impedire a una giornalista italiana che ha frequentato un corso a Mosca di scrivere legittimamente per una testata nazionale esponendo tesi favorevoli al Cremlino. Non può vietare a un influencer di ricevere una borsa di studio da una fondazione culturale russa. Non può interdire che un’università ospitagli un convegno sulla “cooperazione Italia-Russia” finanziato da Rossotrudnichestvo.

Mosca ha identificato i limiti costituzionali delle democrazie liberali e costruito un’infrastruttura che li sfrutta. Non è guerra cognitiva clandestina; è penetrazione strutturale operante alla luce del sole, protetta dalle stesse leggi che defendono la libertà.

LE VULNERABILITÀ ITALIANE

L’Italia ha istituzioni di sicurezza serie. Il Dis produce rapporti sofisticati. Il Copasir conduce audizioni. L’Acn blocca attacchi informatici. La Polizia Postale oscura siti. L’Agcom monitora i social. Formalmente, questi organismi “contrastano la guerra cognitiva”.
Nella pratica, non dispongono di strumenti reali. Il Copasir è un organo di controllo, non di inchiesta operativa. L’Acn è un’agenzia di cybersecurity tecnica – ingegneri che bloccano malware, non analisti di semantica o coordinamento narrativo. La Polizia Postale indaga reati specifici, non campagne coordinate. L’Agcom monitora durante elezioni, non continuativamente.

Questi organismi bloccano sintomi tecnici dopo che il danno è già inflitto. Sono contenimento, non prevenzione.

Ma il problema va oltre l’assetto istituzionale. Intelligence e difesa posseggono capacità potenziali – analisi, raccolta dati, expertise tecnologico – ma manca il mandato politico chiaro per esercitarle. Non esiste una dottrina nazionale che definisca attraverso quali strumenti operativi costruire resistenza e resilienza agli attacchi cognitivi. Non c’è unità di comando che coordini l’azione, né direzione che guidi il governo nel riconoscere la guerra cognitiva come problema di stato richiedente una risposta strutturale. Quando mancano mandato, dottrina e comando unico, anche le capacità migliori rimangono potenziali, mai attuali. In democrazia questo è ancora più vero: nessun’agenzia di sicurezza agisce senza una autorizzazione politica esplicita. Finché questa autorizzazione non arriva, e finché il governo non decide che la guerra cognitiva è una priorità strategica pari a quella cyber o militare, gli sforzi rimarranno frammentati e reattivi.

IL NODO CENTRALE: DAL MONITORAGGIO ALL’AZIONE

È inutile lamentarsi delle ingerenze russe se non si assume qualche decisione reale per contrastare concretamente. L’Italia oggi produce monitoraggio abbondante – relazioni del Dis, analisi dell’Aisi, segnalazioni di cybersecurity dell’Acn, report dell’Agcom— ma quel monitoraggio rimane confinato in circoli tecnici o di controllo parlamentare, senza generare azione operativa integrata.

Una campagna Fimi viene rilevata da un’agenzia, documentata internamente, talvolta segnalata a Copasir in audizione. Ma poi? Non c’è un protocollo che dica: “Se Aise rileva che una rete di influencer russe riceve finanziamento da Rossotrudnichestvo, allora Aisi verifica i registri italiani di finanziamenti stranieri, Maeci valuta se l’ambasciata russa è consapevole e prepara nota diplomatica, Ministero Interno prepara comunicazione pubblica di trasparenza sui finanziamenti, Agcom monitora piattaforme per amplificazione della narrazione, governo comunica pubblicamente fattualmente, coordinamento con alleati Nato per risposta allineata”. Non c’è regia perché non c’è mandato politico che dica a tutti questi organismi di operare verso questo fine unitario.

Il risultato è paradossale: l’Italia sa. Il Dis sa che ci sono campagne coordinate. L’Aisi sa quanti influencer hanno ricevuto fondi russi. L’Aise sa quali uffici consolari e diplomatici russo-coordinano queste operazioni. La Polizia Postale sa quali server e account vengono usati. L’Agcom sa quali hashtag e narrativi vengono amplificati. Ma tutto questo sapere rimane confinato. Non si trasforma in azione congiunta. Non produce deterrenza pubblica. Non forma consapevolezza nella cittadinanza.

Questo non è falso: il monitoraggio è serio e sofisticato. È incompleto: il monitoraggio non è accompagnato da azione integrata. È impotente: l’azione frammentata di singoli organismi rimane contenimento tattico, non risposta strategica.

La differenza tra Italia, Svezia, e Taiwan non è che Svezia e Taiwan hanno esperti migliori. È che il governo svedese e taiwanese hanno deciso esplicitamente che guerra cognitiva è priorità nazionale, hanno formalizzato dottrina, e hanno istituito comando unico con autorità di coordinamento che trasforma il monitoraggio in azione. La Svezia comunica pubblicamente quale narrativa russa sta vedendo e come cittadinanza deve interpretarla. Taiwan risponde entro un’ora a narrazione falsa con verità fattuale. La Francia pubblica rapporti su campagne estere, tracciamento semantico, coordinamento con alleati. L’Italia produce relazioni tecniche che rimangono per lo più non-pubbliche.

CHIARIMENTO COSTITUZIONALE: LA CONTRONARRATIVA È GIÀ SCRITTA

Un punto cruciale deve essere esplicito: la contronarrativa non è da discutere o decidere come questione aperta. Quello che serve è già scritto nella Costituzione italiana e nelle convenzioni internazionali su diritti umani e democrazia.

Articolo 21 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Questo significa: un giornalista non può essere impedito di scrivere; un influencer non può essere censito per il finanziamento che riceve (salvo crimini); un’università non può essere vietata dall’ospitare convegni con stranieri. Queste libertà sono fondamentali e inviolabili.

Articolo 16: “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualunque parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale”. Nessun governo italiano può interdire ai cittadini di frequentare corsi a Mosca, di ricevere borse di studio, di collaborare con organizzazioni estere legalmente.

Ma la Costituzione è anche molto esplicita su come gestire questa tensione tra libertà e sicurezza. Articolo 54: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”. Questo significa: le agenzie di sicurezza hanno il dovere di proteggere la Repubblica dalla penetrazione cognitiva straniera, operando dentro vincoli costituzionali.

La domanda non è: “Possiamo violare la libertà di espressione per combattere la propaganda russa?”. La risposta è no, e non è negoziabile. La domanda corretta è: “Come operiamo dentro i vincoli costituzionali per trasformare monitoraggio in azione?”. E la risposta è: trasparenza, comunicazione pubblica fattuale, inoculazione cognitiva, tracciamento semantico pubblico, coordinamento diplomatico.
Svezia non censisce. Svezia comunica pubblicamente. Dice ai cittadini: “Questa narrazione viene da campagna russa coordinata; ecco i dati, ecco come riconoscerla”. Questo non viola libertà di espressione; la rafforza, perché aumenta consapevolezza e capacità critica della cittadinanza. Taiwan non blocca; Taiwan risponde con verità entro 60 minuti. Francia non censura; pubblica rapporti su campagne estere, aiutando redazioni e cittadinanza a riconoscere manipolazione. Nessuno di questi paesi viola diritti costituzionali. Tutti usano armi legittime di democrazia: trasparenza, comunicazione veloce, inoculazione cognitiva basata su fatti.

L’Italia ha tutto questo a disposizione dentro la Costituzione. Non serve cambiare legge. Serve sfruttare pienamente gli strumenti già disponibili: comunicazione pubblica, trasparenza su finanziamenti, coordinamento diplomatico, inoculazione mediatica attraverso istruzione pubblica, monitoraggio semantico pubblico di campagne estere. Tutto questo è legale, costituzionale, lecito.

COSA FARE: PROPOSTE CONCRETE

La risposta all’insufficienza del monitoraggio è riconfigurare il sistema trasformando capacità sparse in azione coordinata. Questo richiede una rifondazione strategica italiana, organizzata secondo sequenza logica gerarchica: decisione politica → dottrina nazionale → coordinamento operativo → misure specifiche.

PRIMO LIVELLO: INDIRIZZO POLITICO CHIARO

Il governo deve emanare un indirizzo politico esplicito che riconosca la guerra cognitiva come minaccia strategica nazionale, pari in importanza alla difesa cyber e militare. Questo indirizzo deve essere comunicato al Parlamento, discusso in Commissioni di difesa e intelligence, e diventare parte della visione strategica italiana nel quadro Nato e alleanze occidentali. Non è una decisione tecnica; è una decisione politica fondamentale che autorizza intelligence, difesa, e organismi civili a operare con mandato chiaro e risorse dedicate.

SECONDO LIVELLO: DOTTRINA NAZIONALE

Sulla base di questo indirizzo politico, il governo deve elaborare una dottrina nazionale di guerra cognitiva in coerenza con quadri strategici Nato, Usa, e paesi alleati. Questa dottrina deve definire: quali organismi operano in quale ambito (Dis, Aise, Aisi, Acn, Agcom, ministero dell’Interno, università, media); come si coordina l’azione tra settore pubblico, privato e società civile; quali sono gli strumenti di resistenza (trasparenza su finanziamenti, comunicazione rapida di verità, tracciamento semantico pubblico); quali sono gli strumenti di resilienza (alfabetizzazione mediatica, consapevolezza pubblica, preparazione della società, inoculazione cognitiva). La dottrina deve operare esclusivamente dentro vincoli costituzionali — nessun elemento censorio, nessuna violazione di diritti — ma deve definire chiaramente come costruire difesa strutturale.

TERZO LIVELLO: UNITÀ DI COMANDO E COORDINAMENTO

Sulla base della dottrina, il governo deve istituire un’unità di comando per la difesa cognitiva nazionale, che coordini Dis, Aise, Aisi, Acn, Agcom, Miur, ministero Interno, Maeci, società civile, comunità di ricerca. Questa unità non ha potere esecutivo diretto su altre agenzie; ha potere di indirizzo strategico e coordinamento. La sua funzione è: decidere priorità (trasparenza su finanziamenti, alfabetizzazione mediatica, monitoraggio semantico pubblico); assegnare compiti a organismi competenti secondo dottrina; monitorare efficacia; coordinare con alleati NATO; supportare comunicazione pubblica. Nessun organismo agisce senza questa direzione.

QUARTO LIVELLO: MISURE OPERATIVE SPECIFICHE

Conseguentemente alla decisione politica, dottrina, e unità di comando, emergono i punti operativi specifici:

Primo: Registro di trasparenza per finanziamenti esteri (modello Fits australiano/Fara Usa). Obbligo di dichiarazione pubblica di qualunque finanziamento derivante da governi extraeuropei verso giornalisti, influencer, organizzazioni, università. Cognizione pubblica, non proibizione. Questo strumento è costituzionalmente legittimo e produce deterrenza: asset umano che sa che il finanziamento deve essere dichiarato pubblicamente opererà meno efficacemente.

Secondo: Alfabetizzazione mediatica curricolare (modello finlandese). Moduli obbligatori su guerra cognitiva, Fimi e IA nella disinformazione in programmi universitari di giornalismo, scienze politiche, comunicazione. Integrazione dell’alfabetizzazione mediatica nei curricula della scuola primaria e secondaria. Questo crea generazione di cittadini che riconosce autonomamente manipolazione narrativa.
Terzo: Agenzia civile di difesa cognitiva (modello svedese Mpf). Istituire agenzia civile dedicata al tracciamento pubblico di campagne Fimi straniere, supporto a redazioni e fact-checkers, preparazione di società civile e università. Nessun potere censorio, solo mappatura, comunicazione pubblica, e supporto a consapevolezza critica.

Quarto: Coordinamento stabile delle competenze già esistenti. L’Italia dispone formalmente delle competenze necessarie – linguisti, sociologi della comunicazione, psicologi cognitivisti, data scientist, esperti di IA generativa – sparse in molteplici organismi: Dis (intelligence strategica), Aise (servizio estero), Aisi (servizio interno), Ministero dell’Interno (polizia postale, intelligence domestica), Maeci (diplomazia, relazioni esterne), Ministero della Difesa (in particolare 28° reggimento “Pavia” dell’Esercito, cyber-operazioni + analisi semantica). Quello che manca è una regia politica che trasformi il monitoraggio frammentato in azione integrata. Non è questione di creare nuovo personale specializzato; è questione di istituire un coordinamento stabile — task force permanente, unità operativa interagenziale, o estensione della competenza della Presidenza del Consiglio — che riceva mandato esplicito di: identificare campagne FIMI straniere in corso; coordinare raccolta di intelligence semantica tra agenzie (Dis per strategia, Aise per reti estere, Aisi per reti interne, Difesa per capacità tecnica); produrre valutazione integrata; trasmettere al governo informazioni fattuale per decisioni politiche; supportare comunicazione pubblica rapida quando necessario; coordinare con alleati Nato. Questa regia trasformerebbe monitoraggio passivo in azione preventiva concreta. Non richiede nuove leggi complesse; richiede decisione politica che competenze già disponibili operino in coordinamento per obiettivo unitario, anzichè in silos separati.

SE L’ITALIA VOLESSE AGIRE: LA VISIONE CONTROFATTUALE

Se l’Italia assumesse queste decisioni — se decisione politica esplicita, dottrina nazionale, unità di comando integrato fossero realtà — allora questi interventi non vincerebbero la guerra cognitiva in mesi. Si costruirebbero su decenni. Nel frattempo, la Russia continuerebbe a operare. Ma almeno avrebbe smesso di operare in campo sostanzialmente indifeso. L’Italia non rimmarrebbe più esposta esattamente dove è più vulnerabile: non ai bot farm bloccabili, ma all’infiltrazione umana legale, strutturata, finanziata, e coordinata dal Cremlino. Solo mediante questi elementi — decisione politica esplicita, dottrina nazionale, unità di comando integrato — potrebbe il ciclo vicioso di frammentazione, inerzia, e penetrazione essere rotto.

La Costituzione lo consentirebbe. Le capacità esisterebbero. Mancherebbe solo la volontà politica. Una volontà che in Francia ha prevalso anche in forze tradizionalmente critiche verso le alleanze occidentali. Ma in Italia?

IL PROBLEMA POLITICO: UNITÀ COSTITUZIONALE FRANCESE VS. FRAMMENTAZIONE ITALIANA

In Francia, nel settembre 2026, Marine Le Pen e Jordan Bardella del Rassemblement National — il partito storicamente più tollerante verso Mosca — hanno preso una posizione netta e pubblica. Hanno condannato duramente le azioni del Cremlino, definendo i tentativi di ingerenza russa come “atto ostile contro gli interessi della Francia e dell’Europa”. Marine Le Pen ha dichiarato esplicitamente che “nessuna provocazione, operazione clandestina o sforzo di destabilizzazione può indurre la Francia a favorire gli obiettivi bellici di Mosca in Ucraina”. Questo significa: in Francia, l’intero arco costituzionale — da sinistra a destra, incluso il partito che era stato più vicino a Mosca — si è schierato con la Repubblica francese nel momento in cui la guerra cognitiva straniera è diventata manifesta.

In Italia, nulla di simile accade. Figure politiche di peso come Vannacci, Salvini, Conte — leader di forze parlamentari significative — non hanno mai pronunciato una parola per prendere distanza da Mosca. Non hanno mai sollecitato coordinamento interagenziale contro campagne russe. Non hanno mai chiesto trasparenza su finanziamenti esteri da potenze straniere. Non hanno mai chiamato a un raccoglimento patriottico attorno alla difesa della Repubblica da ingerenze del Cremlino. Il loro silenzio non è accidentale; è strutturale.

Il loro concetto di patriottismo declina diversamente: non è lealtà alla Repubblica come istituzione collettiva, ma fedeltà a convenienze politiche che preferiscono mantenere buoni rapporti con Mosca.

Il contrasto è netto: in Francia, anche il partito più favorevole a Mosca ha scelto il patriottismo costituzionale. In Italia, forze significative del Parlamento hanno scelto l’assenza di patriottismo costituzionale. Da questi ultimi ci si deve aspettare, prevedibilmente, non cooperazione ma ostilità esplicita a qualunque iniziativa seria volta a proteggere l’Italia dalle ingerenze ostili di Mosca. Essi saranno gli alleati strutturali del Cremlino, non della Repubblica.

CONCLUSIONE

La visione controfattuale che abbiamo tracciato – un’Italia che decide di agire contro la guerra cognitiva russa – rimane appunto controfattuale. Non perché infattibile dal punto di vista tecnico o costituzionale. È infattibile dal punto di vista politico. Perché la volontà che lo renderebbe possibile è ostaggio di calcoli che antepongono convenienze esterne alla fedeltà della Repubblica. Finché sarà così, l’Italia continuerà a rimanere il campo di battaglia preferito di Mosca: non conquistato da armi, ma corroso da infiltrazione cognitiva operante alla luce del sole, protetta dai silenzi politici di chi dovrebbe opporsi.


×

Iscriviti alla newsletter