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Dopo il Pnrr arriva la sfida più difficile. Far vivere gli investimenti nel tempo

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In fondo, il vero risultato del Pnrr non sarà soltanto ciò che saremo riusciti a costruire entro il 2026. Sarà ciò che, grazie a quelle risorse, saremo ancora in grado di far funzionare nel 2030, nel 2035 e oltre. È questa, probabilmente, la sfida più importante che comincia adesso

Ora che la stagione delle risorse straordinarie garantite dal Pnrr si avvia alla conclusione, comincia una fase forse ancora più importante: capire che cosa resterà, concretamente, degli investimenti realizzati.

La domanda non è soltanto quanto siamo riusciti a spendere, né quanti interventi siamo riusciti a completare. La domanda è molto più semplice: come facciamo a mantenere vive le cose che abbiamo costruito? È una questione che riguarda un po’ tutto. Un edificio restaurato, un centro culturale, un servizio digitale, una struttura turistica, uno spazio pubblico, un nuovo servizio per i cittadini: il giorno dell’inaugurazione l’investimento è concluso. Il giorno dopo comincia il problema vero. Chi lo gestisce? Con quali risorse? Con quali competenze? Chi sostiene i costi di funzionamento? Come si trovano nuovi utenti? Come si finanziano manutenzione, attività, personale e comunicazione? E, soprattutto, come si fa a evitare che un investimento nato per produrre valore pubblico finisca per trasformarsi, qualche anno dopo, in un costo che l’amministrazione non è più in grado di sostenere?

Il tema non è nuovo.

Già prima del Pnrr conoscevamo bene alcune delle difficoltà strutturali del settore pubblico: la burocrazia, la complessità dei procedimenti, tempi amministrativi spesso poco compatibili con quelli degli altri attori economici, la difficoltà di disporre di personale adeguato sotto il profilo numerico e, in alcuni casi, delle competenze necessarie per progettazione, internazionalizzazione, valutazione economico-finanziaria e rendicontazione. Sono problemi che ci accompagnano da decenni. Il Pnrr non li ha creati: li ha resi più evidenti, perché ha imposto in un periodo relativamente breve una capacità di progettazione, realizzazione e rendicontazione molto superiore a quella ordinariamente richiesta alle amministrazioni. Su alcune di queste criticità si è già intervenuti. Su altre serviranno tempo, ricambio generazionale e una diversa capacità del settore pubblico di attrarre e trattenere competenze. Ma c’è un altro problema, più immediato, sul quale possiamo intervenire già oggi. È quello della sostenibilità degli investimenti una volta terminata la risorsa straordinaria che li ha resi possibili.

Un tema emerso con particolare chiarezza anche nel recente lavoro sui piccoli borghi, dove i Sindaci sono stati chiamati a ragionare su una domanda molto concreta: che cosa deve rimanere nei territori dopo il 2026, in termini di economie, condizioni di vita, comunità, competenze e modelli di gestione, perché gli investimenti del Pnrr continuino a produrre effetti nel tempo? La domanda vale naturalmente molto oltre i piccoli borghi. Perché per anni abbiamo ragionato soprattutto sulla capacità di finanziare e realizzare l’investimento. Ora dobbiamo iniziare a ragionare sulla capacità di farlo vivere.

La differenza non è marginale

Un investimento pubblico può essere perfettamente realizzato e, allo stesso tempo, produrre nel tempo un valore molto inferiore a quello atteso. Può accadere perché i costi di gestione sono troppo elevati, perché il modello organizzativo non funziona, perché non esiste una domanda sufficiente, perché mancano competenze o semplicemente perché, terminata la prima fase di finanziamento, non è stata prevista una seconda fase.

Escludendo naturalmente distorsioni e casi virtuosi, la combinazione tra risorse straordinarie, scadenze ravvicinate e cicli di finanziamento frammentati può avere favorito, in alcuni casi, una maggiore attenzione alla capacità di realizzare l’intervento rispetto alla sua sostenibilità nel lungo periodo.

Ed è proprio qui che il dopo Pnrr può rappresentare un’occasione.

La prima trasformazione dovrebbe riguardare il modo in cui misuriamo la performance degli investimenti pubblici. Non soltanto quante risorse sono state utilizzate, quanti lavori sono stati completati o quanti progetti sono stati finanziati, ma quale valore pubblico è stato generato rispetto alle risorse investite. È un cambiamento apparentemente semplice, ma molto profondo. Significa cominciare a considerare la capacità di un progetto di produrre effetti nel tempo come parte integrante del progetto stesso. La seconda trasformazione riguarda invece le risorse necessarie per sostenere questi effetti. Qui il ruolo dei privati può diventare decisivo, ma a condizione di smettere di pensare al privato soltanto come a un soggetto al quale chiedere una sponsorizzazione. Se un progetto pubblico deve vivere per dieci o vent’anni, il partner privato dovrebbe poter entrare nella discussione prima che il progetto sia concluso: non soltanto per finanziare un’attività, ma per contribuire a costruire un modello capace di generare risorse, relazioni, servizi e nuove opportunità economiche.

È una differenza sostanziale.

Non significa trasferire al privato responsabilità che rimangono pubbliche. Significa riconoscere che alcuni bisogni sono pubblici, ma che per soddisfarli possono essere mobilitate anche competenze, capitali e capacità organizzative private. Per l’Italia questo passaggio potrebbe diventare particolarmente importante nei prossimi anni. La riduzione progressiva delle risorse straordinarie e la necessità di mantenere sotto controllo la finanza pubblica renderanno sempre più difficile immaginare che ogni nuovo investimento possa essere seguito, indefinitamente, da nuove risorse pubbliche destinate alla sua gestione. Questo vale soprattutto per la cultura, il turismo, la rigenerazione urbana e per molte politiche territoriali. Per questo servono modelli nei quali la sostenibilità economica non sia un capitolo aggiunto alla fine del progetto, ma una componente della progettazione iniziale. Significa chiedersi, prima di costruire qualcosa, non soltanto quanto costa realizzarlo, ma quanto costerà farlo funzionare. E, soprattutto, quali saranno le fonti di entrata, quali i soggetti coinvolgibili, quali gli utenti, quali i servizi producibili e quale parte del costo dovrà necessariamente rimanere a carico del settore pubblico. Non tutto dovrà diventare economicamente autosufficiente. Sarebbe un errore altrettanto grande. Esistono servizi e infrastrutture che producono valore pubblico proprio perché non possono essere valutati soltanto sulla base dei ricavi. Ma anche in questi casi conoscere il costo della gestione e costruire una prospettiva finanziaria di medio-lungo periodo è una condizione di buona amministrazione.

Il dopo Pnrr può dunque diventare un laboratorio.

Non soltanto per inventare nuovi strumenti, ma per utilizzare in modo più intelligente quelli che già esistono: partnership pubblico-private, concessioni, fondazioni, accordi istituzionali, strumenti finanziari, forme di collaborazione con imprese e soggetti del territorio. Sottoponendoli, naturalmente, alla verifica degli organi di controllo e alla necessaria trasparenza.

L’obiettivo non dovrebbe essere quello di privatizzare la gestione della cosa pubblica, né quello di trovare sempre qualcuno disposto a mettere risorse. Dovrebbe essere quello di costruire progetti pubblici capaci di durare.

In fondo, il vero risultato del Pnrr non sarà soltanto ciò che saremo riusciti a costruire entro il 2026. Sarà ciò che, grazie a quelle risorse, saremo ancora in grado di far funzionare nel 2030, nel 2035 e oltre. È questa, probabilmente, la sfida più importante che comincia adesso.


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