Ancora una volta, Sánchez si presenta alle urne dopo aver trasformato la propria debolezza parlamentare in una scommessa politica: governare per decreti quando non può governare attraverso una maggioranza, rivendicare i risultati quando arrivano e trasformare gli ostacoli in munizioni quando si presentano. Non è detto che basti per vincere. Ma è esattamente il tipo di partita in cui Pedro Sánchez ha costruito la propria forza
“Manual de resistencia” non è più soltanto il titolo dell’autobiografia di Pedro Sánchez, ma una vera e propria dottrina politica: quella di un leader che ha costruito la propria forza sulla capacità di sopravvivere quando tutto sembra perduto. Sánchez non subisce i tempi della politica: li forza. Quando una crisi parlamentare lo stringe all’angolo, quando i sondaggi lo danno per finito, quando una valanga mediatica sembra sul punto di travolgerlo, non arretra. Rimescola le carte, alza la posta e prova a far saltare il banco.
Lo scioglimento anticipato delle Cortes e la convocazione delle urne per il 29 novembre vanno letti esattamente in questa chiave. Non sono la resa di un premier logorato da una maggioranza sempre più fragile, ma l’ennesima scommessa di un politico che preferisce scegliere il momento della battaglia piuttosto che aspettare che siano gli avversari a imporglielo. Sánchez sa di arrivare al voto in una posizione tutt’altro che comoda. E proprio per questo decide di accelerare, trasformando la propria debolezza in una partita a tutto campo.
La sua storia politica, del resto, è costellata di resurrezioni che farebbero invidia a Houdini. Dalla defenestrazione interna al partito al successivo, leggendario tour della Spagna a bordo di una vecchia Peugeot per riconquistare la segreteria, fino ai ripetuti azzardi elettorali del 2019 e del 2023, Sánchez ha dimostrato di trovarsi a proprio agio soprattutto quando la situazione precipita. Quando lo si dà per spacciato, lui alza la posta. Oggi, alle prese con le tensioni sul carovita, l’emergenza abitativa e il logoramento di un Parlamento ostaggio di equilibri fragilissimi, il premier sceglie ancora una volta di anticipare i tempi anziché subirli.
Ma la vera scommessa di Sánchez non si esaurisce nella sopravvivenza parlamentare. Dopo lo scioglimento delle Cortes, il governo può ancora adottare decreti-legge, la cui convalida passa alla Diputación Permanente. Ed è qui che i numeri raccontano una parte della strategia. L’organo è composto da 68 deputati, oltre alla presidente del Congresso: 27 del Partito Popolare, 24 socialisti, 6 di Vox, 6 di Sumar e un rappresentante ciascuno di ERC, Junts, EH Bildu, PNV e Gruppo Misto. In caso di scioglimento, la Diputación Permanente assume le funzioni del Pleno per la convalida o la deroga dei decreti-legge. E non serve una maggioranza assoluta: per convalidare un decreto è sufficiente la maggioranza semplice dei presenti.
È un dettaglio tutt’altro che secondario. Sánchez non deve più ricostruire una maggioranza di governo nel senso tradizionale del termine: può cercare, provvedimento per provvedimento, i voti necessari nella Diputación Permanente. È una partita numerica molto più stretta, nella quale ogni voto degli alleati diventa decisivo e ogni assenza può pesare. Il premier proverà così a recuperare almeno una parte del terreno perduto, ripresentando innanzitutto le misure sulla casa che il Congresso aveva bocciato. Il calcolo è semplice: se i provvedimenti passano, Sánchez potrà arrivare alle urne con un pacchetto di misure da rivendicare su affitti, edilizia sociale, aiuti alle famiglie e carovita. Se vengono nuovamente respinti, potrà trasformare la sconfitta in un’arma politica, accusando l’opposizione di aver votato contro soluzioni destinate a milioni di cittadini.
È una strategia tipicamente sanchista: trasformare un limite istituzionale in una narrazione elettorale. Il governo non dispone più di una maggioranza parlamentare stabile, ma può ancora produrre provvedimenti e, soprattutto, costruire attorno a essi un racconto. Sánchez vuole arrivare al 29 novembre dicendo agli elettori non soltanto ciò che ha promesso, ma ciò che ha tentato di fare e, soprattutto, chi gli ha impedito di farlo. La casa è il terreno perfetto: un tema sociale, immediato, capace di parlare ai giovani, agli inquilini e a un ceto medio sempre più sotto pressione. La propaganda, in questo schema, non consiste soltanto nel rivendicare i decreti approvati; consiste nel trasformare ogni ostacolo parlamentare nella prova di una scelta più ampia: da una parte il governo che protegge chi fatica ad arrivare alla fine del mese, dall’altra una destra descritta come alleata degli interessi immobiliari e degli speculatori.
Il paradosso è che Sánchez può ricavare un dividendo elettorale persino da un nuovo fallimento. Se i decreti passano, potrà rivendicarne la paternità; se cadono, potrà usarli come prova della propria tesi: con questo Parlamento non era più possibile governare. In entrambi i casi, il premier porta la partita sul terreno che gli è più congeniale, quello dello scontro politico e della mobilitazione dell’elettorato progressista.
La strategia per il voto di fine autunno è dunque limpida e rischiosa al tempo stesso. Sánchez punta a polarizzare lo scontro, riducendo la scelta a un aut aut esistenziale tra il blocco progressista e l’alleanza tra il Partito Popolare e la destra radicale di Vox. Vuole costringere l’elettorato progressista e moderato a compattarsi di fronte al timore di una svolta a destra, spiazzando gli avversari con una campagna giocata sul terreno della mobilitazione sociale. Al contempo, prova a spezzare i ricatti quotidiani di quei partner esterni che in questi anni hanno logorato la maggioranza.
I sondaggi oggi lo danno in svantaggio, ma scommettere contro il “Perro Sanxe” è diventato negli anni uno sport pericoloso. Gli avversari festeggiano la fine di un ciclo, dimenticando che il capo del governo preferisce bruciare il tavolo piuttosto che lasciarsi logorare lentamente da esso. Il suo talento politico, nel bene e nel male, consiste proprio in questo: non giocare mai la partita che gli altri gli preparano.
Ancora una volta, Sánchez si presenta alle urne dopo aver trasformato la propria debolezza parlamentare in una scommessa politica: governare per decreti quando non può governare attraverso una maggioranza, rivendicare i risultati quando arrivano e trasformare gli ostacoli in munizioni quando si presentano. Non è detto che basti per vincere. Ma è esattamente il tipo di partita in cui Pedro Sánchez ha costruito la propria forza.
Il suo manuale di resistenza, del resto, non promette di non cadere. Insegna a rialzarsi proprio quando tutti hanno già cominciato a festeggiare la caduta.















