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La caccia ai Paperoni finanzia la Cina. Xi stringe sui patrimoni nascosti all’estero

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Pechino lancia la crociata contro tutti quei ricconi che hanno nascosto il patrimonio nei trust offshore. Ora bisogna pagare e subito. Qualcuno riesce a patteggiare, altri fuggono. Ma la verità è che al Dragone servono soldi

Rubare ai ricchi per donare ai poveri. Non è per scomodare Robin Hood, ma non era esattamente questo che intendeva il presidente cinese Xi Jinping quando nel 2021 lanciò l’obiettivo della prosperità comune per ridurre le diseguaglianze sociali. Nella Cina che attende l’Europa al varco, tra due giorni una delegazione della Commissione europea atterrerà a Pechino per tentare di trovare un accordo con cui bilanciare il deficit commerciale con il Vecchio continente, c’è del panico tra i Paperoni nazionali. Tutta colpa della nuova stretta sui redditi più alti, con gli ispettori fiscali cinesi che si sono dati da fare per aumentare le entrate dei cittadini più ricchi e delle più grandi aziende del paese.

Per esempio, riscrivendo le regole dei trust offshore, lanciando la più grande operazione di recupero di tasse arretrate contro le aziende locali degli ultimi anni e puntando gli occhi sugli oltre 1.700 miliardi di dollari di ricchezza che i residenti cinesi detengono nella sola Hong Kong. Di più. La stessa amministrazione tributaria cinese ha formato una serie di squadre speciali dedicate al monitoraggio e alla tassazione dei ricchi. Veri e propri gruppi di assalto fiscali che rappresentano una controforza all’esercito di avvocati, consulenti fiscali e professionisti che i super ricchi cinesi assumono per ridurre il proprio carico tributario.

Risultato, centinaia di nuovi miliardari sono emersi dall’oscurità. Ma ora, i Paperoni della Cina si trovano a dover fare i conti con il tempo che stringe, avendo tempo fino alla fine di ottobre per saldare i debiti dei loro trust esteri senza incorrere in penali. Questo ha seminato il panico tra i benestanti di Cina, che stanno cercando disperatamente di capire a quanto ammontano i loro debiti e come trovare i soldi per pagarli. E tutto questo perché in Cina muoversi nel torbido mondo delle strutture fiduciarie è diventato più difficile. Da oggi i residenti cinesi che trasferiscono asset in trust esteri devono pagare un‘imposta sul reddito delle persone fisiche del 20% sui guadagni generati, indipendentemente dal fatto che i dividendi siano stati effettivamente distribuiti o meno.

Il nuovo quadro normativo concede ai contribuenti 90 giorni per regolarizzare la propria posizione senza incorrere in ulteriori sanzioni. Ma non lascia scappatoie ai furbetti: le misure valgono anche per chi acquisisce la cittadinanza straniera o la residenza permanente all’estero, continuando a mantenere i principali interessi economici nella Repubblica popolare. Il panico sta dilagando. Alcuni cittadini cinesi, addirittura, si stanno affrettando a ottenere passaporti stranieri, temendo che Pechino possa iniziare a imporre una tassa di uscita a chi si trasferisce all’estero. Ma non tutti. Alcuni stanno contrattando con i funzionari fiscali, mentre altri stanno valutando azioni legali se il loro carico fiscale sembra ingiusto o insostenibile. E c’è chi persino riesce a patteggiare: l’azionista di maggioranza di una società con sede a Guangzhou, a cui era stato notificato un debito fiscale di 100 milioni di yuan (15 milioni di dollari), ha minacciato di trasferirsi a Shanghai, convincendo infine i funzionari locali a ridurre l’importo a 5 milioni di yuan.

 


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