Tokyo valuta l’ipotesi di dotarsi di sottomarini nucleari. Una scelta che guarda soprattutto all’espansione della Marina cinese e alla necessità di operare più a lungo e più lontano dalle coste giapponesi
Il Giappone apre alla possibilità di dotarsi di sottomarini a propulsione nucleare. A dichiararlo è stato il ministro della Difesa nipponico Shinjiro Koizumi, specificando che non c’è (almeno per ora) alcun avvio di un programma di acquisizione, ma soltanto che questa tematica è entrata nel dibattito istituzionale sul futuro della Japan Maritime Self-Defense Force. Tuttavia, questo risvolto rappresenta comune un’evoluzione significativa rispetto a una questione rimasta per decenni ai margini della pianificazione militare giapponese.
Il passaggio assume particolare rilievo considerando che il Giappone dispone già di una delle flotte convenzionali più avanzate al mondo. La Jmsdf conta infatti ventidue sottomarini a propulsione convenzionale, e sta introducendo progressivamente (cinque unità sono già in servizio) i battelli della classe Taigei, dotati di batterie agli ioni di litio. Rispetto alla propulsione convenzionale, tuttavia, quella propulsione nucleare offrirebbe però maggiore autonomia e velocità sostenuta, consentendo ai sottomarini di operare immersi più a lungo e a distanze maggiori dall’arcipelago. Una capacità particolarmente rilevante mentre Tokyo guarda con crescente attenzione all’espansione della Marina cinese e alla sua capacità di operare sempre più lontano dalle coste della Cina.
Il dibattito si inserisce inoltre in una più ampia evoluzione delle capacità militari giapponesi. Tokyo sta sviluppando una postura di “counterstrike” basata anche su sistemi a lungo raggio, tra cui la versione aggiornata del missile Type 12 e i Tomahawk statunitensi. Un sottomarino nucleare potrebbe aggiungere a questa architettura una piattaforma mobile e difficilmente individuabile per l’impiego di armi a lungo raggio.
La notizia arriva pochi mesi dopo che un altro attore dell’Indo-Pacifico, la Corea del Sud, ha avviato in accordo con Washington un programma di acquisizione di sottomarini a propulsione nucleare. L’ipotesi avrebbe inoltre ricadute sulla cooperazione con Aukus, di cui Tokyo è già considerata un potenziale partner, soprattutto rispetto al secondo pilastro dell’accordo. Una capacità giapponese di questo tipo potrebbe rafforzare la cooperazione nell’ambito della guerra subacquea e dell’interoperabilità.
Restano tuttavia ostacoli considerevoli. Il Giappone dovrebbe costruire una nuova infrastruttura industriale e regolatoria, formare personale specializzato e sviluppare competenze nella gestione dei reattori e del materiale nucleare. I costi sarebbero inoltre molto superiori rispetto a quelli dei battelli convenzionali. Per questo, le parole di Koizumi vanno lette più come un segnale di apertura politica che come l’annuncio di un programma. Il prossimo passaggio sarà capire se Tokyo trasformerà questa apertura in uno studio concreto sulla fattibilità di una capacità subacquea nucleare. Nel frattempo, l’ipotesi è ormai entrata nel dibattito sulla futura postura militare del Giappone.
















