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La corsa contro il tempo di Urso per salvare Electrolux ed evitare la Cina

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Prosegue al Mimit il confronto tra la multinazionale svedese, il governo e i sindacati. Ma la trattativa si è incagliata sul destino dello stabilimento di Cerreto D’Esi, potenzialmente preda di qualche corsaro cinese. Occhi puntati sul board del gruppo scandinavo

L’ultimo miglio è sempre quello più difficile. Se poi il percorso è quello che dovrebbe portare alla conclusione felice della vertenza Electrolux, lo è ancora di più. Un mese fa i giochi sembravano fatti: nessun licenziamento, solo uscite volontarie e la prospettiva concreta di una riconversione industriale dello stabilimento di Cerreto d’Asti, onde evitare che dal cilindro saltasse fuori qualche cavaliere bianco, anzi rosso, cinese pronto ad allungare le mani sull’impianto. Come invece potrebbe accadere per un altro sito strategico, quello Stellantis di Cassino. Si vedrà, ma nel mentre la maratona notturna al Mimit tra governo e sindacati ha resuscitato antiche paure.

La vertenza Electrolux si è trasformata lentamente in un confronto a oltranza proseguito come detto fino alle ore piccole, con la strada per l’intesa apparsa subito ripida proprio per lo scoglio più duro: la sorte dello stabilimento di Cerreto d’Esi. In ballo, giova ricordarlo, c’è il destino occupazionale di 150 famiglie e l’intero tessuto dell’indotto fabrianese, già provato da anni di emorragia manifatturiera. Il nodo resta la cessione dell’impianto, per il quale la multinazionale svedese non avrebbe finora accettato di sottoscrivere l’impegno a garantire la continuità produttiva fino al passaggio effettivo di mano, mentre all’orizzonte non si intravedono ancora acquirenti.

I fatti dentro le stanze di Palazzo Piacentini raccontano di come le parti siano rimaste inchiodate sulle rispettive posizioni, con il gruppo scandinavo fermo a quanto concordato lo scorso ottobre “Dal primo momento”, ha spiegato, evidenzia Davide Sperti, segretario generale Uilm, “abbiamo detto che l’obiettivo era no chiusure, no delocalizzazione e no licenziamenti. Siamo passati dai licenziamenti alle uscite volontarie incentivate, però dobbiamo avere certezza sulla continuità produttiva di Cerreto, perché non si finanzia la continuità di alcuni stabilimenti con la chiusura di Cerreto, non si contrappongono i lavoratori e le comunità”.

Certo, diversi passi sono stati fatti da quando, a maggio, l’azienda presentò il primo piano lacrime e sangue, che un mese fa è stato definitivamente ritirato. Ma i nodi da sciogliere sono ancora diversi. Gli esuberi, o gli esodi volontari da spalmare in tre anni (non sono previsti licenziamenti forzati) restano 1.190, ultima cifra messa sul tavolo, ma sarebbero stati scorporati i 150 di Cerreto d’Esi, la fabbrica marchigiana dove si realizzano cappe di aspirazione, per un totale di 1.040 da suddividersi negli altri stabilimenti di Porcia, Susegana, Solaro e Forlì. Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, però ha fredda di chiudere e soprattutto vederci chiaro.

“Siamo pronti a una trattativa a oltranza, anche di notte se necessario, purché si raggiunga un accordo. Il confronto dovrà concludersi entro martedì, subito dopo si riunirà il board mondiale di Electrolux per le decisioni sul piano straordinario di ristrutturazione. Dobbiamo mettere al riparo gli stabilimenti: è una corsa contro il tempo per salvaguardare l’Italia”. Bisognerà vedere se la pensano così anche in Svezia, dove nelle prossime ore è in programma il board di Electrolux, proprio per fare il punto sul riassetto globale dell’azienda. Italiano incluso.


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