Le tensioni sociali che attraversano l’Europa stanno offrendo nuove opportunità alle operazioni di influenza delle potenze rivali. La coesione sociale e la qualità del dibattito democratico sono ormai parte integrante della sicurezza europea. Attori rivali sfruttano queste tensioni per indebolire la coesione dell’Unione, utilizzando disinformazione e operazioni di influenza per accentuare la polarizzazione. Attraverso piattaforme digitali e algoritmi, vengono manipolati il dibattito pubblico, presentando l’Europa – e nello specifico l’Italia – come politicamente fragile e instabile
Le proteste che nelle ultime settimane hanno attraversato diversi Paesi europei, dalla Francia al Belgio, dalla Spagna all’Italia, dove sono dal weekend al centro del dibattito pubblico e politico, hanno riportato in superficie un disagio che supera le rivendicazioni economiche da cui molte di esse hanno preso origine. L’aumento del costo della vita, la pressione sui redditi e le difficoltà di accesso alla casa alimentano una percezione di arretramento della prosperità, mentre gli episodi di violenza registrati in alcune città rivelano tensioni sociali più profonde.
Le fratture della prosperità europea
In Italia, queste dinamiche incontrano fragilità consolidate: stagnazione della produttività, debole crescita dei salari reali e difficoltà nel garantire opportunità di mobilità sociale. Gli shock energetici e inflazionistici, legati anche alla guerra regionale nell’Indo-Mediterraneo, hanno accentuato il senso di insicurezza economica, anche perché i governi nazionali dispongono di margini limitati per intervenire sulle determinanti internazionali di questi fenomeni.
Al disagio materiale si sovrappone una dimensione socioculturale, particolarmente visibile in alcuni segmenti delle generazioni più giovani. La sfiducia nelle istituzioni, la perdita di riferimenti collettivi e l’incertezza sulle prospettive personali possono alimentare forme di risentimento prive di una rappresentanza politica riconoscibile. In determinati contesti, anche le tensioni identitarie presenti in settori delle seconde e terze generazioni con background migratorio si intrecciano con condizioni di marginalità e narrazioni nazionali, culturali o religiose antagoniste. Sono fenomeni distinti, che non possono essere generalizzati né automaticamente associati alla violenza, ma che contribuiscono alla crescente complessità delle fratture sociali europee.
La politica non sempre ha saputo governare queste trasformazioni. Forze appartenenti a tradizioni ideologiche differenti hanno spesso privilegiato la mobilitazione del malcontento rispetto alla costruzione di risposte sostenibili. La ricerca del consenso, quando prevale sulla responsabilità di confrontarsi con i vincoli economici e istituzionali, finisce per alimentare aspettative destinate a essere disattese e consolidare la sfiducia verso il sistema politico.
Questa combinazione di vulnerabilità economiche, sociali e istituzionali assume oggi una rilevanza che supera la politica interna. In un contesto di competizione geopolitica crescente, le fratture delle società democratiche costituiscono anche opportunità di pressione strategica per attori esterni.
La strumentalizzazione geopolitica del disagio
La Russia ha sviluppato nel tempo una significativa capacità di sfruttare le tensioni interne alle democrazie occidentali. Le controversie sull’immigrazione, il sostegno all’Ucraina, ancora prima la gestione del Covid, più in generale le questioni identitarie e la sfiducia nelle istituzioni offrono terreni favorevoli per operazioni di influenza orientate ad accentuare la polarizzazione e indebolire la coesione politica europea.
Un esempio indicativo arriva da Rybar, influente rete informativa russa vicina all’ambiente militare, che ha diffuso una mappa delle recenti proteste europee, aggregando manifestazioni, arresti e feriti in diversi Paesi. Eventi differenti per cause, partecipazione e intensità vengono ricondotti a una rappresentazione unitaria di un continente attraversato da un’instabilità crescente.
La rilevanza di questa operazione comunicativa risiede nel modo in cui fatti autentici vengono selezionati, sottratti parzialmente al loro contesto e ricomposti in una narrazione coerente con gli interessi strategici di Mosca. Attraverso Telegram e la circolazione di contenuti tra diverse piattaforme, rappresentazioni di questo genere possono raggiungere pubblici differenti, alimentando interpretazioni che accentuano le divisioni esistenti.
La diffusione di una simile mappa non dimostra un coinvolgimento russo nell’organizzazione delle proteste; mostra piuttosto come queste possano essere utilizzate per rappresentare l’Europa come un sistema politicamente fragile. Ossia viene offerta ai lettori l’immagine di un modello disfunzionale, corroso internamente, e pertanto non idoneo a costituire oggetto di aspirazioni per le collettività (in primis quelle russe).
Il meccanismo appartiene al più ampio repertorio dell’information warfare, nel quale disinformazione deliberata, circolazione di contenuti fuorvianti, amplificazione coordinata e astroturfing — la costruzione artificiale di un apparente consenso spontaneo — possono concorrere a manipolare il dibattito pubblico. Gli stessi episodi di violenza possono essere presentati come prova dell’estremismo dei manifestanti oppure della repressione autoritaria dei governi, o ancora del malcontento diffuso in Europa, favorendo narrazioni contrapposte che convergono nell’erosione della fiducia democratica.
La dimensione algoritmica amplia ulteriormente queste possibilità. Sono state documentate in più occasioni precedenti operazioni coordinate di influenza con account non autentici e contenuti distribuiti attraverso TikTok – il cui fenomenale algoritmo è controllato da una società cinese – e altre piattaforme. Questi precedenti mostrano come le reti digitali possano contribuire ad amplificare specifiche mobilitazioni e influenzare la percezione del confronto politico.
Gli algoritmi di raccomandazione possono inoltre indirizzare contenuti politicamente sensibili verso determinati segmenti di pubblico, con possibili conseguenze sulle dinamiche di mobilitazione. La distinzione tra amplificazione algoritmica, manipolazione coordinata e intervento intenzionale di attori statali rimane essenziale quanto nebulosa.
Dall’informazione alle minacce ibride
Lo sfruttamento delle vulnerabilità democratiche si inserisce in una competizione che ha progressivamente superato i confini della propaganda tradizionale. Le operazioni informative possono accompagnarsi ad attacchi informatici, sabotaggi, provocazioni e altre attività clandestine, secondo modalità riconducibili alla hybrid warfare.
Le operazioni ostili attribuite alla Russia in Europa negli ultimi anni hanno mostrato come strumenti differenti possano essere impiegati per esercitare pressione sulle società occidentali, complicare l’azione delle autorità e alimentare un clima di insicurezza. Le grandi manifestazioni costituiscono, almeno potenzialmente, contesti favorevoli per provocazioni difficili da attribuire nell’immediato, soprattutto quando tensioni preesistenti rendono probabile una rapida escalation.
L’eventuale convergenza tra interferenze fisiche e amplificazione digitale rappresenta una vulnerabilità particolarmente delicata. Un episodio isolato può acquisire una rilevanza politica sproporzionata attraverso la circolazione selettiva delle immagini, contribuendo a radicalizzare il confronto tra manifestanti, forze dell’ordine e istituzioni.
Questo rischio non autorizza ad attribuire automaticamente responsabilità straniere agli episodi di violenza. La distinzione tra sfruttamento opportunistico del disordine, operazioni coordinate e coinvolgimento diretto di apparati statali rimane essenziale, ma non sempre è possibile stabilirla con certezza. La complessità delle operazioni ibride, la sovrapposizione tra attori, strumenti e livelli di intervento, così come il ricorso a intermediari e reti difficilmente riconducibili a un unico centro decisionale, possono rendere particolarmente opaca l’attribuzione delle responsabilità. In questa ambiguità risiede parte della loro efficacia strategica: l’incertezza ostacola la capacità di risposta delle istituzioni e può diventare essa stessa uno strumento di destabilizzazione.
La dimensione transatlantica
Le vulnerabilità europee si inseriscono anche in una trasformazione più ampia degli equilibri occidentali, anche questi spesso sfruttati dalle narrazioni rivali. Per gran parte del secondo dopoguerra, la leadership americana ha sostenuto un sistema nel quale sicurezza collettiva, prosperità economica e istituzioni democratiche erano elementi di un progetto politico condiviso.
Il primo e il secondo mandato di Donald Trump hanno introdotto una discontinuità significativa. L’enfasi sulla sovranità nazionale, l’approccio transazionale alle alleanze e la critica alle istituzioni multilaterali hanno contribuito a spostare l’attenzione dalla tutela di un ordine collettivo verso una concezione più immediata degli interessi americani.
Questa evoluzione non spiega le tensioni sociali europee, ma ha reso meno riconoscibile la prospettiva politica comune che per decenni aveva rappresentato uno dei principali fattori di coesione occidentale. Per società già attraversate da incertezze economiche e crisi di rappresentanza e appartenenza, la trasformazione del ruolo americano introduce un’ulteriore dimensione di insicurezza, offrendo alle potenze rivali nuovi argomenti per mettere in discussione la credibilità e la tenuta dell’Occidente.
La coesione sociale come questione di sicurezza
La crescente interdipendenza tra coesione sociale, qualità del dibattito democratico e sicurezza strategica impone di ampliare il concetto di resilienza europea. Le vulnerabilità interne, tradizionalmente affrontate attraverso strumenti di politica economica, sociale o di ordine pubblico, possono ormai diventare leve di pressione nelle mani di attori che perseguono obiettivi geopolitici ostili.
Contrastare questa dinamica richiede di intervenire sulle condizioni che rendono efficaci le operazioni di influenza. Potere d’acquisto, servizi essenziali, opportunità per le nuove generazioni e fiducia nella rappresentanza politica assumono una rilevanza direttamente strategica. Parallelamente, gli Stati europei dovrebbero però rafforzare le capacità di individuazione delle campagne coordinate, migliorare la trasparenza dei meccanismi algoritmici e integrare la sicurezza informativa nelle strategie di contrasto alle minacce ibride.
La complessità della risposta sta nel preservare una distinzione fondamentale: la libertà di manifestare e contestare le scelte del governo costituisce una prerogativa essenziale delle democrazie liberali. Confondere il dissenso con l’interferenza straniera, o rispondere alle vulnerabilità mediante una compressione indiscriminata delle libertà, comporterebbe l’indebolimento del modello politico che si intende preservare, modello che continua ad esercitare un’influenza globale, e per questo oggetto di opposizione da parte di rivali strategici, i quali, nel contrastarlo, trovano una giustificazione per il proprio controllo esistenziale su potere e masse.
La capacità delle potenze rivali di sfruttare le fratture occidentali dipende anche dalla profondità di quelle fratture. La sicurezza delle democrazie europee si giocherà dunque sempre più sulla loro capacità di affrontare le contraddizioni interne, preservare l’integrità del confronto pubblico e ricostruire una prospettiva credibile di prosperità e appartenenza. In un contesto di competizione strategica crescente, la qualità della vita democratica è diventata parte integrante della sicurezza europea.
















