La vera sfida politica della cultura contemporanea non risiede nel rivendicare più fondi a prescindere dai risultati, ma nell’introdurre una vera managerializzazione del settore, trasformando la spesa pubblica in un investimento strategico e misurabile. La Relazione sull’utilizzo del Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo e sull’andamento complessivo dello spettacolo (anno 2025) certifica precisamente questo cambio di paradigma. Il punto di Carlo Prosperi, caposegreteria della Commissione Cultura della Camera dei Deputati e docente presso il master di Management dello spettacolo dal vivo di Treccani Accademia
I numeri, quando sono concepiti soltanto come sequenze contabili, tendono ad appiattire la realtà. Ma quando la cifra si fa norma, e la norma incontra il territorio, la statistica smette di essere un freddo consuntivo per trasformarsi in una mappa concettuale dell’agire politico.
Per decenni lo spettacolo dal vivo in Italia è stato interpretato attraverso due schemi opposti ma parimenti fallimentari: da una parte l’assistenzialismo a pioggia, dall’altra una gestione burocratica incapace di valutare l’impatto reale delle risorse pubbliche. La distribuzione delle risorse destinate al settore performativo ha sofferto di un’impostazione centralista, spesso rinchiusa nei perimetri delle grandi metropoli e incardinata su automatismi di spesa privi di un reale monitoraggio qualitativo. La vera sfida politica della cultura contemporanea non risiede nel rivendicare più fondi a prescindere dai risultati, ma nell’introdurre una vera managerializzazione del settore, trasformando la spesa pubblica in un investimento strategico e misurabile.
La pubblicazione della Relazione sull’utilizzo del Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo e sull’andamento complessivo dello spettacolo (anno 2025), predisposta da Fabio Ferrazza, responsabile scientifico dell’Osservatorio dello spettacolo del ministero della Cultura, che opera presso la Direzione generale spettacolo (guidata da Antonio Parente), certifica precisamente questo cambio di paradigma.
Il passaggio dal vecchio Fus al Fnsv, sancito dalla legge di bilancio 2023 con un emendamento di Federico Mollicone, trova oggi piena attuazione nell’azione del ministro Alessandro Giuli, dell’allora sottosegretario Mazzi e dell’attuale autorità politica delegata Cannella, che hanno impresso all’intero comparto un’impronta fortemente gestionale, fondata su governance efficiente, responsabilità contabile, pianificazione pluriennale e valutazione del merito.
La riforma attuata con il Decreto Ministeriale del 23 dicembre 2024, di cui la Relazione 2025 misura i primi esiti, ha impresso una discontinuità metodologica fondata su tre direttrici sostanziali: l’omogeneità della fruizione dell’offerta culturale, la responsabilizzazione gestionale e il sostegno alle nuove generazioni.
L’elemento di maggiore rilievo teorico ed operativo che emerge dalle rilevazioni condotte dall’Osservatorio dello spettacolo in collaborazione con l’Istat è la progressiva estensione della copertura territoriale. Attraverso l’adozione dei criteri delle metriche internazionali (Degurba) e della Strategia nazionale aree interne (Snai), l’intervento pubblico ha superato la rigida bipartizione tra centro e periferia. Il dato statistico evidenzia una crescita della percentuale dei Comuni sede di organismi beneficiari, segnatamente nelle aree interne e nei contesti a minore densità demografica. Non si tratta di un’operazione asistematica, ma di una scelta tesa a garantire che la produzione teatrale, musicale e coreutica operi come presidio di coesione sociale. La presenza di iniziative sostenute dal Fondo nelle strutture ospedaliere, nei luoghi di detenzione e nelle residenze di assistenza primaria risponde all’esigenza di considerare la cultura un servizio ad accesso diffuso.
La revisione dell’impianto di valutazione per il triennio 2025-2027 ha introdotto un modello di ripartizione rigoroso, fondato su un punteggio complessivo suddiviso in tre direttrici fondamentali. La prima riguarda la qualità artistica, a cui viene attribuito un peso massimo di 35 punti: questo parametro misura il valore culturale dei progetti, la rilevanza della proposta e la sostenibilità economica dei processi produttivi, incentivando le collaborazioni e ponendo vincoli stringenti sulle coproduzioni per evitare frammentazioni programmatiche. La seconda direttrice introduce il criterio della qualità indicizzata, con una dote fino a 30 punti, attraverso cui si analizza l’efficienza gestionale dell’organismo misurando l’impatto sul pubblico, la capacità di attrazione del territorio e il rispetto degli standard amministrativi. Infine, la terza direttrice valuta la dimensione delle attività fino a un massimo di 35 punti, parametro che serve a verificare la continuità operativa del soggetto proponente, il volume di produzione complessivo e la stabilità lavorativa offerta alle maestranze e agli artisti coinvolti. L’integrazione equilibrata di questi tre fattori consente di superare definitivamente i vecchi automatismi di spesa, garantendo che le risorse pubbliche siano allocate coniugando il merito creativo con la solidità organizzativa.
L’investimento sul fattore umano trova un riscontro oggettivo nella disciplina riservata alle strutture giovanili e ai grandi complessi di produzione. Nei Teatri nazionali è stata introdotta la figura del direttore artistico junior (di età pari o inferiore a 35 anni), destinata al coordinamento dei progetti dedicati ai nuovi linguaggi scenici. Parallelamente, le clausole di favore previste per gli organismi “Under 35” introducono vincoli precisi sugli organi di governo e sui nuclei artisticamente impiegati, creando le condizioni per un effettivo ricambio d’indirizzo nei processi creativi. Lo stesso avviene per il settore danza, ora inserito come possibilità di programmazione nei Teatri nazionali.
Per quanto attiene alle Fondazioni Lirico-Sinfoniche, il riparto delle risorse destinate per l’anno 2025 tiene conto sia delle esigenze di stabilizzazione occupazionale — connesse al rinnovo del contratto collettivo di lavoro — sia del necessario potenziamento dell’operatività istituzionale degli enti.
La Relazione 2025 dimostra come la programmazione culturale possa abbandonare l’estemporaneità per farsi disciplina di sviluppo.
Trasformare un programma politico in un quadro normativo coerente ha consentito di restituire allo spettacolo dal vivo il suo ruolo primario: una trama complessa e capillare capace di collegare la memoria delle nostre radici al disegno del nostro futuro.














