L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 ha innescato una sequenza di eventi che ha destabilizzato l’Indo-Mediterraneo, una regione cruciale per il commercio globale. La crisi ha colpito le rotte energetiche, in particolare lo Stretto di Hormuz, e ha coinvolto potenze come Stati Uniti e Cina, evidenziando la loro vulnerabilità energetica. L’Italia, con la sua economia manifatturiera e dipendente dall’energia, è fortemente interessata alla stabilità di queste rotte, rendendo l’Indo-Mediterraneo un’area strategica fondamentale per la sua sicurezza economica
Tre anni dopo, il 7 ottobre 2023 non è più soltanto una data nella storia del conflitto israelo-palestinese. L’attacco di Hamas contro Israele, costato la vita a circa 1.200 persone e accompagnato dal rapimento di 251 ostaggi, è stato anche l’innesco di una sequenza che ha progressivamente cambiato scala: dalla sicurezza israeliana alla guerra a Gaza, dalla mobilitazione delle milizie sostenute dall’Iran alla destabilizzazione del Mar Rosso, fino allo scontro diretto con Teheran e alla guerra tra Stati Uniti e Iran.
A tre anni di distanza, l’effetto più ampio di quella sequenza è stato inizialmente regionale, come scrive Giuseppe Dentice (OsMed), e ora ha prodotto un effetto geoeconomico su scala globale. La crisi ha attraversato l’intera fascia che collega il Mediterraneo all’Oceano Indiano, mettendo sotto pressione contemporaneamente Suez, Bab el-Mandeb e Hormuz. In altre parole, ha destabilizzato l’Indo-Mediterraneo: la cerniera attraverso cui Europa e Asia scambiano merci, energia e capitale. Ossia, la principale area di proiezione geostrategica dell’Italia, dopo l’Europa.
Una fotografia dell’Economist Intelligence Unit (EIU) mostra quanto questa trasformazione sia diventata concreta. Le economie del Golfo pagano il prezzo della guerra con l’Iran: per il 2026 l’EIU prevede contrazioni particolarmente pesanti per Qatar e Kuwait, ma anche per Arabia Saudita, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti. Intanto, attorno alle rotte energetiche della regione si concentra nuovamente la potenza militare americana.
Hormuz è il punto nel quale le due dimensioni si incontrano. I flussi di greggio attraverso lo Stretto sono risaliti fino a circa 16,5 milioni di barili al giorno a settembre, vicini ai livelli precedenti alla guerra. Ma la normalizzazione è soltanto parziale: il traffico dei prodotti raffinati rimane fortemente depresso e il diesel continua a risentirne. Soprattutto, il recupero è stato possibile anche grazie all’adattamento logistico: più pipeline, trasferimenti ship-to-ship e rotte che permettono di evitare lo Stretto. Circa il 40 per cento del greggio regionale aggira ormai Hormuz, contro il 17 per cento precedente al conflitto.
È forse questa la conseguenza meno evidente del 7 ottobre: un attacco terroristico circoscritto geograficamente, teoricamente legato a una dinamica annosa ma locale (il conflitto israelo-palestines), ha messo in moto una successione di reazioni che, senza essere né lineare né inevitabile, ha finito per raggiungere alcune delle arterie fondamentali dell’economia globale.
Il Mar Rosso era stato il primo segnale, quando l’intervento degli Houthi, inizialmente presentato dal movimento yemenita come sostegno a Hamas e ai palestinesi di Gaza, ha trasformato Bab el-Mandeb in un fronte della crisi regionale. Oggi il conflitto in Yemen si è nuovamente aggravato proprio attorno allo stretto, mentre Arabia Saudita e forze yemenite combattono per il controllo delle aree occupate dagli Houthi.
Per l’Italia questa geografia conta più di quanto possa suggerire la distanza dai fronti. Un’economia manifatturiera, importatrice di energia ed esportatrice di beni è strutturalmente interessata alla stabilità delle rotte che collegano Asia, Golfo e Mediterraneo. Il rapporto Italian Maritime Economy 2026 di SRM individua proprio nelle crisi di Hormuz, Mar Rosso e Suez uno dei fattori che stanno ridisegnando il commercio internazionale, attribuendo a porti, logistica e nuovi corridoi un peso crescente per la competitività e la sicurezza degli approvvigionamenti italiani.
Ma la fotografia diventa ancora più significativa allargando lo sguardo alle due grandi potenze. Per Pechino, la crisi ha materializzato una vulnerabilità conosciuta da tempo. La Cina può esercitare una crescente influenza economica in Medio Oriente, ma non controlla l’architettura di sicurezza dalla quale dipendono quelle stesse relazioni. È il maggiore importatore mondiale di greggio e circa metà delle sue importazioni petrolifere arriva dal Medio Oriente; una quota enorme della sua sicurezza energetica resta dunque esposta a Hormuz. La caduta delle forniture iraniane ha già spinto le raffinerie cinesi a cercare più petrolio in Iraq e Qatar.
Washington affronta il problema speculare. Dopo anni trascorsi a discutere di pivot to Asia, competizione con la Cina e necessità di concentrare risorse nell’Indo-Pacifico, gli Stati Uniti si sono ritrovati nuovamente assorbiti militarmente dal Medio Oriente. Non perché l’Indo-Pacifico abbia perso centralità, ma perché la distinzione tra i due teatri è diventata sempre meno convincente: ciò che accade nel Golfo condiziona l’energia asiatica, mentre ciò che accade nel Mar Rosso condiziona il commercio tra Asia ed Europa.
È qui che emerge forse la lezione più utile di questi tre anni: la risposta alla vulnerabilità non è soltanto la sicurezza, ma la ridondanza. L’East-West Pipeline saudita verso Yanbu, Fujairah negli Emirati, i porti omaniti e le connessioni terrestri verso il Mediterraneo sono tentativi di costruire alternative ai chokepoint. Nella stessa logica acquistano valore i nuovi corridoi infrastrutturali, compreso il corridoio di interconnessione tra India, Medio Oriente ed Europa (acronimo internazionale “IMEC”): non come sostituti di Suez o soluzioni geopolitiche alla crisi mediorientale, ma come ulteriori collegamenti dentro una rete che deve poter continuare a funzionare anche quando uno dei suoi nodi entra in crisi. E qui IMEC diventa fondamentale nella nuova geografia logistica che sta emergendo attorno al Mediterraneo, come spiega Vas Shenoy raccontando le ultime evoluzioni.
Tre anni dopo il 7 ottobre, dunque, la regione non ha risolto la crisi aperta quel giorno. Ha però cominciato ad adattarsi alle sue conseguenze. Il dato forse più significativo non è che il Medio Oriente resti instabile. È che quella instabilità non può più essere considerata regionale. Dal terrorismo alla guerra, dalla guerra agli chokepoint, dagli chokepoint ai mercati globali: la traiettoria iniziata il 7 ottobre ha mostrato quanto Mediterraneo, Golfo e Indo-Pacifico appartengano ormai allo stesso spazio geoeconomico.
Per Roma, la lezione degli ultimi tre anni è che il Mediterraneo non può più essere trattato come uno spazio strategico autonomo. La sicurezza economica italiana dipende sempre più da ciò che accade ben oltre le sue immediate vicinanze, dal Mar Rosso al Golfo e, in definitiva, dall’Oceano Indiano. L’Indo-Mediterraneo non è quindi semplicemente un concetto geopolitico: descrive la geografia attraverso la quale il commercio italiano, l’approvvigionamento energetico e la competitività industriale si muovono.
















