Il filo che lega i cinque progetti è la dipendenza europea dalle forze armate statunitensi in quelli che i militari chiamano “abilitanti strategici”: l’allerta precoce dallo spazio, l’intelligence satellitare, la difesa missilistica, la guerra antisommergibile, la presenza sul fianco orientale. Sono proprio le capacità che gli europei non hanno mai sviluppato, contando sul fatto che le avrebbe fornite Washington. Quella scommessa oggi è diventata un rischio. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna ed esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva
Le relazioni internazionali stanno scivolando verso forme sempre più apertamente conflittuali, nelle quali la forza torna a essere la moneta corrente. In questo scenario l’Unione europea rischia di restare un gigante economico e normativo incapace di incidere sugli eventi da cui dipende la sua sicurezza. Per questo la decisione con cui il Consiglio, il 28 settembre, ha approvato i primi cinque Progetti europei di difesa di interesse comune (EDPCI) va letta come un passaggio politico, e non soltanto industriale.
Come sono stati scelti
I progetti sono il primo risultato concreto del percorso di Readiness 2030. Il Libro bianco del marzo 2025 aveva indicato le lacune capacitive prioritarie, il piano ReArm Europe aveva messo a disposizione fino a 800 miliardi tra prestiti SAFE e flessibilità di bilancio, la Roadmap dell’ottobre 2025 aveva fissato le iniziative faro. Il regolamento sul Programma europeo per l’industria della difesa (EDIP) ha poi creato lo strumento per tradurle in pratica. A febbraio 2026 la Commissione ha invitato gli Stati membri a presentare proposte; ne sono arrivate nove. A luglio, sentiti l’Alto Rappresentante e l’Agenzia europea per la difesa, ne ha selezionate cinque, che il Consiglio ha ora approvato.
I criteri erano tre. I progetti dovevano essere troppo grandi o troppo complessi perché un singolo Stato potesse realizzarli da solo; dovevano colmare lacune critiche emerse dalla guerra in Ucraina; dovevano coinvolgere un ampio numero di Paesi. In media vi partecipano diciotto Stati membri, l’Ucraina è presente in quattro progetti su cinque e la Norvegia vi è associata. Il Commissario Kubilius stima un investimento complessivo di circa 190 miliardi di euro entro il 2036.
I cinque progetti
Il primo è DECODER, dedicato ai droni e ai sistemi per contrastarli. È il più piccolo per budget, tra 3,5 e 5 miliardi entro il 2033, ma il più partecipato, con ventisei Stati membri, Norvegia e Ucraina. È prioritario perché la guerra in Ucraina ha mostrato che droni da poche centinaia di euro possono neutralizzare mezzi da milioni, e che abbatterli con missili costosi è insostenibile. Servono produzione di massa e intercettori economici, e l’esperienza ucraina è qui un patrimonio insostituibile. Le incursioni di droni che dall’autunno 2025 hanno violato lo spazio aereo di diversi Paesi dell’Unione hanno reso evidente che la minaccia non riguarda più soltanto il fronte: tocca aeroporti, basi e infrastrutture civili nel cuore dell’Europa.
Il secondo è EU-FIAMD, la difesa aerea e missilistica integrata con allerta precoce, tra 55 e 80 miliardi entro il 2040. L’obiettivo è collegare le difese nazionali in un’architettura “federata”, capace di condividere sensori, dati e intercettori contro droni, missili da crociera e balistici. Oggi la difesa missilistica europea poggia in larga parte su sistemi, radar e comando americani: è la lacuna più costosa e più pericolosa da lasciare aperta. Il progetto deve anche comporre una divergenza che ha diviso gli europei negli ultimi anni, tra la European Sky Shield Initiative promossa da Berlino, fondata in parte su sistemi americani e israeliani, e la preferenza di Francia e Italia per soluzioni europee come il SAMP/T. Una difesa federata consente di far lavorare insieme sistemi diversi, invece di imporne uno solo.
Il terzo è IMSD, la difesa marittima e dei fondali, tra 43 e 72 miliardi entro il 2045. Protegge cavi, gasdotti ed elettrodotti sottomarini, porti e piattaforme offshore, con sensori subacquei, droni sottomarini e capacità antisommergibile. I danneggiamenti nel Baltico del 2023 e del 2024 hanno mostrato che i fondali sono il ventre molle della sicurezza europea, esposto a operazioni ibride difficili da attribuire, spesso condotte da navi della cosiddetta flotta ombra russa. Da quei cavi passa la quasi totalità delle comunicazioni intercontinentali e delle transazioni finanziarie, e una parte crescente della sua energia. Sorvegliare e difendere una superficie così vasta richiede reti di sensori e mezzi che nessuna marina europea può permettersi da sola.
Il quarto è SPACE, fino a 24 miliardi entro il 2034: satelliti per l’allerta precoce contro i lanci missilistici, comunicazioni governative sicure, intelligence e ricognizione, sorveglianza dello spazio e navigazione resistente al disturbo elettronico. È il progetto più direttamente legato all’autonomia, perché è nello spazio che la dipendenza europea dagli Stati Uniti è più profonda. Oggi l’Europa non dispone di satelliti propri in grado di rilevare il lancio di un missile balistico: questa informazione, da cui dipende ogni difesa antimissile, arriva dai sistemi americani. Lo stesso vale per buona parte dell’intelligence satellitare che alimenta le decisioni militari europee.
Il quinto è Eastern Flank Watch, tra 60 e 100 miliardi entro il 2036, con una dozzina di Stati membri, Norvegia e Ucraina. Non è una semplice barriera lungo il confine orientale, ma un sistema multidominio che integra sorveglianza, contromobilità, mobilità militare, difesa dai droni e difesa aerea, per rendere credibile la deterrenza sulla linea di contatto con la Russia. È il progetto con la dotazione stimata più alta perché copre la frontiera più esposta dell’Unione, dal Baltico al Mar Nero, dove oggi la deterrenza poggia in misura decisiva sulla presenza di truppe americane, che Washington ha già iniziato a ridurre.
Perché riducono la dipendenza dall’America
Il filo che lega i cinque progetti è la dipendenza europea dalle forze armate statunitensi in quelli che i militari chiamano “abilitanti strategici”: l’allerta precoce dallo spazio, l’intelligence satellitare, la difesa missilistica, la guerra antisommergibile, la presenza sul fianco orientale. Sono proprio le capacità che gli europei non hanno mai sviluppato, contando sul fatto che le avrebbe fornite Washington.
Quella scommessa oggi è diventata un rischio. Nel marzo 2025 l’amministrazione Trump sospese per alcuni giorni la condivisione di intelligence e le forniture militari all’Ucraina, mostrando che l’accesso alle capacità americane può diventare una leva negoziale. Una decisione presa alla Casa Bianca può spegnere i radar o gli occhi satellitari su cui un alleato conta. Un’Europa che dipende da quelle capacità dipende, in ultima istanza, dagli umori variabili di chi governa a Washington. Ciascuno dei cinque progetti restituisce agli europei il controllo di una parte di questa catena: SPACE l’allerta precoce e l’intelligence, EU-FIAMD la difesa dei cieli, IMSD il controllo dei mari e dei fondali, Eastern Flank Watch la deterrenza a est, DECODER la capacità di produrre in massa ciò che la guerra moderna consuma. Nessuno di essi, preso da solo, rende l’Europa autonoma; insieme, cominciano a colmare le lacune più gravi.
Non si tratta di allontanarsi dalla Nato, ma di rafforzarne il pilastro europeo. I domini scelti coincidono con gli obiettivi capacitivi dell’Alleanza: ogni capacità costruita in comune dagli europei è una capacità in più per la Nato, e un’Europa capace di provvedere a una parte assai più ampia della propria sicurezza è un alleato più utile e più ascoltato, anche a Washington.
Una condizione per la politica estera
L’Europa ha coltivato a lungo l’idea di essere una potenza civile, capace di influire con il commercio, il diritto e la cooperazione. È un’idea che conserva il suo valore, ma una diplomazia priva di capacità di deterrenza viene ascoltata con cortesia e ignorata nei fatti. La forza militare non è il fine della politica estera europea, ma ciò che rende credibile la sua funzione di promotrice di pace, sicurezza e stabilità.
Non bisogna però confondere l’avvio con il risultato. Il finanziamento europeo diretto è di appena 325 milioni: il grosso dovrà venire dai bilanci nazionali, e il naufragio del caccia franco-tedesco ricorda quanto la cooperazione industriale resti fragile. Per l’Italia, presente nei progetti marittimo e spaziale, la sfida è tradurre l’adesione politica in una programmazione pluriennale coerente. Il primo mattone è stato posato; ora tocca ai governi dimostrare che si tratta di una scelta, e non dell’ennesimo annuncio.
















