Non è tanto la capacità distruttiva di un singolo drone a rendere inquietante l’allarme che arriva dalla Spagna. È il possibile cambiamento del paradigma operativo: trasformare il Mediterraneo, e soprattutto il traffico mercantile che quotidianamente lo attraversa, in una potenziale piattaforma occulta dalla quale proiettare una minaccia verso il territorio europeo
Secondo quanto riportato dal quotidiano spagnolo El Mundo, l’intelligence statunitense avrebbe raccolto informazioni riguardanti una possibile escalation russa nei confronti di alcuni Paesi mediterranei, in particolare Italia, Francia e Spagna, condividendole successivamente con governi europei. L’ipotesi descritta è quella dell’impiego di droni trasportati all’interno di container a bordo di navi mercantili e successivamente lanciati dal mare. È necessario, innanzitutto, evitare un errore metodologico: un’allerta d’intelligence non equivale alla certezza che esista un ordine operativo definitivo né, tantomeno, consente di affermare che un attacco sia imminente. Le informazioni disponibili pubblicamente derivano da fonti giornalistiche che citano interlocutori anonimi e non da un documento della Cia pubblicamente consultabile. L’intelligence lavora per scenari, indicatori, intenzioni e capacità; spesso il suo compito è proprio segnalare una minaccia prima che questa si trasformi in un’azione. Ciò premesso, lo scenario merita attenzione perché presenta caratteristiche tecnicamente plausibili e perché si inserisce perfettamente nella trasformazione contemporanea della conflittualità.
Il container come nuova piattaforma militare
L’aspetto strategicamente più interessante della vicenda non riguarda il drone in sé, ma il vettore logistico utilizzato per avvicinarlo all’obiettivo. Il modello indicato dalle fonti citate da El Mundo sarebbe il Gerbera, un Uav russo relativamente economico, utilizzato anche per saturare e confondere le difese aeree. Le caratteristiche pubblicamente disponibili indicano circa 2,5 metri di apertura alare, peso massimo nell’ordine dei 18 chilogrammi, velocità massima intorno ai 160 km/h e autonomia teorica fino a circa 600 chilometri. Dati sostanzialmente coerenti con quelli riportati in precedenza da Reuters sulla base delle informazioni dell’intelligence ucraina. Proprio la semplicità del sistema rappresenta uno degli elementi più rilevanti. Non servirebbe necessariamente una grande unità militare per il loro trasposto, ma sarebbe sufficiente una nave commerciale che riuscisse a occultare alcuni Uav e le relative apparecchiature di lancio, riducendo drasticamente la distanza tra il punto di partenza del drone e l’obiettivo. È questa la vera innovazione concettuale: la nave non sarebbe più soltanto il mezzo attraverso il quale trasportare un’arma, ma diventerebbe essa stessa, temporaneamente, una piattaforma avanzata di proiezione della minaccia. Il mare consentirebbe inoltre di modificare continuamente il punto di lancio, rendendo più complessa la costruzione preventiva di una geometria della minaccia. Per un Paese geograficamente proteso nel Mediterraneo come l’Italia, lo scenario assume certamente una rilevanza particolare. La penisola dispone di migliaia di chilometri di coste e concentra lungo o vicino ad esse una parte significativa delle infrastrutture strategiche: porti, aeroporti, raffinerie, impianti energetici, depositi logistici, infrastrutture di telecomunicazione e nodi militari. Con un lancio effettuato alcune centinaia di chilometri al largo, un Uav con diverse centinaia di chilometri di autonomia potrebbe teoricamente raggiungere una porzione considerevole del territorio nazionale. È proprio questa possibilità geografica che rende lo scenario diverso dalle incursioni di droni osservate finora soprattutto sul fianco orientale della Nato. El Mundo, secondo Ansa, ha pubblicato una mappa secondo cui gran parte dell’Italia rientrerebbe nel possibile raggio operativo ipotizzato. Purtuttavia, sarebbe fuorviante immaginare necessariamente un attacco concepito per provocare distruzioni su larga scala. Con un carico esplosivo limitato, un Gerbera non possiede la capacità distruttiva di un missile da crociera, e secondo le informazioni riportate dalla stampa, si parlerebbe di un carico nell’ordine di pochi chilogrammi. Potrebbe, comunque, provocare incendi, danneggiare apparecchiature esposte o determinare la chiusura temporanea di un aeroporto o di un porto. Ed è qui che emerge la dimensione strategica: l’obiettivo potrebbe non essere “distruggere”, ma sarebbe quello di “bloccare”.
Colpire poco per produrre molto
La guerra ibrida contemporanea è caratterizzata dalla possibilità di ottenere conseguenze strategiche attraverso azioni tatticamente limitate. Immaginiamo un singolo drone che penetri nello spazio aereo vicino a un grande aeroporto europeo. Anche senza provocare vittime, potrebbe determinare la sospensione dei voli, l’attivazione delle procedure di sicurezza, deviazioni del traffico, dispiegamento delle forze dell’ordine, copertura mediatica internazionale e inevitabile diffusione sui social network.
Il rapporto tra costo dell’azione e costo della reazione sarebbe enormemente asimmetrico, poiché un dispositivo relativamente economico potrebbe generare conseguenze economiche e psicologiche molto superiori al suo valore materiale. Ed è precisamente questa asimmetria a rendere i droni uno degli strumenti più interessanti della conflittualità ibrida. Il Consiglio dell’Unione europea ha già identificato sabotaggi, attacchi contro infrastrutture critiche, operazioni cyber e manipolazione dell’informazione tra le componenti delle campagne ibride russe contro l’Europa. La Nato, analogamente, descrive le attività ibride attribuite alla Russia come comprendenti sabotaggi contro infrastrutture critiche, interferenze elettroniche, cyberattacchi, disinformazione e altre forme di pressione sotto la soglia del conflitto convenzionale. Un eventuale impiego di piccoli Uav lanciati dal mare potrebbe inserirsi esattamente in questa zona grigia.
Il problema dell’attribuzione
C’è poi una seconda questione, forse ancora più importante: chi ha realmente lanciato il drone? Un missile balistico possiede una firma tecnologica, una traiettoria e normalmente un’origine relativamente identificabile. Un piccolo Uav lanciato da una nave mercantile presenta un problema completamente diverso. La nave potrebbe trovarsi in acque internazionali e il container potrebbe avere attraversato più Paesi. A ciò si aggiunge il fatto che l’equipaggio potrebbe non essere necessariamente consapevole dell’intera operazione e in aggiunta potrebbero essere utilizzati intermediari, società di copertura o proxy. Persino il recupero dei frammenti del drone potrebbe dimostrarne l’origine tecnologica senza necessariamente dimostrare, da solo, chi abbia impartito l’ordine operativo. Si aprirebbe così uno dei problemi fondamentali della deterrenza contemporanea: come reagire rapidamente quando l’attribuzione richiede tempo? È la stessa logica già sperimentata nel dominio cyber. L’attacco può durare pochi minuti; attribuirlo con un livello di certezza sufficiente per una risposta politica può richiedere giorni, settimane o mesi. Trasferire questo modello dal cyberspazio al dominio fisico significherebbe creare una sorta di “cyberattacco cinetico”: effetti materiali reali accompagnati da ambiguità sull’autore.
La guerra cognitiva comincia dopo l’esplosione
Esiste infine una dimensione ancora più importante. Un eventuale attacco con droni non terminerebbe nel momento dell’impatto, anzi, in quel momento, probabilmente, inizierebbe la seconda fase dell’operazione, ovvero quella informativa. Video pubblicati sui social network, immagini dell’aeroporto evacuato, teorie sull’incapacità dello Stato di proteggere il territorio, accuse incrociate sull’attribuzione. In sintesi, stiamo parlando di disinformazione e amplificazione algoritmica. Il vero payload del drone potrebbe quindi non essere soltanto l’esplosivo, ma la paura. Pochi chilogrammi di materiale esplosivo accompagnati da milioni di visualizzazioni potrebbero produrre un effetto politico superiore a quello provocato dal danno materiale. In questa prospettiva, droni, social network, disinformazione e operazioni psicologiche diventano componenti di un’unica architettura operativa.
In altri termini, se l’azione cinetica genera l’evento, l’ecosistema informativo ne moltiplica gli effetti.
Se l’ipotesi descritta dalle fonti dovesse essere confermata, la conseguenza più importante riguarderebbe quindi la difesa. Non basterebbe rafforzare i sistemi anti-drone intorno agli obiettivi sensibili, ma occorrerebbe anticipare la minaccia. Di conseguenza, ciò implica l’integrazione tra intelligence, sorveglianza marittima, controllo portuale, analisi dei container, informazioni sulle rotte commerciali, sistemi radar, Sigint, intelligence satellitare e capacità di identificazione degli Uav.
Non casualmente la Marina Militare italiana ha già sottolineato nel febbraio 2026 come la diffusione degli Uav abbia modificato la minaccia anche per le unità navali e come lo sviluppo di sistemi anti-drone efficaci sia diventato una necessità. La vera sfida sarà però distinguere il comportamento anomalo all’interno di un ambiente caratterizzato da una quantità enorme di traffico legittimo. Se il Mediterraneo rappresenta una delle arterie commerciali più importanti del pianeta, tale densità rappresenta contemporaneamente una forza economica e una vulnerabilità strategica.
Una nuova forma di A2/AD “rovesciata”
In questo scenario, va evidenziato un concetto che sussiste in una lettura militare più ampia. Tradizionalmente il concetto di “Anti-Access/Area Denial” riguarda sistemi progettati per impedire all’avversario di entrare o operare liberamente in una determinata area. L’impiego clandestino di Uav da piattaforme civili potrebbe produrre una forma indiretta e distribuita di interdizione. In altri termini, non occorre necessariamente distruggere un aeroporto per renderlo temporaneamente inutilizzabile, così come non occorre affondare una nave per interrompere il traffico di un porto o colpire una raffineria per costringere le autorità a sospenderne temporaneamente le attività. La minaccia può diventare economicamente efficace anche quando è militarmente modesta. E ciò rappresenta uno dei paradossi della guerra contemporanea: sistemi sempre più economici possono costringere l’avversario a schierare difese sempre più costose.
L’allerta attribuita alla Cia va quindi interpretata con prudenza, ma non sottovalutata. Se al momento le informazioni pubbliche non consentono di affermare che esista la decisione politica russa di colpire Italia, Francia o Spagna, risulta oltremodo conveniente osservare attentamente l’evoluzione di uno scenario operativo coerente con l’evoluzione della minaccia ibrida europea. La Nato, nelle nuove Baseline Requirements for Resilience pubblicate il 15 settembre scorso, include esplicitamente tra gli scenari da considerare gli attacchi fisici e i sabotaggi contro cittadini e infrastrutture critiche, insieme agli attacchi cyber e alle vulnerabilità generate dalle tecnologie emergenti. Ed è forse questo l’aspetto più importante della vicenda. Se per decenni abbiamo concepito il Mediterraneo soprattutto come spazio di proiezione navale, sicurezza energetica, controllo delle rotte commerciali e gestione dei flussi migratori, attualmente, l’evoluzione dei droni sta aggiungendo una nuova dimensione. Il mare può diventare una gigantesca piattaforma mobile dalla quale proiettare minacce a basso costo contro il territorio europeo.
Per l’Italia ciò significa ripensare il concetto stesso di difesa delle infrastrutture critiche. La protezione non può iniziare quando il drone appare sui radar a pochi chilometri dall’obiettivo, ma deve iniziare molto prima, attraverso intelligence preventiva, maritime domain awareness, cooperazione tra Marina, Aeronautica, intelligence, forze di polizia, autorità portuali e settore privato. La questione, dunque, non è soltanto se Mosca lancerà davvero dei Gerbera da un mercantile contro l’Europa mediterranea, ma se siamo preparati a un modello di conflitto nel quale un container, una nave commerciale, un drone da poche migliaia di euro e una campagna di disinformazione possono trasformarsi insieme in un sistema d’arma? È su questa domanda che Italia ed Europa dovrebbero iniziare a ragionare.
















