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Europa e Cina, quando l’interdipendenza diventa politica

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L’Unione Europea sta ridefinendo la sua relazione con la Cina, integrando commercio, politica industriale e sicurezza economica. Il “de-risking” mira a ridurre le dipendenze strategiche, non a separarsi, utilizzando strumenti come il Foreign Subsidies Regulation e lo screening degli investimenti. La sfida principale è identificare le vulnerabilità accettabili e finanziare le capacità necessarie per mitigarle, mantenendo un equilibrio tra apertura economica e protezione industriale. La tavola rotonda alla John Cabot University

Il rapporto tra Europa e Cina sta entrando in una fase diversa: il commercio resta centrale, il decoupling non è l’obiettivo e i canali politici rimangono aperti. Ma a Bruxelles sta cambiando il modo di interpretare l’interdipendenza: sempre più spesso commercio, politica industriale, sicurezza economica e geopolitica vengono trattati come parti dello stesso problema.

È uno dei temi centrali emersi dalla roundtable “Securing Europe-China Policy: Emerging Trends”, organizzata il 29 settembre dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University. La discussione, promossa dall’associate director del Guarini, il professor Enrico Fardella, si è svolta secondo la Chatham House Rule – anche per permettere piena libertà di discussione ai vari diplomatici europei presenti, insieme ad accademici e think tanker – e ha avuto come punto di partenza gli squilibri economici. Nel 2025 le esportazioni europee di beni verso la Cina sono diminuite del 6,5%, a 199,6 miliardi di euro, mentre le importazioni sono cresciute del 6,4%, raggiungendo 559,4 miliardi. Il deficit dell’UE ha così sfiorato i 360 miliardi. Ma per Bruxelles la questione non riguarda semplicemente la bilancia commerciale. Riguarda ciò che quei flussi dicono sulla capacità industriale europea. 

La combinazione tra debole domanda interna cinese, politica industriale e crescente competitività tecnologica delle imprese del Paese sta aumentando la pressione sui produttori europei, sia nel mercato domestico sia nei Paesi terzi. È qui che un problema commerciale diventa un problema di politica industriale.

Nel corso del 2026 l’UE ha quindi iniziato a utilizzare all’interno dello stesso quadro strumenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati dossier distinti: Foreign Subsidies Regulation, screening degli investimenti, politica sulle materie prime critiche, International Procurement Instrument, trade defence e criteri europei negli appalti pubblici. Non si tratta di una strategia di separazione dalla Cina. L’obiettivo è piuttosto preservare l’apertura economica riducendo le dipendenze considerate eccessive e limitando l’erosione di capacità industriali strategiche. 

Proprio qui il concetto di “de-risking” diventa più complicato. La domanda non è più soltanto da quali dipendenze liberarsi, ma quali dipendenze costituiscano effettivamente una vulnerabilità. La distinzione è fondamentale. Se ogni settore sottoposto alla concorrenza cinese viene interpretato attraverso la sicurezza economica, il rischio è confondere la protezione di capacità strategiche con la protezione dalla concorrenza. Se la definizione è troppo restrittiva, invece, l’Europa può scoprire troppo tardi che una normale dipendenza commerciale è diventata una leva geopolitica.

Le materie prime critiche rendono concreto il dilemma. Diversificare fornitori, accumulare scorte e sviluppare capacità alternative di lavorazione può ridurre l’esposizione europea alla Cina, ma richiede tempo, investimenti e spesso costi maggiori. La sicurezza economica non consiste quindi nell’eliminare l’interdipendenza: significa decidere quali vulnerabilità siano politicamente accettabili e quali capacità valga la pena finanziare per ridurle. 

È anche per questo che il rapporto Ue-Cina può essere descritto sempre più come una forma di interdipendenza gestita.

Bruxelles vuole continuare a beneficiare dei rapporti economici con Pechino, limitandone però la capacità di produrre dipendenze strategiche e perdita di capacità industriale. La Cina parte da una diagnosi differente: contesta che il proprio modello economico sia la causa principale delle difficoltà europee e sostiene che il riequilibrio dovrebbe passare anche da maggiori esportazioni europee verso il mercato cinese, anziché da nuove restrizioni alle esportazioni cinesi. 

Anche la parola “riequilibrio”, dunque, nasconde obiettivi diversi: meno esportazioni cinesi, maggiori acquisti di prodotti europei, migliore accesso al mercato cinese oppure maggiore localizzazione della produzione cinese in Europa. Quest’ultima possibilità apre un problema ulteriore. Una fabbrica cinese costruita nell’UE può creare occupazione e capacità produttiva europea, ma quanto riduce realmente una dipendenza se tecnologia, proprietà intellettuale, componenti critici e decisioni industriali rimangono controllati altrove? La prossima fase del de-risking dovrà guardare sempre meno alla semplice geografia della produzione e sempre più al controllo dello stack industriale.

Ed è qui che emerge il limite politico della strategia europea. Ridurre le dipendenze ha costi distributivi: una tariffa protegge alcuni produttori ma aumenta i costi per altri; requisiti di contenuto locale possono sostenere l’industria europea ma rendere più costose alcune tecnologie; supply chain più resilienti difficilmente replicano subito prezzi e scala della produzione cinese.

Il consenso sul de-risking sarà quindi realmente testato quando gli Stati membri dovranno decidere chi ne sostiene i costi.

L’interdipendenza con la Cina non sta scomparendo. Sta diventando oggetto di politica industriale e di sicurezza. La questione decisiva per l’Europa non è quanto dura voglia essere con Pechino, ma se possieda capacità industriali, risorse e coesione politica sufficienti per sostenere nel tempo le scelte che sta facendo.

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