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La Dia misura la volontà di combattere. Così cambia l’analisi militare Usa

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La Defense Intelligence Agency ha pubblicato “Analyzing Will to Fight”, una guida per integrare nella valutazione delle capacità militari fattori difficili da quantificare: leadership, coesione, cultura militare, sostegno degli alleati e percezione della posta in gioco. Dietro il nuovo metodo ci sono anche due lezioni recenti per l’intelligence americana, dal rapido collasso delle forze afghane alla resistenza ucraina dopo l’invasione russa

Non tutte le capacità militari si leggono negli arsenali. La Defense Intelligence Agency americana dedica una nuova guida a una variabile decisiva e molto più difficile da misurare: la volontà di combattere. Leadership, coesione, percezione della minaccia e capacità di assorbire le perdite entrano così stabilmente nell’analisi dell’efficacia di una forza armata, anche alla luce delle lezioni lasciate dall’Afghanistan e dalla guerra in Ucraina.

L’agenzia del Pentagono responsabile dell’intelligence militare, ha così costruito Analyzing Will to Fight, la nuova edizione della propria guida analitica dedicata alla volontà di combattere. Il documento, reso pubblico il 30 settembre, punta ad aiutare gli analisti della comunità di intelligence americana a valutare una delle componenti più difficili da incorporare nell’analisi delle capacità militari.

La domanda di partenza della Dia è quella consueta per chi studia le forze armate straniere: quali missioni può effettivamente svolgere una determinata forza in determinate circostanze? La risposta, sostiene l’agenzia, non può derivare esclusivamente dall’esame delle capacità tangibili. Occorre considerare anche leadership, cultura militare, innovazione e gli altri elementi immateriali che possono incidere sulla capacità di raggiungere un obiettivo.

La “will to fight” diventa così non un’alternativa all’analisi tradizionale, ma una sua componente. La stessa Dia precisa che il framework serve a stabilire se, e in quale misura, la volontà di combattere costituisca uno dei principali fattori capaci di condizionare il comportamento di un attore, insieme alle altre variabili che determinano la capacità militare. Il metodo è pensato per essere applicato lungo l’intero spettro, dalla pace al conflitto armato, e tanto alle valutazioni sul presente quanto alle analisi previsionali.

Dall’Afghanistan all’Ucraina

L’origine del problema è meno teorica di quanto possa sembrare. La pubblicazione arriva anche nell’anno del quinto anniversario del ritiro americano dall’Afghanistan. Nell’estate del 2021 la velocità con cui le forze governative afghane si disgregarono davanti all’avanzata talebana sorprese Washington. Pochi mesi dopo, con l’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022, l’errore si verificò nella direzione opposta: la capacità di resistenza ucraina risultò superiore alle aspettative iniziali di una parte dell’intelligence statunitense.

Nel novembre 2024 l’allora direttore della Dia, il tenente generale Jeffrey Kruse, aveva indicato proprio questo punto parlando della valutazione americana sull’Ucraina: la determinazione degli ucraini a combattere era stata molto maggiore di quella stimata. È anche da quella esperienza che l’agenzia ha sviluppato una metodologia più strutturata per interrogare fattori che, a differenza del numero di velivoli o di sistemi d’arma, non possono essere ricavati semplicemente da un ordine di battaglia.

Il framework scende infatti dalla dimensione politica fino a quella del singolo combattente. Tra gli elementi da osservare figurano l’autorità e l’integrità percepita della leadership, la coesione e l’esprit de corps, la percezione del sostegno degli alleati e soprattutto la posta in gioco del conflitto. In altre parole, se la sconfitta venga considerata dall’attore coinvolto come una minaccia esistenziale per lo Stato, per l’organizzazione o per il regime.

Misurare ciò che non si vede

L’intelligence militare è tradizionalmente molto efficace nel censire piattaforme, organici, infrastrutture, budget e capacità tecnologiche. Più difficile è stabilire come quelle risorse verranno utilizzate quando intervengono paura, coesione, identità, comando, disciplina e percezione politica della guerra.

Per evitare che l’analisi scivoli nell’impressionismo, la Dia lega il nuovo framework agli standard fissati dall’Intelligence Community Directive 203, che richiedono argomentazioni strutturate, distinzione tra informazioni e giudizi analitici, valutazione delle incertezze e ricorso a evidenze osservabili, rendendo verificabile il percorso con cui l’analista arriva a una determinata conclusione. Le guerre degli ultimi anni hanno mostrato quanto possa essere fuorviante dedurre automaticamente l’esito di un conflitto dalla semplice somma delle capacità disponibili. La Dia non sostiene certo che la volontà sostituisca la massa, la tecnologia o la logistica, ma che anche la disponibilità a impiegare quelle capacità, assorbire le perdite, adattarsi e continuare a combattere deve diventare oggetto sistematico di intelligence.


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