Per anni Tallinn ha pianificato una difesa elastica, basata sul logoramento del nemico in attesa dei rinforzi Nato. Ma dopo aver osservato il comportamento russo in Ucraina, l’Estonia ha deciso di abbandonare quel modello
Dietro la nuova postura militare assunta da Tallinn c’è l’analisi del conflitto in Ucraina. La decisione dei vertici delle forze armate estoni, resa nota in queste ore dal quotidiano britannico Financial Times, di spostare il posizionamento delle proprie unità in prossimità del confine russo non riflette un’accresciuta aggressività da parte del Paese baltico, ma un adeguamento alle lezioni apprese studiando il comportamento dell’esercito russo dal febbraio del 2022 a oggi. Concretamente, la 1ª Brigata di fanteria, principale unità da combattimento del Paese, sarà trasferita in modo permanente da Tapa, a circa 130 chilometri dal confine, a Jõhvi, a soli 50. A Narva è inoltre in costruzione una base in grado di ospitare fino a mille militari: 200 stabili, più altri 800 in caso di crisi. Il tutto mentre la spesa per la difesa cresce del 42% quest’anno, fino a 2,4 miliardi di euro, pari al 5,4% del Pil.
Fino ad ora, la dottrina militare estone prevedeva che le proprie forze armate lottassero sulla base dei principi di guerra asimmetrica contro un’eventuale invasione russa, senza concentrarsi sul difendere il proprio territorio, mirando a impantanare le forze nemiche così da permettere ai rinforzi provenienti dagli altri Paesi dell’Alleanza Atlantica di affluire sul posto e di lanciare una controffensiva che avrebbe portato alla liberazione dei territori occupati nella prima fase del conflitto e alla distruzione delle forze attaccanti.
Ma il combinato disposto delle nuove dinamiche di guerra emerse nel conflitto in Ucraina e della tenacia mostrata dai russi nel difendere le porzioni di territorio occupato (anche attraverso l’impiego di ordigni nucleari) ha spinto Tallinn a rivedere le proprie priorità, favorendo una difesa più tenace del proprio territorio e contemporaneamente acquisendo capacità di attacco a lungo raggio. Quest’ultima si è infatti rivelata estremamente importante in questi anni, poiché grazie al suo uso (quando possibile) le forze armate ucraine sono riuscite a inficiare pesantemente la rete logistica di Mosca, con effetti tangibili sul campo di battaglia. Non è casuale che questo cambio di postura avvenga pressoché in contemporanea con un cambio nel procurement. Nel corso dell’ultimo anno, l’Estonia ha firmato contratti per l’acquisto di nove piattaforme del sistema di lancio multiplo di razzi Himars di fabbricazione statunitense, compresi i missili balistici M57 con una gittata fino a 300 chilometri. Il Paese sta inoltre procedendo all’acquisto di nove sistemi di lancio multiplo di razzi Chunmoo di fabbricazione sudcoreana, anch’essi con una gittata di circa 300 chilometri.
Dietro il cambio di postura c’è anche il timore di un’azione limitata contro un obiettivo vicino al confine, in particolare Narva, città a maggioranza russofona. Conquistarla non avrebbe senso nell’ottica di un’invasione totale, ma potrebbe servire come test provocatorio della compattezza dell’Alleanza: presentare il fatto compiuto per instillare dubbi sulla volontà degli alleati di intervenire. È uno scenario in stile Crimea 2014 che l’intelligence estone considera estremamente rischioso, e che né Tallinn né la Nato possono oggi scoraggiare in modo credibile.
Resta però un’incognita decisiva, quella dell’Ucraina. Per l’intelligence estone il periodo critico è quello dei prossimi uno-quattro anni, e un alto funzionario ammette che “la deterrenza non sta funzionando”. I vertici militari non ritengono probabile una guerra su vasta scala con l’Alleanza nel breve termine e credono che Tallinn abbia ancora il tempo per adattare le proprie difese. Ma quella finestra dipende in larga parte da ciò che accadrà sul fronte ucraino. Finché la guerra continua, l’esercito russo resta impegnato lì. In caso di cessate il fuoco, decine di migliaia di soldati con esperienza di combattimento potrebbero essere ridislocati al confine baltico, sostenuti da un apparato industriale-militare già a pieno regime. Come ha sintetizzato un alto funzionario dell’intelligence estone a Ft: “Prima temevamo la guerra, ora temiamo la sua fine”.
















