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I numeri dell’Istat e il processo infinito ai conti pubblici. L’analisi di Polillo

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Tra revisioni statistiche, procedura d’infrazione e costi del Superbonus, i dati dell’Istat offrono un quadro meno negativo di quanto racconti la polemica politica. Ma il deficit continua a frenare l’uscita dalle regole europee. L’analisi di Gianfranco Polillo

Le ultime risultanze dell’Istat sul deficit 2025, fanno pensare a quei gialli in cui l’assassino ritorna sempre sul luogo del delitto. Le nuove analisi, purtroppo, aggiungono poco a quanto già si sapeva lo scorso aprile, quando Eurostat aveva già indicato che l’indebitamento per il 2025 sarebbe stato pari al 3,088% del Pil. Per l’occasione avevamo scritto che forse la gestione del bilancio, considerato il piccolo margine dello scostamento, poteva essere più lungimirante. Per carità nessun taroccaggio, ma rinviare qualche spesa al prossimo anno o anticipare qualche entrata. Su questi accorgimenti contabili si basa, del resto, la sapienza dei migliori contabili di impresa. Alla luce di queste considerazioni appaiono, pertanto, del tutto spropositate le reazioni del PD. Che parla sia di fallimento politico che economico. Se tale è, lo era anche la scorsa primavera. Per cui ogni recriminazione appare, come minimo, come un déjà vu. Miserie della politica italiana.

La decisione dell’Istat, tuttavia, non è stata una semplice ripetizione. Ma l’occasione per rettificare i conti del precedente quinquennio. Quello che va dal 2020 al 2025. Anche se nel testo diffuso (Anni 2010-2020. Conti economici nazionali) si parla di un periodo più lungo. Le rettifiche apportate sono state numerose. Anche se di un importo limitato. Il che suona come conferma di quella “stupidità” (copyright di Romano Prodi) che fa dipendere il verdetto da un semplice algoritmo numerico. Come se una differenza (rettificata) dello 0,063%, rispetto al parametro di Maastricht, in una situazione incandescente come quella che il mondo sta vivendo, fosse questione di vita o di morte. Il che purtroppo in parte lo è: visto che rappresenta il discrimine tra il rimanere o uscire dalle secche di quella “procedura d’infrazione”, che fu imposta all’Italia diversi anni fa. Quando al governo era quel Giuseppe Conte, che oggi si sbraccia contro Giorgia Meloni e il suo ministro dell’economia.

Le rettifiche, almeno per il momento (nei prossimi anni si vedrà), toccano poco le variabili critiche della situazione economico-finanziaria. Nel complesso si assiste a una revisione verso l’alto delle stime del Pil: + 0,4% nel 2024 e +0,3% nel 2025. Con l’avvertenza che il totale (+ 0,7%) si riferisce al valore nominale del Prodotto interno, comprensivo quindi del tasso di inflazione.

Altri dati significativi: un rapporto debito/Pil che si riduce nel 2025 di 0,4 punti. Addirittura di 0,7 nell’arco del periodo 2022/2025. Quindi una pressione fiscale che cala dal 43,1 al 42,9. Uno 0,2 che, cumulato con quello dell’anno precedente, fa uno 0,4%. Considerate le critiche che, nel corso degli ultimi mesi, l’opposizione ha avanzato nei confronti del Governo, la notizia dovrebbe un po’ contribuire a rasserenare gli animi. Resta ovviamente la nota dolente dell’indebitamento. Quel deficit di bilancio che non permette all’Italia di uscire dalla “procedura d’infrazione”. Tanto più se si pensa che sarebbe bastato un nonnulla: appena 1,7 miliardi di minori spese o di maggiori entrate per evitare quello stigma.

Nel valutare queste cifre, si consideri che sul bilancio hanno ancora gravato circa 8 miliardi di ulteriori oneri dovuti al bonus edilizia del 110%. Una croce che l’Italia si porta sulle spalle fin dal 2021. Ogni qual volta si accenna al problema, a Giuseppe Conte viene una crisi di nervi. Rivendica di essere stato l’artefice del PNRR, come se i tedeschi avessero subito, non condividendola, la proposta italiana. Magnifica la spinta fornita che da quella scelta sarebbe derivata alla crescita del Pil. Ignorando che studi della Banca d’Italia la quantificano (un moltiplicatore fiscale pari a 0,7) per quello che realmente è stato.
Per tagliare la testa al toro, due evidenze. Dal database della Banca d’Italia risulta evidente che a fronte di una spesa media in conto capitale pari al 4,1% del Pil, nel periodo 2002/2019, quella del successivo sessennio è stata del 7%. Da sola avrebbe pertanto contribuito a saturare il livello di indebitamento, secondo i parametri di Maastricht.

La seconda, invece, ha una valenza tutta giuridica e smonta le tesi della chiamata di correità, invocata anche recentemente dal direttore di Repubblica, a carico dei successivi inquilini di Palazzo Chigi. La norma primaria riconosceva un diritto soggettivo senza vincoli. Quando questo avviene, scatta inevitabilmente il principio del legittimo affidamento, tutelato sia dalla Corte europea che dalla Corte costituzionale italiana: difesa di un interesse legittimo. La relativa sostanza è che si può anche derogare, ma solo dopo aver risarcito coloro che avevano agito in buona fede. Abrogare semplicemente la norma primaria avrebbe, pertanto, comportato un contenzioso infinito. Da qui la necessità di ridurne progressivamente la portata, con successive modifiche legislative, come poi effettivamente è avvenuto.

Questa, quindi, la realtà dei fatti. Ma visto che l’opposizione denuncia continuamente presunti disastri dell’economia, è bene rivangare il più recente passato. Nel 2007 il debito pubblico italiano era stato pari al 103,7% del Pil, con una riduzione di 16,3 punti rispetto al 1994 (culmine del trend del precedente quindicennio ). Dopo la crisi del 2011 ed il lascito delle politiche di austerity di Mario Monti, a causa della forte compressione del ritmo di crescita dell’Italia, quel rapporto era aumentato al 134,8%, con un aumento di 31,3 punti. Per poi stabilizzarsi. Nel 2019 risultava, infatti, pari al 133,9. Prima della grande impennata del 2020: 154,4%. Il massimo dal 1980, con un incremento di 20,1 punti. Da allora ci sono voluti ben 6 anni per avvicinarci nuovamente ai livelli del 2019. Ma lo scarto (2,8 punti) è ancora pesante. Un peccato originale che nessuno dovrebbe dimenticare.


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