La trasformazione dello stabilimento Sanofi di Anagni fa da sfondo a un confronto più ampio sulla competitività delle life science. Investimenti, tempi regolatori, accesso all’innovazione e competenze sono parte della stessa partita, mentre l’Europa cerca la sua strada di fronte a Stati Uniti e Cina. Chi c’era e cosa si è detto all’incontro
Attrarre investimenti e riuscire a trattenerli, accorciare i tempi regolatori, rafforzare le filiere e accompagnare la trasformazione tecnologica con nuove competenze. Mentre Stati Uniti e Cina aumentano la pressione competitiva sull’Europa, la partita delle Life Sciences si sposta sempre più sul terreno della capacità industriale.
È dentro questa cornice che lo stabilimento Sanofi di Anagni ha ospitato il 25 settembre l’incontro “Innovazione e sostenibilità per guidare le sfide dell’industria e della salute del futuro”, riunendo rappresentanti delle istituzioni nazionali e territoriali, dell’industria e del mondo produttivo. Il punto di partenza è proprio il sito laziale dell’azienda biofarmaceutica, oggi al centro di una trasformazione che dalla tradizionale sintesi chimica e dalle produzioni sterili sta portando verso soluzioni biotecnologiche avanzate. Negli ultimi tre anni gli investimenti nello stabilimento, sostenuti anche dal Mimit, hanno raggiunto circa 36 milioni di euro; parallelamente sono avanzati digitalizzazione, integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi e interventi sul fronte ambientale, dalla riduzione delle emissioni all’utilizzo di energia da fonti rinnovabili.
Cattani e il monito all’Europa
È su questa trasformazione concreta che Marcello Cattani, presidente e amministratore delegato di Sanofi Italia e Malta, ha innestato una riflessione più ampia sulla posizione europea. “La capacità di produrre salute è una componente strategica della competitività di una nazione”, ha affermato, perché alla continuità delle forniture e all’accesso dei pazienti si affiancano innovazione, occupazione qualificata, capacità produttiva e valore per i territori. Ma il quadro internazionale, secondo Cattani, impone di accelerare: l’Europa fatica ancora a individuare le leve della competitività e a trovare un equilibrio tra valore della ricerca, tutela dei diritti e sostenibilità economica e ambientale. Il presidente ha richiamato i quasi 500 miliardi di dollari di investimenti annunciati dall’industria farmaceutica negli Stati Uniti e ha indicato nella crescita cinese un ulteriore fattore di pressione, sostenendo che Pechino sia destinata nel 2026 a superare Stati Uniti ed Europa nella ricerca clinica di fase I. L’Europa, ha concluso, “ha aperto la strada alla conquista e al dumping anche nel nostro settore”.
La salute come leva di politica economica
Una competitività che, nel ragionamento emerso ad Anagni, passa anche dalla capacità di considerare la salute dentro una politica economica più larga. Renato Loiero, consigliere del presidente del Consiglio per le politiche di bilancio, ha ricondotto la questione a quattro condizioni: attrattività per ricerca e investimenti, accesso all’innovazione valutandone gli effetti lungo l’intero percorso del paziente, sostenibilità e competenze. Il passaggio da singole eccellenze a un ecosistema, ha osservato, richiede regole certe e tempi compatibili con la concorrenza internazionale, affinché ricerca, produzione e occupazione qualificata possano alimentarsi reciprocamente. Nello stesso solco il ministro della Salute Orazio Schillaci, in un messaggio scritto, ha definito la farmaceutica “un settore strategico per l’Italia”, capace di contribuire alla tutela della salute e, insieme, alla crescita economica, alla ricerca e alla competitività, richiamando la necessità di creare condizioni favorevoli agli investimenti e rafforzare la presenza italiana nelle catene del valore strategiche.
Il nodo Mfn
La pressione esercitata dal nuovo scenario internazionale è emersa con particolare forza sul dossier della Most favored nation statunitense. “Il problema è come saprà rispondere l’Europa dinanzi a un fenomeno che avrà un impatto economico sulla sopravvivenza stessa delle industrie farmaceutiche”, ha detto il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, collegando la questione alla progressiva perdita di centralità del mercato europeo e alla capacità di far arrivare prima l’innovazione ai pazienti. Da qui anche l’invito a rivedere i modelli contambili: “È una responsabilità mettere al centro ciò che oggi è prevenzione o innovazione e può migliorare la qualità della vita evitando ricoveri. Lo abbiamo fatto sulla difesa e sulla sicurezza, e lo condivido, ma guai se non facessimo lo stesso su questo settore”.
Investire e restare
Su questo terreno si è inserito il viceministro delle Imprese e del Made in Italy, Valentino Valentini, che ha insistito sulla stabilità del quadro in cui le imprese programmano investimenti destinati a durare molti anni. “Per attrarre e consolidare investimenti ad alto valore aggiunto servono un quadro regolatorio stabile, strumenti di sostegno efficaci e una collaborazione strutturata tra istituzioni, imprese e territori”, ha affermato, indicando proprio la trasformazione di Anagni come esempio di integrazione tra innovazione tecnologica, sostenibilità e sviluppo delle competenze. Il tema, nel suo intervento, è diventato però soprattutto quello del radicamento: un investimento acquista valore quando entra nell’ecosistema, sviluppa filiere e produce effetti sul territorio anche oltre la singola misura di incentivo. “Trattenere l’investimento vuol dire che siamo attrattivi e qui è la vera sfida: continuare ad esserlo, perché l’investimento che poi trasforma il territorio intorno a sé è quello anche più difficile da assicurare nel lungo periodo”. Fulvia Filippini, head of Public Affairs di Sanofi Italia e Malta, ha collocato questo passaggio dentro una “competizione globale degli investimenti” segnata da complessità regolatorie crescenti e bisogni di salute in aumento, richiamando la riduzione della quota europea del mercato e i primi segnali sulle strategie di lancio dei farmaci. Nei dieci mesi successivi all’introduzione della politica Mfn, ha ricordato, “le nuove introduzioni sul mercato europeo sono diminuite del 35%”.
È una prospettiva che nel Lazio assume un peso particolare. Roberta Angelilli, vicepresidente della Regione e assessore allo Sviluppo economico, ha ricordato che il comparto regionale delle Life Sciences conta oltre 21 mila addetti e più di 170 imprese, tra grandi gruppi, Pmi e startup, per un fatturato vicino ai 10 miliardi. A fronte di questa massa critica, ha individuato tre fronti sui quali concentrare l’azione: “attrazione degli investimenti, risorse umane e una cabina di regia tra gli attori dell’ecosistema”. Per Giuseppe Biazzo, presidente di Unindustria, la condizione preliminare rimane “dare certezza alle aziende che vogliono venire a investire, ma anche a quelle che devono poter continuare a investire”, accompagnando questa certezza con maggiore velocità nelle risposte amministrative. La stessa esigenza è stata richiamata da Antonello Aurigemma, presidente del Consiglio regionale del Lazio, secondo cui formazione, semplificazione e programmazione devono procedere insieme. “Abbiamo un quadro normativo che spesso allontana le aziende, soprattutto le multinazionali estere che vogliono investire sul nostro territorio”, ha osservato, indicando nella riduzione della burocrazia e nella semplificazione delle procedure due passaggi centrali per evitare che i tempi amministrativi incidano sulle decisioni di investimento.
Il livello Ue
Se la competizione è globale, una parte della risposta passa però inevitabilmente da Bruxelles. Luciano Ciocchetti, vicepresidente della commissione Affari sociali della Camera, ha collegato il tema dell’attrattività alla necessità di ricostruire capacità produttive considerate strategiche, a partire dai principi attivi. Ha richiamato in questo senso la legge delega per il riordino della normativa farmaceutica e la prospettiva di un Testo unico che superi norme risalenti agli anni Trenta, ma ha soprattutto indicato la dimensione europea come passaggio necessario: “Non possiamo affrontare da soli la questione di riportare qui la produzione dei principi attivi: serve una strategia europea capace di recuperare quello che non abbiamo fatto negli ultimi vent’anni”, evitando di ripetere dipendenze già sperimentate in altri settori strategici. Sempre sul livello europeo, il parlamentare Ue Salvatore De Meo ha chiesto un recupero di “pragmatismo”, leggendo i pacchetti Omnibus come un’ammissione di colpa di fronte una regolazione diventata eccessivamente complessa. Fra gli altri nodi, quello dei trial: “Abbiamo un quadro regolatorio frammentato e i trial clinici non possono essere subordinati a 27 quadri specifici nazionali. Abbiamo bisogno di armonizzare le regole”, anche per ridurre le differenze interne all’Unione.
Export e internazionalizzazione
Il peso industriale del settore è stato richiamato anche dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, in un messaggio in cui ha indicato in circa 70 miliardi di euro il valore dell’export farmaceutico italiano nel 2025, pari a circa l’11% delle esportazioni nazionali, e ha ricordato l’istituzione alla Farnesina di un tavolo dedicato al comparto per accompagnare le imprese sui principali mercati “a partire da quello Usa”. “La diversificazione è la nostra stella polare”, ha sottolineato, inserendo il sostegno all’industria farmaceutica nella più grande strategia di internazionalizzazione e attrazione degli investimenti.
Anagni come banco di prova
Anagni diventa così un caso attraverso cui leggere una questione più ampia: cosa serve perché una capacità industriale già presente riesca a evolvere, attrarre nuove produzioni e restare inserita nelle catene globali del valore. Il sito ha attraversato oltre mezzo secolo di trasformazioni e oggi si muove verso biologico, vaccini e tecnologie avanzate; ma il messaggio arrivato dal confronto riguarda soprattutto ciò che sta intorno alla fabbrica. Tempi decisionali, accesso all’innovazione, competenze, regole e continuità degli investimenti sono ormai parte della stessa competizione. Ed è sulla capacità di tenere insieme questi elementi che, nel confronto, si misura la possibilità per l’Italia e per l’Europa di mantenere una presenza industriale nelle scienze della vita.
















