Si fanno sempre più concreti i sospetti che ad aizzare le folle siano forze pilotate da Mosca. Esse cercano di raccogliere a Milano o a Parigi successi politici che non riescono a ottenere sui campi di battaglia in Ucraina. Oggi Mosca sembra tornata al suo antico mestiere, che sa fare meglio di chiunque altro: esportare rivoluzione. La riflessione di Francesco Sisci
Ci sono due forze convergenti ma distinte alla base delle proteste violente di Milano e, forse, anche di quelle francesi o greche. La prima è il risentimento, lo scontento sociale. È la legna secca che si accumula. La seconda è quello di chi soffia su questo scontento, non per risolvere i problemi, ma per farli crescere. Questa è probabilmente l’operazione che ha contribuito a organizzare la violenza in piazza nei giorni scorsi.
Le due forze convergono poi con la scintilla che può essere l’incidente, anche casuale, durante le manifestazioni pacifiche. L’incidente, naturalmente, può non essere casuale e può essere stato provocato ad arte. Le due forze devono essere affrontate separatamente. Sono entrambe politiche ma hanno bisogno di politiche diverse.
La prima ha bisogno di un’analisi approfondita, misure probabilmente di medio-lungo termine per togliere legna dal fuoco. La seconda, invece, richiede misure tempestive per evitare che il fuoco si trasformi in un incendio.
Il problema oggi, come ottant’anni fa, alla fine della Seconda guerra mondiale, è il nemico dall’altra parte della Cortina, che prima era di ferro e oggi è più tenue, di plastica traforata, perché, a differenza di allora, le comunicazioni tra i due lati sono più trasparenti.
Si fanno sempre più concreti, infatti, i sospetti che ad aizzare le folle siano forze pilotate da Mosca. Esse cercano di raccogliere a Milano o a Parigi successi politici che non riescono a ottenere sui campi di battaglia in Ucraina.
Il metodo è antico. La Germania guglielmina appoggiò e facilitò la rivoluzione bolscevica per liberarsi dalla Russia sul fronte orientale nel 1917. Dopo, l’Unione Sovietica sostenne e organizzò rivoluzioni in tutto il mondo, per un misto di idealismo ed espansione delle proprie ambizioni geopolitiche. Le successive rivoluzioni colorate (non più rosse) sostenute dall’America e dall’Occidente seguivano lo stesso tracciato, ma con molto minore sapienza rispetto ai rivoluzionari professionisti sovietici. Oggi Mosca sembra tornata al suo antico mestiere, che sa fare meglio di chiunque altro: esportare rivoluzione.
Le rivoluzioni sono una cosa seria e, a volte, anche giuste, se ci si oppone a un sistema che non consente la libera partecipazione alla politica. Ma usare la violenza in un sistema aperto, libero sovverte la democrazia e la libertà di tutti e forza la volontà di una minoranza aggressiva su una maggioranza che la può pensare diversamente. Questo non è tollerabile per la sopravvivenza di un sistema democratico, specie se organizzato, in tutto o in parte, da uno Stato non alleato e spesso ostile.
Ciò pone con urgenza la necessità di frangifiamme, bisogna abbattere gli alberi in prossimità del fuoco per evitare che l’incendio si espanda. In altre parole, torna di attualità quello che, nella prima guerra fredda, si chiamava il fattore K: chi era idealmente vicino all’Unione Sovietica non poteva governare.
L’Italia risolse questo problema delicato per una democrazia, concedendo alle forze filo-sovietiche una rappresentanza parlamentare e la libertà di espressione, ma impedendo loro di accedere alle stanze del potere.
Fu un divorzio non facile. Nel 1946 tutte le forze che avevano combattuto il fascismo sedettero insieme per scrivere la Costituzione della Repubblica, ma due anni dopo si divisero tra chi sarebbe andato al governo e chi sarebbe restato all’opposizione. La divisione fondamentale fu tra l’alleanza con l’America, da una parte, e con la Russia, dall’altra.
Oggi si è di fronte allo stesso frangente. I problemi politici che hanno portato all’insoddisfazione e alla furia della gente in piazza a Milano e a Parigi richiedono una risposta politica articolata. Ma le forze che accendono le fiamme, o sono anche solo vicine a quelle fiamme, devono essere escluse dalle leve del governo.
Ciò non significa arrestare tutti i dissidenti; anzi, le voci dissidenti e stridenti devono restare come forza e stimolo della democrazia italiana. Ma se queste forze mirano alla sovversione violenta del sistema democratico, o tifano per essa, non possono ragionevolmente guidare un governo che ha deciso di stare dall’altra parte.
Oppure devono chiedere con chiarezza un cambiamento della posizione internazionale dell’Italia nei confronti dell’Unione europea e della Nato. Lo spartiacque è la guerra in Ucraina.
Ciò pone domande concrete a tutte le forze politiche che legittimamente tifano per la Russia: o cambiano posizione oppure non possono avvicinarsi al governo, o, se sono al governo, devono uscirne. È stato difficile mantenere l’ambiguità finora, ma evidentemente dopo queste violenze diventa pressoché impossibile.
Ciò implica che tutti i partiti, a destra o a sinistra, che si impegneranno nella prossima campagna elettorale dovranno scegliere con chiarezza da che parte stare nella politica internazionale. Concretamente, quindi, Giuseppe Conte, leader del M5s, e Matteo Salvini, leader della Lega. In Francia ci saranno probabilmente scelte analoghe.
Se non si pone questa alternativa politica, si crea una situazione insostenibile: non è possibile cominciare ad affrontare i problemi di medio-lungo termine sul tappeto, e si obbligano le forze dell’ordine a essere non l’ultimo anello di una lunga catena di ordine istituzionale, ma l’unica barriera delle istituzioni contro il caos.
Le barriere isolate, prima o poi cadono e poi c’è il saccheggio della città e la fine delle istituzioni. Il sacco di Roma varrebbe più di quello di Kyiv.
Sarebbe uno smacco enorme per gli Stati Uniti d’America guidati dal presidente Donald Trump: Roma o Parigi sono sue alleate, perché dovrebbe cederle al leader russo Vladimir Putin? Alla vigilia di un autunno che si preannuncia di fuoco, con pochi pompieri e tanti incendiari, l’inizio della soluzione del rovello è forse nelle stanze del Parlamento a Roma.
Le ombre di Alarico, dei cosacchi che abbeverano i loro cavalli nella piazza di San Pietro, sono immagini crude, quasi surreali di tempi andati ma ora si stagliano all’orizzonte forse più concrete di quanto non lo siano state da 40 anni.















