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Trump accoglie Xi, l’Europa cerca la giusta distanza

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Il presidente americano prepara un’accoglienza eccezionale per il leader cinese, mentre commercio, AI e Taiwan restano sul tavolo. Per Bruxelles, una stabilizzazione tra Washington e Pechino può ridurre i rischi di escalation, ma anche accentuare il pericolo di un rapporto bilaterale costruito sopra la testa degli europei, spiegano Le Corre (Essec) e Barkin (Rhodhium Group/Gmf) a Formiche.net

Donald Trump sarà sulla pista della Joint Base Andrews oggi per accogliere personalmente Xi Jinping al suo arrivo a Washington. Un gesto raro per un presidente americano e l’inizio di una visita di Stato di tre giorni nella quale la Casa Bianca intende riservare al leader cinese un trattamento particolarmente solenne.

Il cerimoniale proseguirà giovedì con l’accoglienza alla Casa Bianca, la rassegna delle truppe e una cena di Stato alla quale sono attesi anche leader dell’industria tecnologica. Venerdì Xi e la moglie Peng Liyuan torneranno alla Casa Bianca per un tè privato con Trump e la first lady Melania Trump, prima di una visita ai National Archives.

Washington prova così a ricambiare l’accoglienza ricevuta da Trump durante la sua visita in Cina a maggio. Ma dietro la coreografia diplomatica resta una relazione segnata da profonde divergenze. Commercio, intelligenza artificiale, Iran e Taiwan accompagnano un vertice dal quale non ci si attendono grandi svolte, ma che entrambe le parti possono utilizzare per preservare una forma di “stabilità strategica”.

Per Philippe Le Corre, professore di Relazioni internazionali e Asian Studies all’Essec, il punto di partenza resta quello che più interessa Trump: il commercio.

“Il tema centrale è il trade, come sempre con Trump”, dice Le Corre, sottolineando il ruolo assunto dal segretario al Tesoro Scott Bessent sul dossier cinese. “Bisogna ricordare che Bessent è il China guy, mentre Marco Rubio è stato completamente messo ai margini a causa delle sue precedenti dichiarazioni anti-cinesi”.

Accanto al commercio potrebbe esserci uno spazio di confronto sull’intelligenza artificiale. “C’è anche la questione dell’AI: che ne è della possibilità di un meccanismo congiunto di regolamentazione? Naturalmente Washington vuole guidarlo”, osserva Le Corre.

Poi c’è Taiwan. Secondo Le Corre, Xi dovrebbe sollevare nuovamente la questione durante i colloqui con Trump. Il presidente americano, osserva, sta trattenendo il pacchetto di armi destinato all’isola nonostante l’approvazione del Congresso. Alcuni analisti, aggiunge Le Corre, ritengono che la Casa Bianca possa attendere fino all’inizio del 2027, dopo una nuova visita di Trump in Cina per l’Apec e una possibile nuova visita di Xi negli Stati Uniti per il G20, “sempre che avvenga”.

È proprio la possibilità che Washington e Pechino riescano a trovare una modalità bilaterale per gestire le proprie divergenze a porre un problema particolare all’Europa. La stabilità tra le due maggiori potenze è nell’interesse europeo. Ma lo è fino al punto in cui non si trasforma in un’intesa capace di comprimere lo spazio di manovra di Bruxelles.

Noah Barkin, senior advisor per la Cina del Rhodium Group, senior fellow dell’Indo-Pacific Program del German Marshall Fund e autore della newsletter “Watching China in Europe”, paragona la posizione europea alla storia di Riccioli d’Oro.

“Quando si parla di Stati Uniti e Cina, l’Europa è un po’ come Goldilocks. Non vuole che le relazioni tra Washington e Pechino diventino troppo calde. Ma non vuole neppure che siano troppo fredde. La temperatura ideale è da qualche parte nel mezzo: una stabilità che non si spinga troppo verso gli estremi, né verso un rapporto eccessivamente stretto né verso l’escalation”, dice Barkin.

Il problema per Bruxelles è che la visita di Xi arriva mentre l’Ue sta valutando un approccio commerciale più duro nei confronti di Pechino. “In un momento in cui l’Ue sta considerando misure commerciali più incisive contro la Cina, vedere Donald Trump e Xi Jinping fraternizzare a Washington è destabilizzante”, osserva Barkin.

Questo non significa che l’Europa abbia interesse a una nuova guerra commerciale sino-americana. Al contrario. “È nell’interesse europeo che la tregua commerciale raggiunta tra Trump e Xi un anno fa in Corea del Sud venga estesa, perché le imprese europee soffrirebbero se non lo fosse”, dice Barkin. “Ma un’accoglienza a braccia aperte degli investimenti cinesi da parte di Trump solleverebbe interrogativi scomodi in Europa sulla traiettoria delle relazioni tra Stati Uniti e Cina”.

Per Barkin, al di là delle differenze politiche, Washington e Bruxelles stanno in realtà procedendo verso una gestione più controllata dei rapporti economici con Pechino. “Sia l’Europa sia gli Stati Uniti si stanno muovendo nella direzione di una relazione commerciale gestita con la Cina. Sarebbe molto meglio per entrambe le parti se questo avvenisse in maniera coordinata, ma finché Trump sarà presidente questo non accadrà”.

Le difficoltà sono visibili anche nel settore nel quale gli interessi americani ed europei sembrerebbero più facilmente allineabili. “Persino nell’area in cui la cooperazione transatlantica avrebbe più urgentemente senso, cioè la diversificazione dalla Cina sui minerali critici, i progressi sono stati deludenti”, afferma Barkin.

La conseguenza, nella sua lettura, è che Bruxelles dovrà prepararsi a muoversi senza poter fare affidamento su Washington. “L’Europa deve concentrarsi sui propri interessi quando si tratta della Cina e non contare sulla cooperazione con gli Stati Uniti. La speranza deve essere che, una volta che Trump avrà lasciato l’incarico, diventi possibile una risposta più coordinata”.

Le Corre arriva a una conclusione simile partendo dal rischio di una relazione tra Washington e Pechino sempre più simile a un “G2”. “Per l’Europa, di fronte a questo ‘G2’, l’unica strada è un’Ue efficiente, a più cerchi, con alcuni Paesi in grado di decidere sulle questioni fondamentali, comprese la sicurezza e le acquisizioni nel settore della difesa”, sostiene.

Ma anche la capacità europea di reagire dipenderà dalla politica interna. “Ovviamente abbiamo una serie di elezioni nel 2027 che possono regalarci qualche notte insonne: Francia, Spagna, Italia, per non parlare di ciò che sta accadendo localmente in Germania, fine settimana dopo fine settimana”, dice Le Corre. “Credo che l’Europa ne uscirà più forte, naturalmente a seconda dell’esito di queste elezioni”.

Il fattore comune è il tempo. Le scadenze politiche non riguardano soltanto l’Europa. “Bisogna ricordare che il tempo corre ovunque”, osserva Le Corre, indicando le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti e, in Cina, il 21esimo Congresso del Partito comunista, previsto tra circa un anno.

La visita di Xi può dunque offrire a Washington e Pechino un’altra occasione per stabilizzare la loro competizione senza necessariamente risolverne le cause. Per l’Europa, la questione sarà trovare quella temperatura intermedia descritta da Barkin mentre costruisce la capacità evocata da Le Corre: evitare un’escalation tra Stati Uniti e Cina che danneggerebbe direttamente i suoi interessi, senza dipendere da un coordinamento transatlantico che, almeno per ora, appare fuori portata.


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