Il comunicato di Hussein documenta una scelta politica precisa, senza provare legami operativi con la strage. Il Parlamento europeo chiede di valutare l’inserimento nella lista nera, ma il voto divide l’Aula e i Ventisette restano lontani da una posizione comune. L’opinione di Marco Mayer
Ci sono documenti che non hanno bisogno di interpretazioni. Il comunicato del 18 ottobre 2024, pubblicato sul sito ufficiale in inglese dei Fratelli Musulmani e firmato da Mahmoud Hussein, Guida generale ad interim, è uno di questi. Hussein vi definisce Yahya Sinwar, il capo di Hamas ucciso dalle forze israeliane, “the leader of the glorious epic of October 7”. Poi lo colloca in una genealogia di caduti presentati come eroi (al-Banna, Yassin, Rantissi, Morsi, Haniyeh), parla di sacrificio e invoca per lui un posto tra i martiri.
Chiamare “gloriosa epopea” l’attacco del 7 ottobre non significa fare le condoglianze per la morte di un dirigente palestinese: significa celebrare con grande solennità un massacro di inaudita gravità. E a farlo non è un simpatizzante anonimo, ma il vertice dell’organizzazione, in un atto ufficiale.
Quello che il testo dice, e quello che non dice
Il comunicato documenta una scelta lessicale, religiosa e politica della leadership; non dimostra un collegamento operativo tra i Fratelli Musulmani e gli autori della strage, né un coinvolgimento della Fratellanza nell’attacco. Eventuali legami finanziari, logistici o operativi sono un’altra questione, su cui sono in corso indagini nazionali ed europee, e le relative responsabilità andranno provate con documenti, riscontri ed elementi indipendenti.
Il comunicato esiste anche in arabo: l’originale, diffuso anche dal canale Telegram ufficiale @ikhwaneg, contiene la formula “قائد ملحمة السابع من أكتوبر المجيدة”, il “leader della gloriosa epopea del 7 ottobre”. Il sostegno ideologico al terrorismo di Hamas, peraltro, non è episodico: lo stesso canale, il 20 luglio 2026, si è congratulato con Hamas per l’elezione di Khalil al-Hayya come successore del “leader martire” Sinwar.
La celebrazione di Sinwar è arrivata anche da altri attori mediorientali. Dalla Fratellanza siriana, per esempio, che ha parlato del “martirio” di un “grande leader nazionale”, fino al Pjd marocchino, partito vicino ma autonomo rispetto alla Fratellanza egiziana, il cui leader Abdelilah Benkirane ha ricordato Sinwar come “leader e guerriero”. Equiparare queste voci sarebbe un errore: un lessico comune segnala vicinanza ideologica, non un coordinamento delle attività. La domanda utile è un’altra, ed è ancora aperta: quanto è diffusa, nella vasta rete di affiliati e simpatizzanti della Fratellanza e, più in generale, nell’area del fondamentalismo islamista, la scelta di celebrare esplicitamente il 7 ottobre anziché limitarsi alla solidarietà con il popolo palestinese?
Il voto di Strasburgo
Giovedì 8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione per una strategia europea contro il cosiddetto “Islamist entryism” e l’influenza della rete dei Fratelli Musulmani. Il testo, promosso dal Ppe, non è vincolante e non mette automaticamente al bando la Fratellanza: chiede di valutare se entità o individui collegati soddisfino i criteri per l’inserimento nella lista europea delle organizzazioni terroristiche, che richiede solide basi giuridiche e prove accertate. Del resto, come ha ricordato il commissario Magnus Brunner, i Ventisette non hanno ancora raggiunto una piena convergenza in materia.
Il dibattito in Aula è stato tutt’altro che unanime. Secondo l’Afp, sinistra radicale, Verdi e socialisti avevano annunciato che non avrebbero sostenuto il testo, ritenendo che alcune sue parti avessero tratti di islamofobia. Il socialista Juan Fernando López Aguilar ha messo in guardia dal presentare la comunità islamica come un corpo estraneo alla diversità europea, secondo quanto riferito in particolare dalla stampa spagnola. Obiezioni da prendere sul serio: la differenza tra pratica religiosa, dissenso politico e ideologico e sostegno pratico e organizzativo alla violenza è proprio ciò che una strategia seria deve saper distinguere.
La questione che resta
Il nodo, dunque, non è scegliere tra l’evidenza di una linea politica inquietante e pericolosa e la prova di una responsabilità operativa diretta. Sono due piani distinti, e confonderli indebolisce chi vuole contrastare l’influenza dell’islam fondamentalista che fa propaganda alla violenza. Chi ha votato contro la risoluzione dovrebbe tuttavia spiegare quali parti ritiene infondate o sproporzionate e quale strategia alternativa propone. Chi l’ha sostenuta deve dimostrare che le misure colpiscono condotte e organizzazioni, non convinzioni politiche, ideologiche o religiose.
Tre domande restano aperte: quanto sia diffusa la celebrazione del 7 ottobre tra i dirigenti e i canali ufficiali della Fratellanza; quali rapporti esistano con Hamas, oltre alla vicinanza ideologica; quali strumenti europei siano adeguati senza scivolare in generalizzazioni sbagliate e controproducenti.
Nel frattempo, la frase di Hussein rimane un dato documentale difficile da eludere. Non prova tutto, ma dice con chiarezza ciò che dice: ed è sbagliato sia ignorarla sia pretendere che dimostri più di quanto possa dimostrare.
La Fratellanza Musulmana è un movimento d’élite, a cui di solito non è facile affiliarsi, che non ama la pubblicità e preferisce la riservatezza. Proprio per questo un segnale così forte come l’esaltazione della strage del 7 ottobre dovrebbe allarmare tutti, e non soltanto una parte.
Quanto agli europarlamentari italiani che hanno votato contro la risoluzione, tra cui Nicola Zingaretti, la domanda è una: erano stati adeguatamente informati? Di fronte a una presa di posizione così grave, forse sarebbe stato più opportuno esprimere i legittimi dubbi con un’astensione.
















