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Scosse sottomarine. Come leggere l’entrata di Anduril nella filiera dei Virginia

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Con Arsenal-2 Anduril passa da software e droni ai sottomarini nucleari. Un salto fuori dalla comfort zone, in una dimensione dove vigono regole completamente diverse da quelle dell’ecosistema in cui la start-up americana si è sviluppata. Ma forse è proprio questo il punto cruciale

Anduril amplia il proprio raggio d’azione e annuncia il suo ingresso nella filiera produttiva dei sottomarini nucleari statunitensi. La società fondata da Palmer Luckey ha infatti reso noto che investirà 6,6 miliardi di dollari nella costruzione di un nuovo stabilimento in Maryland destinato a produrre componenti per i sottomarini della classe Virginia.

L’investimento per la costruzione dell’impianto produttivo (che sarà chiamato Arsenal-2, sottolineando la continuità con quello già aperto da Anduril in Ohio) metterà assieme 3,7 miliardi di dollari di capitale privato e fino a 2,9 miliardi provenienti dalla Marina statunitense. Il sito dovrebbe entrare in funzione nel 2030, avrà una superficie di circa due milioni di piedi quadrati e dovrebbe creare, almeno secondo le stime, oltre 3.000 posti di lavoro diretti e più di 11.000 indiretti.

La produzione partirà in un primo momento da componenti relativamente semplici, come i tubi lanciasiluri, per poi spostarsi verso elementi più complessi. L’obiettivo finale è arrivare alla realizzazione di grandi sezioni dei battelli classe Virginia, come ad esempio la prua. Nei “progetti sottomarini” di Anduril non c’è però solo Arsenal-2. L’azienda intende infatti affiancare l’impianto in Maryland con un secondo stabilimento in California, destinato a sviluppare e testare processi produttivi e componenti prima dell’avvio della produzione seriale nel centro principale.

Quella annunciata nelle scorse ore è un’espansione significativa per una società che ha costruito la propria identità sulla capacità di sviluppare rapidamente tecnologie militari avanzate al di fuori dei percorsi tradizionali della grande industria della difesa. Il punto, però, è che qui Anduril non gioca più sul proprio terreno. Il software, i droni e i sistemi autonomi hanno cicli di sviluppo brevi, costi di iterazione contenuti e un mercato in cui una startup può permettersi di sbagliare, correggere e riprovare. La cantieristica sottomarina funziona all’opposto, con pochissimi attori, requisiti di sicurezza e qualità estremi, lavorazioni su strutture a pressione in cui un difetto non si corregge con un aggiornamento, e una forza lavoro specializzata che si forma in anni. Come si comporterà un’azienda nata per la velocità in un settore in cui la lentezza è, in parte, una forma di garanzia, oggi nessuno può dirlo.

Proprio per questo, però, la scommessa può essere letta anche in un altro modo. Da tempo, in più occasioni, esponenti della Defense Innovation Unit e altre figure legate all’innovazione militare americana denunciano i limiti di una base industriale che, dopo le fusioni dei decenni successivi alla Guerra fredda, si è ridotta a pochi grandi prime contractor, con tempi lunghi, costi in crescita e scarsa propensione al cambiamento. Nei sottomarini il problema è particolarmente evidente: oggi ci sono solo due cantieri in grado di costruire i Virginia, e i ritardi di consegna sono ormai strutturali, con un ritmo di produzione inferiore all’obiettivo dei due battelli l’anno. In questo quadro l’ingresso di un nuovo attore, sostenuto da fondi pubblici ma con logiche da startup, può essere visto come un tentativo di rompere dall’interno quelle stesse dinamiche “elefantiache”, costringendo gli stakeholder del settore a confrontarsi con un modello diverso di produzione, più automatizzato e più rapido.

 


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