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Stati Uniti, Australia, Brasile. Il triangolo delle terre rare che mette all’angolo la Cina

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Con l’ingresso di un’importante società mineraria australiana nel Paese carioca, il baricentro dei minerali critici si sposta sempre più a Ovest, togliendo dalle mani della Cina un altro pezzo di monopolio. In attesa che anche l’Europa faccia la sua parte

Filo dopo filo, raccordo dopo raccordo, la trama prende forma. E tutto sembra tornare. Nel grande gioco delle terre rare, l’Occidente si va piano piano emancipando della catene di forniture cinesi. Lenti movimenti che però, visti dall’alto, danno la cifra del riassetto in atto. Il ruolo di pivot, nemmeno a dirlo, lo giocano gli Stati Uniti che per primi hanno messo in discussione il monopolio globale della Cina nell’estrazione e la raffinazione di materie prime critiche. Gli accordi in sequenza con Ucraina, Canada, Brasile e Australia sono lì a testimoniare un progressivo sganciamento dal Dragone. Un modello fatto proprio, seppur ancora sulla carta, dall’Europa, anch’essa desiderosa di procacciarsi nuovi mercati ricchi di terre rare ma fuori dall’orbita cinese.

Il mosaico però è grande e proprio dall’Australia arrivano gli ultimi segnali di uno spostamento delle forniture ormai inarrestabile. La Terra dei canguri, tanto per cominciare, è un prezioso alleato degli Stati Uniti nella geografia dei minerali critici, come dimostra il gigantesco accordo da 8,5 miliardi siglato da Washington e Camberra esattamente un anno fa. L’Australia, insomma, è ricca di terre rare e può fare a meno della Cina. E lo stesso discorso vale per il Brasile, il secondo mercato globale delle materie prime strategiche. Il Paese verdeoro è da tempo ormai la vera seconda sponda delle terre rare. Lo prova, per esempio, il recentissimo investimento investimento dell’americana Rare Earths, partecipata al 10% dal governo federale, nel maxi-giacimento di Serra Verde.

Adesso anche l’Australia, che nel campo minerario è la testa di ponte dell’Occidente nell’area Pacifica, sale sul carro del Brasile. La società mineraria australiana Lynas Rare Earths ha infatti annunciato l’acquisizione di Meteoric Resources, rilevando il progetto di terre rare di Caldeira in Brasile, in un contesto di crescente interesse da parte degli investitori globali nel settore. Lynas acquisirà dunque Meteoric tramite un’operazione interamente in azioni del valore di 968 milioni di dollari australiani (673 milioni di dollari statunitensi). Non è tutto. Con questa acquisizione, Lynas rileverà il progetto di estrazione di terre rare Caldeira.

Il cerchio, insomma, sembra chiudersi, con un nuovo baricentro globale che è il Brasile. E l’Europa? L’Europa prova a fare la sua parte. C’è un passaggio del lungo discorso sullo stato dell’Unione di Ursula von der Leyen, che dà la cifra degli sforzi europei di essere, una volta tanto, indipendenti. Soprattutto dalla Cina e dalle sue forniture, a cominciare da quelle delle terre rare. Un dossier su cui Bruxelles è impegnata da tempo, provando a fare suo il modello americano, che poggia su una fitta rete di accordi con Paesi terzi ricchi di minerali ma fuori dall’orbita cinese. Ora però è tempo di aumentare la massa critica e l’ambizione di tale orizzonte. “L’Unione europea”, ha detto von der Leyen, “si sta preparando a istituire una Corporation europea per le materie prime critiche. La sua creazione ha lo scopo di ridurre la dipendenza dell’industria europea dalle forniture provenienti da paesi terzi e di rendere le catene di approvvigionamento più resilienti”. Bruxelles è in partita.


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