Non ci può essere vera autonomia strategica senza una propria industria dei minerali critici, unitamente a un’indipendenza degli approvvigionamenti energetici. Il problema è che l’Europa lascia a desiderare su ambedue i fronti. Ecco che cosa dice l’ultimo report dell’Istituto per gli affari internazionali
Guai a pensare che le terre rare siano una cosa e l’energia un’altra. In un mondo ultraveloce, iperconnesso e molto tecnologico, chi ha più materia prima è quello che vince. Lo sanno, per esempio, gli Stati Uniti, che da molto tempo hanno posto le basi per una propria autonomia, sia in termini di estrazione, sia di raffinazione, tagliando i ponti con la Cina. Anche l’Europa dovrebbe fare altrettanto, anche se di minerali nel sottosuolo non ne ha poi in grosse quantità. Eppure, secondo gli esperti dell’Istituto per gli affari internazionali (Iai) autori di un voluminoso report dedicato alla politica industriale continentale, varrebbe la pena tentare.
“Materie prime, energia, IA e infrastrutture digitali non devono essere considerate ambiti separati, ma parti di una medesima architettura industriale. La disponibilità di materiali critici e semilavorati condiziona la produzione di tecnologie verdi, sistemi digitali e componenti per la difesa”, si legge nel report. “L’energia determina la competitività dei processi produttivi e la sostenibilità della capacità di calcolo, mentre l’IA incide sull’organizzazione della manifattura, sulla logistica, sulla progettazione e sulla sicurezza; le infrastrutture cloud, data storage, telecomunicazioni e satellitari costituiscono la base materiale della sovranità digitale. Ne deriva l’esigenza di una politica industriale realmente olistica, capace di integrare politica energetica, politica digitale, sicurezza economica, difesa, ricerca e manifattura, superando la frammentazione tra capitoli settoriali e tra competenze amministrative”.
Guardando alle materie prime critiche, “costituiscono la base materiale della transizione verde e digitale. La loro criticità deriva da una combinazione precisa: elevata rilevanza economica e forte rischio di approvvigionamento. Il primo nodo è però strutturale. Le tecnologie energetiche e digitali richiedono quantità di materiali critici molto superiori rispetto alle tecnologie che hanno sostenuto l’economia del Novecento. Ciò implica non solo un’accelerazione degli investimenti industriali in Europa e in Italia, ma anche una profonda riconfigurazione delle materie prime, energia, IA e infrastrutture digitali, che devono essere considerate parti di una medesima architettura industriale”.
Ora, secondo lo Iai, “l’estrazione e raffinazione sono localizzate in pochi Paesi e la Cina detiene una posizione dominante in diverse fasi della catena del valore, controllando gran parte dell’estrazione e della raffinazione delle terre rare e quote rilevanti di altre materie strategiche. Altri poli cruciali sono l’America Latina, che concentra una quota significativa delle riserve globali e ospita il triangolo del litio tra Argentina, Bolivia e Cile e l’Africa, dove, ad esempio, la Repubblica Democratica del Congo domina la produzione di cobalto, mentre il Sudafrica è tra i principali produttori di platino e palladio”. Ebbene, questa geografia delle risorse “espone Europa e Italia a vulnerabilità economiche e geopolitiche: volatilità dei prezzi, interruzioni delle forniture e possibile utilizzo delle esportazioni come leva di pressione politica. Il problema, dunque, non è tanto la scarsità delle risorse quanto la sicurezza dell’approvvigionamento”.
E allora, che fare? “Per affrontare queste vulnerabilità, l’Unione europea ha adottato nel 2024 il Regolamento Ue sulle materie prime critiche, che stabilisce obiettivi vincolanti al 2030: almeno il 10% del consumo da estrazione interna, il 40% da trasformazione interna e il 25% da riciclo. Si tratta di un disegno ambizioso che tuttavia rischia di riprodurre relazioni asimmetriche con i Paesi produttori se tali partenariati non saranno fondati su modelli di coproduzione e valore condiviso. Questo squilibrio lascia scoperte le fasi di trasformazione della catena del valore. L’industria europea, infatti, dipende in misura significativa anche dall’importazione di semilavorati, ossia materiali già parzialmente trasformati che incorporano fasi produttive ad alto valore aggiunto localizzate all’estero”.
Ed ecco il capitolo energia. “Il tema degli approvvigionamenti strategici è strettamente legato alla sicurezza energetica, tornata al centro dell’agenda europea dopo lo shock provocato dalla guerra russa in Ucraina. Si tratta della capacità di garantire una disponibilità continua di energia a prezzi sostenibili, attraverso fonti sufficientemente diversificate da assorbire eventuali shock esterni. Le principali dimensioni della sicurezza energetica riguardano la sicurezza delle forniture, la resilienza delle infrastrutture, il grado di integrazione del mercato interno e una dimensione geopolitica legata al rischio di strumentalizzazione delle interdipendenze energetiche. L’Unione si trova quindi a dover conciliare obiettivi in tensione: garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e, al tempo stesso, accelerare la transizione verso un sistema energetico a basse emissioni”.
Il problema è che “l’economia europea rimane quindi fortemente esposta agli shock energetici. Il gas rappresenta circa il 39% del consumo finale di energia dell’industria europea, mentre il trasporto su strada assorbe circa il 73% del petrolio utilizzato nell’Ue. Inoltre, il gas continua spesso a determinare il prezzo marginale dell’elettricità, trasmettendo la volatilità energetica all’intero sistema economico. In questo contesto, la dimensione energetica assume una valenza strutturalmente strategica. La competizione economica e tecnologica si gioca sempre più sulla capacità di trasformare energia in capacità di calcolo e in valore industriale. In altri termini, infrastrutture energetiche, digitali e industriali tendono a convergere, e i Paesi in grado di integrarle efficacemente disporranno di un vantaggio competitivo strutturale. Ne consegue che sicurezza energetica e transizione climatica non sono alternative, ma dimensioni della stessa strategia industriale”.
















