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Pizzi e Berlusconi, quella comunicazione così diversa e così uguale. Scrive Castellaneta

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Berlusconi e Pizzi appartenevano a un’altra stagione. Il primo si esponeva, talvolta troppo, assumendosi il rischio delle proprie parole. Il secondo rimaneva in disparte, facendo parlare un obiettivo che non concedeva sconti. Non erano simboli perfetti, ma rappresentavano due forme dirette di comunicazione: una affidata alla personalità, l’altra allo sguardo. Il commento dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta

Nel giorno in cui Silvio Berlusconi avrebbe compiuto novant’anni, ci ha lasciati Umberto Pizzi, fotografo del potere, della politica e della mondanità romana. Una coincidenza della storia accosta due personalità lontanissime, accomunate però da un elemento centrale: la comunicazione. Berlusconi ne fu protagonista assoluto. Comunicava con le parole, i gesti e un’esuberanza che poteva entusiasmare oppure irritare, ma difficilmente lasciava indifferenti. Negli anni in cui lavorai al suo fianco a Palazzo Chigi come Consigliere diplomatico, constatai quanto considerasse la comunicazione parte essenziale dell’azione politica. Con i leader internazionali cercava il contatto diretto e raramente nascondeva ciò che pensava. Anche Gianni De Michelis, mitico ministro degli affari esteri usava dire: se muoiono 100 persone in un incidente e nessuno ne parla è come se non fossero mai morte.

Pizzi stava invece dall’altra parte dell’obiettivo. Alla presenza scenica di Berlusconi opponeva riservatezza ed elegante modestia. Le sue immagini, ironiche e impietose, mostravano in un istante ciò che un articolo avrebbe faticato a spiegare. Dalla Dolce Vita ai reportage in Medio Oriente e ai salotti romani, il suo archivio è una straordinaria cronaca visiva dell’Italia. L’esuberanza dell’uno e la sobrietà dell’altro sembrano rafforzarsi e completarsi a vicenda. Berlusconi offriva gesti destinati a diventare notizia; Pizzi li trasformava in testimonianza, conservando la distanza dell’osservatore. Si potevano contestare le parole del primo o le fotografie del secondo. Ma il messaggio era riconoscibile, non nascosto dietro formule indecifrabili.

È questa limpidezza che oggi rischia di mancare, con la verità che viene costantemente alterata dall’azione manipolatrice dei social media. Oggi la frase di De Michelis rischia di essere declinata al contrario: non muore nessuno ma tutti ne parlano. In Ucraina, dopo ogni attacco, Mosca afferma di avere colpito obiettivi militari mentre Kiev documenta vittime e infrastrutture civili distrutte. A Hormuz Teheran si dichiara disponibile a negoziare la riapertura dello Stretto, mentre Trump sostiene di non avere offerto nulla e continua a minacciare l’Iran. Persino il recente vertice tra Trump e Xi, celebrato con grande enfasi, ha prodotto soltanto due mesi di tregua commerciale, lasciando irrisolti Taiwan, terre rare e competizione tecnologica.

Riceviamo così versioni incompatibili dello stesso avvenimento. I social media moltiplicano le fonti, ma non la conoscenza: comunicano più di quanto informino e sostituiscono la comprensione con la reazione. Berlusconi e Pizzi appartenevano a un’altra stagione. Il primo si esponeva, talvolta troppo, assumendosi il rischio delle proprie parole. Il secondo rimaneva in disparte, facendo parlare un obiettivo che non concedeva sconti. Non erano simboli perfetti, ma rappresentavano due forme dirette di comunicazione: una affidata alla personalità, l’altra allo sguardo.

Nel giorno del novantesimo anniversario della nascita di Berlusconi e della scomparsa di Pizzi, possiamo ricordare due uomini diversissimi. Oggi tutto viene comunicato e sempre meno viene davvero mostrato: la loro è una lezione tutt’altro che secondaria. Pace a Umberto il fotografo discreto ed educato che mi chiedeva prima di una fotografia, come sta? Posso scattare?


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