La Russia rivendica un ruolo da grande potenza e un’influenza privilegiata nel proprio vicinato. Tra memoria imperiale, ricerca di sicurezza e ambizioni multipolari, resta aperta la questione decisiva: quali obiettivi intende perseguire e quali limiti è disposta ad accettare. L’analisi di Pasquale Preziosa, docente di Geostrategia e Geopolitica nell’ambito del Master di II livello in Negoziazione internazionale
Comprendere quale futuro voglia la Russia richiede una distinzione preliminare tra il Paese, la sua classe dirigente e il sistema politico che lo governa: tre realtà strettamente legate, i cui interessi e le cui prospettive non sempre coincidono. Le decisioni del Cremlino impegnano lo Stato russo, ma non esprimono necessariamente tutte le aspirazioni della sua società, né consentono di considerare già definito il comportamento futuro del Paese. È una distinzione che riguarda anche le democrazie: ciò che cambia è la possibilità dei cittadini di incidere sulle scelte del potere, contestarle e determinarne la correzione. La domanda centrale riguarda quindi il progetto strategico perseguito dalla dirigenza russa e le condizioni che possono favorirlo, contenerlo o modificarlo.
La tradizione imperiale è una componente della cultura politica russa e aiuta a comprendere la difficoltà con cui Mosca accetta la piena autonomia degli Stati sorti nello spazio un tempo sottoposto al proprio dominio. Su un piano diverso, quello del separatismo interno, anche le guerre cecene mostrano quanto il mantenimento del controllo territoriale abbia pesato nelle scelte della dirigenza russa. Le letture storiche si costruiscono a posteriori e consentono di riconoscere continuità che, nel corso degli eventi, non erano sempre evidenti. Nel caso russo l’eredità imperiale si intreccia con l’esperienza delle invasioni subite, da quella napoleonica del 1812 a quella nazista del 1941 contro l’Unione Sovietica. La memoria della vulnerabilità e l’aspirazione a estendere la propria influenza concorrono così a spiegare una cultura strategica nella quale esigenze difensive e ambizioni di potenza possono sovrapporsi. Gli eventi, tuttavia, maturano in tempi e condizioni differenti, e anche comportamenti apparentemente simili possono rispondere a motivazioni diverse. Interpretare la contemporaneità richiede quindi di considerare insieme il peso delle eredità storiche e le scelte che prendono forma di fronte a circostanze nuove. La continuità imperiale rappresenta, in questo senso, una chiave importante per comprendere la politica russa; la sua capacità esplicativa va però confrontata con le trasformazioni del contesto e con le decisioni dei suoi protagonisti.
Pertanto, attribuire alla Russia una vocazione espansionistica immutabile rischia di orientare l’analisi verso una conclusione già stabilita, così come sarebbe riduttivo interpretare ogni sua iniziativa come una semplice reazione difensiva. Occorre valutare insieme dichiarazioni, azioni, capacità e vincoli, considerando che le intenzioni possono consolidarsi o modificarsi in relazione all’evoluzione del contesto, ai risultati ottenuti e ai costi sostenuti. Le pagine introduttive di Come si misura una democrazia, di Sabino Cassese, aiutano a comprendere proprio il contesto entro cui queste intenzioni si formano e possono evolvere. Cassese descrive il ritorno degli Stati nazionali, l’accentuarsi delle diseguaglianze di potenza e l’indebolimento del multilateralismo a favore dei rapporti bilaterali. Richiama inoltre una contraddizione europea: una persistente capacità di attrazione, accompagnata da una debolezza politica che espone il continente a decisioni prese da altri. La sua riflessione offre così una cornice per interpretare anche le ambizioni russe, pur senza affrontarle direttamente nelle pagine qui richiamate. L’eguaglianza fra Stati non ha mai cancellato le gerarchie geopolitiche. Nella contemporaneità, tuttavia, la distanza fra eguaglianza formale e capacità effettiva di incidere sulle decisioni internazionali assume particolare rilievo. Il progetto del Cremlino può essere letto anche come il tentativo di collocare stabilmente la Russia fra le potenze in grado di concorrere alla definizione delle regole, sottraendola alla condizione di dover accettare quelle stabilite altrove. Un riferimento esplicito a questa aspirazione si trova nel Concetto di politica estera del marzo 2023, nel quale la Russia si presenta come un Paese-civiltà e una grande potenza eurasiatica ed euro-pacifica, rivendicando un ruolo autonomo nella costruzione di un ordine multipolare. Questa autorappresentazione esprime tanto una concezione dell’identità russa quanto il rango internazionale che la sua dirigenza intende assicurarle; documenta il modo in cui il potere si legittima, senza dimostrare, di per sé, la corrispondenza fra principi dichiarati e comportamenti.
Da questa impostazione emerge anzitutto la richiesta di riconoscimento del proprio rango geopolitico. Mosca vuole essere considerata un interlocutore necessario sulle principali questioni strategiche. L’arsenale nucleare, il seggio permanente nel Consiglio di sicurezza e la capacità di influire sugli equilibri regionali sostengono tale aspirazione. Il territorio conta, ma conta anche la possibilità di impedire che altri decidano senza coinvolgerla. Per una grande potenza, la capacità di ostacolare le scelte altrui può compensare, almeno in parte, una minore capacità di attrazione politica. L’Ucraina concentra questo intreccio fra territorio, sicurezza e riconoscimento. Nel giugno 2024 Putin subordinò il cessate il fuoco e l’avvio dei negoziati al ritiro ucraino dall’intero territorio delle quattro regioni rivendicate da Mosca e alla rinuncia all’ingresso nella Nato: richieste che andavano oltre le posizioni allora controllate militarmente dalla Russia. Quel pronunciamento documenta gli obiettivi pubblicamente dichiarati in quella fase, ma non consente, da solo, di stabilire quali condizioni Mosca potrebbe accettare in un futuro compromesso. Il significato strategico è comunque chiaro: Mosca ha cercato di condizionare tanto i confini dell’Ucraina quanto il suo orientamento internazionale. Emerge così una concezione gerarchica dei rapporti fra Stati, che l’attuale dirigenza russa manifesta nei confronti dell’Ucraina: l’indipendenza formale può convivere con una sovranità limitata nei fatti, quando una potenza vicina pretende di determinarne le alleanze e le possibilità di difesa. Le proposte russe del dicembre 2021 confermano che la controversia superava il solo dossier ucraino, difatti la richiesta di bloccare ulteriori allargamenti della Nato e di limitare i dispiegamenti militari, assumendo come riferimento la situazione del 1997, investiva l’assetto complessivo della sicurezza europea.
Leggere quelle proposte come prova di un piano già definito per conquistare l’intero continente sarebbe arbitrario, ma interpretarle come una richiesta circoscritta al Donbas sarebbe altrettanto riduttivo: esse riguardavano infatti anche la distribuzione del potere in Europa. Qui emerge una contraddizione della multipolarità proposta dal Cremlino: rivendicare autonomia rispetto alle altre grandi potenze e, nello stesso tempo, comprimere quella dei vicini. Un ordine con più centri di potere può infatti risultare più equilibrato nei rapporti fra i grandi e più coercitivo per gli Stati minori. La pluralità dei poli, da sola, non garantisce la libertà di chi vive fra essi. Anche il rapporto fra sicurezza e controllo dello spazio geopolitico va esaminato con maggiore precisione. Le percezioni russe di vulnerabilità devono entrare nell’analisi, insieme alle decisioni occidentali e ai loro effetti. Una percezione di minaccia, tuttavia, non rende inevitabile il ricorso alla guerra. Quando la protezione di uno Stato viene fatta dipendere dalla debolezza e dalla subordinazione di quelli circostanti, la ricerca di sicurezza assume i caratteri di una pretesa egemonica. Le preoccupazioni ucraine, polacche e baltiche appartengono quindi alla medesima equazione e devono essere considerate parte integrante di qualsiasi valutazione della sicurezza europea.
Esiste poi una dimensione interna, altrettanto importante. È ragionevole interpretare il confronto con l’esterno anche come una risorsa di legittimazione del potere: la promessa di restituire grandezza alla Russia può sostenere la richiesta di disciplina e sacrificio. Questa lettura resta però un’ipotesi da verificare, senza esaurire la spiegazione delle scelte del Cremlino. La continuità del regime, il prestigio internazionale e gli interessi di lungo periodo del Paese non coincidono necessariamente, una scelta utile alla conservazione del potere può anzi comportare costi duraturi per la società. Chiedersi che cosa voglia Mosca impone quindi anche di domandarsi quali costi sia disposta ad accettare e quali possa effettivamente sostenere. Il livello di ambizione di un Paese deve fare i conti con le risorse economiche e finanziarie disponibili, le dinamiche demografiche, l’accesso alle tecnologie, le capacità militari e la qualità delle relazioni esterne. Anche le eventuali sanzioni internazionali incidono su questo rapporto, aumentando i costi e restringendo le possibilità di perseguire gli obiettivi dichiarati.
Il rapporto con la Cina introduce un ulteriore dilemma: la ricerca di maggiore autonomia dall’Occidente può accrescere la dipendenza da un partner economicamente più forte, restringendo quegli stessi margini di scelta che Mosca intende ampliare. La Russia aspira a essere un polo autonomo, ma la possibilità di realizzare questa ambizione va valutata alla luce delle asimmetrie e delle interdipendenze che caratterizzano anche le sue relazioni con Pechino. Il futuro rimane quindi aperto, condizionato dall’incontro fra ambizioni, risorse e vincoli. Se la coercizione produce vantaggi a costi ritenuti accettabili, la dirigenza russa può essere incentivata a ricorrervi nuovamente; se invece incontra resistenze durevoli e una prospettiva negoziale credibile, può ricalibrare obiettivi e strumenti. Potrebbe tuttavia scegliere di prolungare il conflitto, qualora giudicasse il compromesso più rischioso della sua continuazione, ma nessuno di questi esiti discende automaticamente dalla storia: ciascuno dipende anche dalle valutazioni del potere russo e dalle scelte degli altri attori. Per l’Europa queste considerazioni hanno implicazioni strategiche rilevanti: deve disporre della capacità di proteggersi e di sostenere l’autonomia ucraina, sviluppando al contempo una strategia politica capace di incidere sui costi e sui vantaggi che Mosca associa alle proprie scelte. Il richiamo di Cassese alla debolezza europea acquista qui un significato concreto: chi non traduce le proprie risorse in capacità di decisione rischia di diventare oggetto della trattativa fra altri.
Il negoziato russo-ucraino andrà preparato con cura e accompagnato da meccanismi di verifica, poiché i suoi esiti contribuiranno a definire la futura architettura di sicurezza europea. La disponibilità a negoziare non dimostra, di per sé, la volontà di rinunciare a obiettivi coercitivi: occorrono impegni precisi, reciprocità, controlli sull’attuazione e conseguenze prevedibili in caso di violazione. È inoltre essenziale la partecipazione effettiva degli Stati la cui sovranità e sicurezza saranno direttamente interessate dagli accordi. Un’intesa costruita sopra la testa dell’Ucraina finirebbe per riprodurre proprio quella gerarchia fra potenze e Stati subordinati che Mosca cerca di affermare. Il criterio per valutare un cambiamento nell’indirizzo russo sarà la disponibilità ad accettare limiti concreti al proprio comportamento e a rispettare un’autonomia effettiva dei vicini. Le parole possono aprire uno spazio negoziale; saranno gli impegni verificabili e i comportamenti coerenti a mostrarne la consistenza. Da questa analisi emerge una dirigenza russa che persegue il riconoscimento del proprio rango di grande potenza, un’influenza privilegiata nel vicinato e una maggiore capacità di condizionare l’ordine internazionale. L’estensione territoriale e politica di questa ambizione resta variabile. Comprenderla significa individuare quali pretese debbano essere contenute e su quali interessi sia possibile costruire un negoziato. La partita europea consiste nel creare condizioni nelle quali la convivenza risulti più conveniente della coercizione, senza affidare la propria sicurezza alla speranza che ciò avvenga spontaneamente.
















