Washington e Nairobi sono in fase avanzata per un accordo che punta anche a sviluppare raffinazione e processing in Kenya. Un modello che intreccia sicurezza delle supply chain e industrializzazione africana, e che apre uno spazio di convergenza con la strategia italiana del Piano Mattei
Gli Stati Uniti allargano all’Africa la costruzione delle nuove catene di approvvigionamento dei minerali critici. E il prossimo tassello potrebbe essere il Kenya, dove Washington e Nairobi sono in una fase “molto avanzata” dei negoziati per un accordo che non riguarderebbe soltanto l’accesso alle risorse del Paese, ma anche la loro trasformazione sul posto.
È questo l’elemento più significativo delle trattative descritte a Semafor dal ministro keniano per le Miniere, la Blue Economy e gli Affari marittimi, Hassan Ali Joho. Sul tavolo ci sono raffinerie e impianti di processing costruiti in Kenya, parte della cui produzione sarebbe destinata agli Stati Uniti. Da parte sua, Nairobi sarebbe pronta a mettere a disposizione zone economiche speciali, accesso ai porti, infrastrutture di supporto e agevolazioni fiscali. Ai colloqui partecipano diversi rami dell’amministrazione americana, compresi i dipartimenti di Stato, Commercio e Difesa.
La partita si intreccia con Mrima Hill, deposito sulla costa keniana attorno al quale si sta concentrando una crescente attenzione internazionale. Le prime valutazioni indicano la presenza di niobio, utilizzato anche nell’industria aerospaziale, mentre in Kenya sono state individuate anche risorse di cobalto, rame e nickel. Sei società competono per il progetto di Mrima Hill, comprese aziende americane, australiane e cinesi; la procedura dovrebbe concludersi alla fine di ottobre.
È un altro fronte della competizione che Washington sta aprendo per ridurre la vulnerabilità americana nei confronti della Cina sulle materie prime necessarie alla difesa, alla transizione energetica e, sempre più, all’infrastruttura digitale. Ma il caso keniano racconta qualcosa di più della corsa occidentale alle risorse africane.
Nairobi vuole utilizzare quella competizione per industrializzarsi. Oggi il settore minerario vale circa l’1% del Pil keniano. L’obiettivo dichiarato dal governo è portarlo al 10% entro il prossimo decennio. Per il presidente William Ruto, che punta alla rielezione il prossimo anno, il punto non è quindi soltanto attrarre investimenti nell’estrazione, ma trattenere nel Paese una quota maggiore del valore generato dalle sue risorse. Processing, trasferimento tecnologico, formazione e industrie collegate diventano parte del negoziato con gli investitori stranieri.
È una dinamica che attraversa ormai buona parte del continente. I governi africani sono sempre meno disponibili a limitarsi all’esportazione di materie prime, mentre raffinazione e trasformazione avvengono altrove. La sicurezza delle supply chain occidentali deve quindi incontrare una seconda esigenza: produrre sviluppo industriale nei Paesi che quelle risorse le possiedono.
Ed è qui che la partita interessa anche l’Italia. Come raccontato da Formiche nell’analisi sulla nuova “silica diplomacy”, Roma sta progressivamente inserendo la sicurezza delle materie prime dentro una strategia più ampia di politica industriale ed estera. Il versante africano di questa strategia passa inevitabilmente dal Piano Mattei, che offre all’Italia una piattaforma già costruita per collegare investimenti, infrastrutture, sviluppo locale e interessi strategici – un esempio è il Corridoio di Lobito.
Il negoziato tra Stati Uniti e Kenya rende questa convergenza ancora più interessante. Washington sta infatti cercando di costruire in Africa non semplicemente forniture alternative a quelle cinesi, ma un ecosistema industriale capace di rendere politicamente ed economicamente sostenibile il derisking delle catene occidentali. È uno spazio nel quale il Piano Mattei può trovare una naturale complementarità: infrastrutture, capacità industriali, tecnologia e formazione sono esattamente i terreni sui quali l’Italia cerca di caratterizzare la propria presenza africana.
Non significa che Roma sia coinvolta nel dossier minerario tra Washington e Nairobi. Significa però che le due traiettorie iniziano a muoversi nello stesso ambiente strategico. Il Kenya, peraltro, è già uno dei Paesi nei quali il Piano Mattei ha sviluppato iniziative e interlocuzioni, mentre la sua progressiva internazionalizzazione punta proprio a collegare gli strumenti italiani a progetti europei, americani e multilaterali.
È forse questo il passaggio più rilevante della nuova diplomazia dei minerali. La competizione con la Cina non si giocherà soltanto su chi riuscirà ad assicurarsi una miniera o un contratto di fornitura. Si giocherà sulla capacità di costruire attorno alle risorse infrastrutture, impianti, competenze e interessi economici condivisi con i Paesi produttori. Il Kenya sta dicendo agli Stati Uniti che l’accesso ai suoi minerali passa anche dalla sua industrializzazione. Washington sembra aver recepito il messaggio. Per l’Italia del Piano Mattei, è una dinamica da seguire molto da vicino.
















