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L’Europa cerca uno scudo contro la guerra ibrida. Ecco il piano di von der Leyen

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La leader Ue ha proposto un “protocollo europeo di sicurezza di emergenza” per rispondere agli attacchi ibridi attribuiti alla Russia, che si attiverebbe su richiesta di un singolo Stato colpito da azioni sotto la soglia dell’attacco armato. Ma restano da chiarire criteri e misure

L’Europa starebbe lavorando per creare una sorta di “protocollo europeo di sicurezza di emergenza” per rispondere ai sabotaggi e agli attacchi ibridi attribuiti alla Russia. Con questa proposta, arrivata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Bruxelles vorrebbe colmare il vuoto istituzionale (che i governi del Vecchio Continente denunciano da mesi) relativo a quelle azioni ostili troppo gravi per essere ignorate ma non abbastanza da far scattare la difesa collettiva. Il meccanismo, presentato nel discorso sullo stato dell’Unione, si attiverebbe su richiesta di un singolo Stato membro colpito da un incidente che non equivale a un attacco armato ma rappresenta una chiara minaccia alla sicurezza nazionale. In risposta, gli altri Paesi si riunirebbero per coordinare una risposta comune, puntando a evitare l’escalation e contenere le conseguenze.  Von der Leyen ha specificato che questa procedura sia “complementare”, e non sostituiva, all’articolo 4 della Nato.

La proposta non arriva da sola. Accanto al protocollo, la Commissione starebbe lavorando anche a un “manuale europeo contro le minacce ibride”; inoltre, la presidente von der Leyen ha suggerito l’idea di un Consiglio europeo di sicurezza aperto anche a Regno Unito, Norvegia, Ucraina e Canada. L’annuncio di von Der Leyen segue una serie di riunioni, tenutesi lo scorso settembre, dei gruppi di lavoro del Consiglio dell’Ue dedicati a resilienza e contrasto alle minacce ibride. Sul tavolo, per l’Ue, c’è anche un rafforzamento delle misure comuni, sanzioni comprese

Restano aperte alcune questioni: non sono noti i criteri con cui il protocollo verrebbe attivato, né quali misure prevederebbe. Il commissario alla Difesa, Andrius Kubilius, ha chiesto un meccanismo comune di risposta che imponga un costo significativo a chi colpisce, suggerendo che il suddetto meccanismo si baserebbe su un principio di deterrence by punishment.  Alcune capitali hanno inoltre espresso dubbi su come lo strumento si incastrerebbe con le strutture della Nato e sul rischio di creare processi decisionali paralleli, nonostante le parole al riguardo dette da von der Leyen.

Il contesto è quello di una serie di episodi segnalati negli ultimi mesi da vari paesi europei e ricondotti a campagne ibride russe, dai cyberattacchi ai sabotaggi di infrastrutture critiche, e dagli incendi dolosi agli incidenti con droni. L’Ue inserisce nel quadro anche interferenze informative, danni alle infrastrutture sottomarine e tentativi di influenzare i processi democratici, e le definisce parte delle campagne di destabilizzazione di Mosca. Von der Leyen ha spiegato la scelta con la necessità di adattarsi alla “nuova realtà”, con eventi come quelli menzionati sopra che diventano sempre più frequenti, mentre dottrina, istituzioni e processi decisionali europei non si sono adeguati abbastanza.

Sul versante atlantico, il segretario generale della Nato Mark Rutte ha assicurato che l’Alleanza è pronta e dispone di più opzioni, precisando però che le risposte non sono necessariamente pubbliche né sempre simmetriche. L’Alleanza ha intanto rafforzato la sicurezza sul fianco orientale e la protezione delle infrastrutture critiche. È su questo terreno, quello delle azioni che restano sotto la soglia del conflitto armato ma che Bruxelles considera sempre più minacce dirette, che l’Europa cerca ora di costruire una risposta che sia davvero comune.

 


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